Ho nella mente l’immagine di Michele Lorenzetti che si china, raccoglie una manciata di terra, la stringe nel palmo per poi osservarla assorto mentre la lascia scorrere lentamente tra le dita. Nessun gesto teatrale, nessuna ritualità ostentata, solo un movimento preciso, quasi istintivo, di chi quella terra non la osserva da fuori, ma la conosce nella sua grammatica più intima. È in quel momento, molto più che nelle parole, che ho iniziato a capire cosa significhi davvero fare biodinamica a Gattaia.
Vicchio, del resto, non ha avuto bisogno di presentazioni. Appena la strada ha iniziato a piegarsi tra le colline del Mugello, il paesaggio aveva già smesso di essere soltanto un paesaggio. Per me, nel ricordo delle estati trascorse da mia nonna a Luco di Mugello, arrivare a Terre di Giotto non è stato un semplice press tour, ma un ritorno e certi ritorni hanno una precisione quasi crudele: ti riportano davanti a parti di te che credevi silenziose.

Osservando l’orizzonte dal giardino della tenuta, mentre le brezze accarezzavano le dolci colline dell’Appennino toscano, ho risentito le risate della bambina che ero correre in quei prati. In quell’istante il legame con questa terra si è fatto immediato, quasi viscerale. Proprio in quell’istante ho iniziato a comprendere davvero il rapporto profondo che Michele Lorenzetti ha costruito con questo luogo.
Biologo, enologo e viticoltore, consulente dal 2004 in viticoltura biodinamica per alcune tra le realtà più interessanti del panorama europeo, Michele sfugge a qualsiasi cliché legato al mondo biodinamico. Ed è forse proprio questo a renderlo così interessante, perché in lui non c’è traccia di quel misticismo dogmatico che spesso accompagna il racconto della biodinamica. Il suo approccio è pratico, razionale, profondamente ancorato all’osservazione e alla verifica. Michele non romanticizza la natura. La studia, la ascolta, la mette alla prova, ma, soprattutto, la rispetta.
La scelta di impiantare una vigna a Gattaia nel 2006 è stata radicale quanto lucida. Il Mugello, dopo la fillossera, era rimasto ai margini della viticoltura toscana contemporanea. Eppure, Michele qui ha visto qualcosa che altri non vedevano. Cercava un luogo alto, dominato dalla luce, ventilato, segnato da forti escursioni termiche; un equilibrio capace di portare il vigneto fuori dalle nebbie, in tutti i sensi.
Lo ha trovato tra i 500 e i 600 metri di altitudine, su suoli antichi e poco profondi, ricchi di scheletro, argille calcaree, arenarie e scisti. Un terroir austero, capace di imporre basse rese naturali e di restituire vini di forte impronta pedoclimatica.
Ed è qui che arriva la sua intuizione più controcorrente: raccontare il Mugello attraverso vitigni che, almeno sulla carta, sembrano appartenere altrove.
Chenin Blanc. Riesling. Pinot Noir.
Vitigni scelti non per inseguire un modello francese o mitteleuropeo, ma per la loro straordinaria capacità di leggere e restituire il luogo. Se c’è una caratteristica che accomuna Chenin, Riesling e Pinot Nero è, infatti, la loro trasparenza: sono varietà incapaci di mentire. Se il terroir c’è, emerge; se non c’è, il vino si svuota.
In questo contesto il pensiero di Michele sulla biodinamica smette di essere semplice teoria agronomica e diventa qualcosa di più sottile.
Non si tratta di “parlare alle piante” nel senso più ingenuo del termine; sarebbe una semplificazione che non gli renderebbe giustizia. Quello che ho percepito osservandolo in vigna è piuttosto un lavoro di educazione reciproca. Nel tempo, la vite sviluppa una memoria biologica del luogo e degli equilibri che il vignaiolo costruisce attorno ad essa. Il viticoltore non impone: accompagna, suggerisce, crea condizioni affinché la pianta impari a reagire, adattarsi, trovare il proprio equilibrio.
Questo si percepisce nel modo in cui Michele sfiora i tralci, osserva i grappoli in crescita, prende in mano la terra e la lascia scorrere tra le dita. Non servono grandi dichiarazioni, bastano i gesti.
Dopo la visita in vigna ci siamo spostati nella corte coperta, dove i calici erano già allineati. Da lì è iniziato il nostro viaggio alla scoperta di Gattaia: non un dialogo tra professionisti intenti a scomporre vini, ma tra persone che il vino lo vivono, lo rispettano e sanno ancora emozionarsi davanti a un calice.
