Montepulciano in scena: identità, visione e futuro all’Open Day di Carpineto

Domenica 15 febbraio, alla Tenuta di Montepulciano di Carpineto, l’Open Day non è stato soltanto un momento di anteprima e degustazione, ma un’esperienza immersiva capace di restituire il senso più autentico di un territorio e della sua evoluzione.

Arrivare a Carpineto significa attraversare un paesaggio che prepara lentamente all’incontro con il vino: il lago davanti alla tenuta, i vigneti che lo abbracciano, il silenzio rarefatto delle colline di Montepulciano. È un ingresso che sospende il tempo e orienta lo sguardo verso l’essenziale: la terra, la luce, la misura.

L’azienda Carpineto nasce nel 1967 dall’intuizione di Giovanni Carlo Sacchet e Antonio Mario Zaccheo, due amici accomunati da una visione nitida e ambiziosa. Dal Chianti Classico fino all’approdo a Montepulciano nel 1997, la loro storia si intreccia con quella di due famiglie che hanno creduto nella Toscana prima ancora che fosse universalmente riconosciuta come icona enologica globale. Oggi, con Caterina Sacchet – enologa – Elisabetta Sacchet, Francesca Zaccheo e Antonio Michael Zaccheo, la continuità generazionale non è semplice eredità, ma responsabilità consapevole: innovare senza tradire, sperimentare senza smarrire identità, mantenere standard qualitativi elevati con un’attenzione concreta alla sostenibilità ambientale.

Prima dell’inizio ufficiale dell’evento, l’incontro con Laura Ruggeri e Caterina Sacchet conduce nel museo storico aziendale. Non è un semplice spazio espositivo, ma un archivio emotivo: macchine, strumenti, oggetti che raccontano il lavoro agricolo e il legame con il territorio. Caterina accompagna la visita con la naturalezza di chi custodisce memoria e visione insieme. Il racconto del passato diventa chiave di lettura del presente: ogni bottiglia è il punto di equilibrio tra esperienza accumulata e tensione verso il futuro.

L’Open Day riunisce diverse realtà del territorio, ciascuna interprete di una propria idea di Vino Nobile di Montepulciano. Il confronto si rivela stimolante, mai ridondante: il denominatore comune è il territorio, ma le declinazioni stilistiche mostrano personalità distinte.

Nel calice di Carpineto il Nobile si presenta con un profilo materico e profondo, di immediata autorevolezza. L’impatto olfattivo è intenso e stratificato: l’espressione del frutto vira su tonalità noir, con frutti di bosco maturi, ribes nero e mora in evidenza, cui seguono progressivamente cenni speziati di vaniglia e chiodi di garofano. Emergono poi leggere sfumature balsamiche e una traccia terrosa che richiama con coerenza l’origine. L’ingresso al sorso è ampio e avvolgente, sostenuto da una componente succosa che intreccia frutto e rimandi vegetali in un equilibrio dinamico. La trama tannica è fitta, compatta, ma ben integrata nella struttura: accompagna senza irrigidire, dando profondità e ritmo alla progressione. La freschezza, ben calibrata, sostiene la massa e ne prolunga la persistenza, evitando ogni sensazione di pesantezza.
Ne risulta un’interpretazione che privilegia spessore e concentrazione, mantenendo però misura e armonia: un Nobile di carattere, solido e identitario, capace di coniugare intensità espressiva e coerenza stilistica.

La degustazione prosegue con Bindella – Tenuta Vallocaia, dove l’eleganza si conferma cifra stilistica distintiva. Il sorso è slanciato, sostenuto da una spalla acida che imprime ritmo e verticalità; il tannino, centrale e finemente cesellato, accompagna con misura. Il frutto resta nitido e preciso, senza eccessi, in un equilibrio che privilegia finezza e armonia.

A sorpresa arrivano nel calice anche Bindella 2016 e I Quadri 2015, offrendo una concreta testimonianza di longevità. Il 2016 mostra ancora freschezza vibrante e balsamicità elegante, con un frutto maturo ma integro. I Quadri 2015 si muove invece su toni più profondi: mora, prugna, china si intrecciano a un balsamico fitto con cenni di radice di liquirizia e incenso. Il sorso è pieno, avvolgente, con tannino  ben definito, dove l’acidità sostiene la progressione. Il finale è lungo, balsamico, di raffinata compostezza. Una lettura intensa e verticale della capacità di Bindella di attraversare il tempo mantenendo eleganza e identità.

Canneto apre al calice su note di amarene a cui si affiancano cenni balsamici di incenso ed alloro. L’ingresso al sorso è scattante, sostenuto da uno slancio dinamico che ne bilancia la struttura. La materia è importante, il frutto è generoso, la componente balsamica accompagna anche la progressione gustativa, mentre le tracce di legno sono percepibili, ma integrate in un quadro che lascia intuire un interessante potenziale evolutivo. Un Nobile di carattere, che privilegia profondità e struttura rispetto all’immediatezza.

Le Bèrne attraversa oggi una fase di rinnovamento che ha il volto e l’entusiasmo di Federico Fastelli. Fresco di Laurea in Enologia e Viticoltura, dopo esperienze formative all’estero, sceglie di tornare a casa per affiancare lo zio Andrea in cantina e diventare parte attiva del progetto aziendale. Al calice questo si traduce in un Nobile dal profilo olfattivo nitido e identitario: amarena e visciola in primo piano, seguite da pepe nero, alloro e delicati richiami di sottobosco. Il sorso è agile e dinamico, sostenuto da una freschezza viva che accompagna lo sviluppo gustativo e si distende in un finale lungo, coerente, dall’eco fruttato persistente. L’intensità è ben calibrata, la trama tannica precisa, mai invadente. Croccantezza e profondità convivono in equilibrio, delineando un vino che conquista per autenticità espressiva e capacità di coniugare innovazione stilistica e radici territoriali.

Villa S. Anna, realtà a conduzione femminile, offre una lettura del Nobile improntata alla finezza e alla precisione aromatica. Il bouquet si apre su eleganti note di rosa e violetta, che guidano l’olfatto con grazia e continuità, intrecciandosi a delicati richiami di piccoli frutti rossi e lievi sfumature speziate. Il fil rouge floreale accompagna coerentemente anche il sorso, dove il tannino si presenta definito, setoso, mai invasivo. L’acidità, ben calibrata, dona slancio e sostiene una progressione armonica che conduce a un finale sapido, nitido, di chiara matrice territoriale. Un’interpretazione che fa della misura e dell’equilibrio la propria cifra distintiva.

Palazzo Vecchio propone un Nobile dal profilo centrato e coerente, capace di coniugare intensità aromatica e precisione gustativa. Al naso si apre su fragole in confettura e piccoli frutti di bosco, con un registro fragrante ma maturo, cui si affiancano rabarbaro, ginepro e anice stellato. Una leggera nota di mentuccia attraversa il bouquet con discrezione, regalando un soffio balsamico che dona verticalità e definizione all’insieme. Il sorso conferma le attese olfattive: fresco, lineare, di piacevole scorrevolezza. La trama tannica è ben calibrata, presente ma non invadente, e accompagna una progressione armonica che trova nell’acidità il proprio motore dinamico. Le sensazioni balsamiche e mentolate ritornano in chiusura, amplificando la percezione di pulizia e invitando naturalmente al sorso successivo. Ne emerge una versione del Nobile capace di esprimere identità territoriale con misura e nitidezza.

Il Conventino percorre invece una traiettoria di maggiore struttura e densità espressiva. Il sorso è pieno, avvolgente, con una materia importante che si dispiega con decisione ma senza rigidità. La freschezza, ben presente, non si limita ad alleggerire l’impatto, ma imprime slancio alla beva, dialogando attivamente con la struttura. La trama tannica, compatta ma ordinata, trova così una linea di scorrimento precisa. Ne emerge una visione contemporanea del Nobile di Montepulciano, in cui potenza e bevibilità si incontrano in un equilibrio credibile e ben costruito.

Guidotti interpreta il Nobile secondo una visione dichiaratamente tradizionalista, senza concessioni a mode o ammiccamenti stilistici. La trama tannica si presenta incisiva, centrale e fine nella grana, ma ancora in fase evolutiva sul piano della polimerizzazione: una struttura che oggi mostra energia e tensione, dove la freschezza trova un interlocutore deciso, quasi un contrappunto. È una scelta consapevole, fortemente identitaria. Il sorso non ricerca morbidezze accomodanti, né immediatezza espressiva; al contrario, rivendica coerenza con il proprio terroir e una lettura rigorosa del Sangiovese di Montepulciano. Un vino che non ambisce a un consenso universale, ma ricerca autenticità espressiva per far emergere con schiettezza il carattere del luogo da cui nasce.

Poderi Sangineto I e II incarna un’anima carnale e profondamente succosa del Montepulciano, fedele a una visione che privilegia materia ed espressività. Il profilo olfattivo si muove su toni maturi e avvolgenti, con frutto rosso polposo in evidenza, accenni di amarena e leggere sfumature speziate che arricchiscono il quadro senza appesantirlo. Al palato il vino è ricco, di personalità marcata, con un tannino centrale ben definito che struttura il sorso e ne guida l’andamento. La trama è compatta ma non rigida, sostenuta da una freschezza che mantiene equilibrio e direzione. La progressione gustativa si sviluppa con coerenza, sorso dopo sorso, in un crescendo di intensità che non perde mai controllo. Ne emerge un Nobile generoso e identitario, capace di coniugare forza espressiva e solidità strutturale in una chiave autenticamente territoriale.

Il momento conviviale del pranzo, organizzato dal team Carpineto, consolida il senso dell’iniziativa.

Un buffet costruito sulle eccellenze gastronomiche del territorio, tavoli condivisi tra produttori, stampa e appassionati: il vino torna ad essere linguaggio comune, occasione di dialogo e confronto.

Prima di lasciare la tenuta, l’invito di Caterina Sacchet a salire sulla torretta della tenuta offre una prospettiva ulteriore. Dall’alto, i 184 ettari della proprietà – di cui 115 vitati – si dispiegano in un mosaico ordinato di vigne, boschi e prati.

In quel panorama si coglie il senso più profondo del progetto: la capacità di un’azienda di crescere fino a diventare marchio internazionale, senza però smarrire la dimensione familiare. Le generazioni si succedono, cambiano linguaggi e tecniche, ma resta intatto il filo che lega passato e futuro.

L’Open Day del 15 febbraio a Carpineto non è stato soltanto un appuntamento dell’anteprima, ma l’occasione per capire come Montepulciano continui a evolversi attraverso interpretazioni diverse, talvolta contrastanti, ma sempre identitarie. E il lettore, idealmente seduto a quei tavoli e con il calice tra le mani, può percepire non solo profumi e sapori, ma il racconto vivo di un territorio che non smette di interrogarsi e di crescere.

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Immagine di Sara Calimari

Sara Calimari

Curiosa ed eccentrica per natura, vedo nel vino la più alta forma di espressione culturale: ogni calice racconta una storia, legata indissolubilmente alla terra da cui nasce. Per me degustare è come leggere un libro: lo faccio con umiltà, cercando di restituire al vino la sua voce più genuina. Professionista nella comunicazione e sommelier Ais, organizzo eventi e guido masterclass, oltre che scrivere per riviste di settore e testate giornalistiche specializzate nel mondo del vino. Terza classificata al Concorso Miglior Sommelier Ais della Toscana 2025, continuo a studiare, ascoltare e raccontare il vino, con la stessa passione del primo giorno.

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