La prima verticale è stata dedicata al Gattaia Bianco da Chenin Blanc, varietà originaria della Loira tra le più trasparenti nella lettura del terroir. Se c’è una parola che definisce lo Chenin di Terre di Giotto è tensione: non semplice freschezza, ma un’architettura costruita attorno a un’acidità che diventa asse portante del vino. Nelle sue espressioni più compiute, questo Chenin richiama per slancio e capacità evolutiva le grandi interpretazioni di Vouvray e Montlouis-sur-Loire, dove il vitigno raggiunge alcune delle sue forme più nobili. Ma a Gattaia il racconto cambia: alla verticalità gessosa tipica della Loira si sovrappone una firma tutta mugellana, fatta di elicriso, nepitella e balsamicità mediterranea.

La 2023, annata ottenuta con pressatura alla francese a grappolo intero, è apparsa subito come un manifesto del suo potenziale. Oro vibrante, si apre su ginestra, zenzero, zafferano, ananas maturo, nespola, nepitella ed elicriso. Il sorso è snello, dinamico, attraversato da un’acidità di pompelmo rosa che slancia la beva verso una chiusura amaricante tra sale e agrume.
Le annate 2020 e 2019 mostrano, invece, il volto più materico dello Chenin di Gattaia con maggiore ricchezza polifenolica, spessore e profondità balsamica, tra cedro, resina, pietra bagnata e macchia mediterranea. Qui la sapidità non è solo allungo, ma diventa materia, volume, texture. Eppure, l’acidità resta sempre la chiave di volta, tagliando il sorso come una lama e riportandolo in equilibrio.
La 2014 è forse la lettura più estrema della batteria. Annata piovosa, segnata da una pre-macerazione che regala un colore quasi ambrato, da orange wine. Resina di pino, frutta gialla matura, zafferano e pepe bianco introducono una bocca densa e ricca, ma ancora sorprendentemente viva.
Poi arriva la 2009, la prima annata, e con lei la misura della longevità di questo vino. Il naso racconta il tempo con albicocca in confettura, arance amare, cedro e zenzero candito; il sorso, invece, sorprende per una giovinezza quasi disarmante. L’acidità è ancora viva, tagliente, luminosa. Più che appesantire, il tempo qui scolpisce.
La seconda batteria è dedicata al Riesling “Massimo”, forse il bianco che più di tutti racconta la precisione stilistica di Michele. Se il Riesling è uno dei più grandi interpreti del terroir per la sua capacità di coniugare acidità, mineralità e longevità, a Gattaia trova un’espressione profondamente appenninica. E se nei grandi Riesling della Mosella la tensione si esprime spesso attraverso leggerezza e filigrana, il Massimo percorre una traiettoria diversa: qui la verticalità non rinuncia mai alla materia. Per struttura, densità e precisione minerale, il richiamo va piuttosto ad alcune grandi interpretazioni dell’Alsazia o della Wachau austriaca, dove la roccia non genera solo slancio, ma anche profondità tattile.
La 2023 si apre tesa e verticale, su nepitella, incenso selvatico, pietra focaia, cedro, zenzero e lime. La sapidità dà spessore al sorso, ma è l’acidità agrumata a ristabilire l’equilibrio con precisione chirurgica.
La 2022 mostra, invece, un volto più pieno e strutturato, frutto anche di un’annata calda. La pietra focaia diventa protagonista, affiancata da cenni di kumquat, elicriso e note balsamiche mentolate. La carica glicerica è evidente, ma il sorso non cede mai grazie alla tensione varietale.
Tra tutte, la 2020 è forse l’annata più identitaria. Qui il Riesling si fa cesellato, finissimo, scolpito da gesso, pietra focaia, timo limonato ed elicriso. La sapidità e l’acidità di lime delineano la beva come un bisturi. Precisione assoluta.
Il 2019 ha diviso il tavolo. A differenza di molti colleghi, ho percepito subito una lieve imprecisione lattica — poi confermata da Lorenzetti — legata alla fermentazione malolattica. Un cenno sottile, che in un contesto biodinamico risulta comunque leggibile e persino interessante.
La 2014, affinata in barrique per necessità produttive, rappresenta l’interpretazione più atipica. Ambra al calice, gioca tra scorza d’arancia essiccata, zenzero, noce moscata, note fumé e caramella d’orzo. Il legno si percepisce in bocca con ricordi di cannella e spezie dolci, ma il vino conserva slancio grazie a un’acidità che si allunga su echi di mandarino.
Poi arriva il Pinot Nero, il vino che forse più di tutti racconta il lato più radicale di Gattaia, proprio perché si distanzia dai modelli di riferimento più canonici.
Se alcune delle espressioni più celebri di Borgogna giocano su sussurro, eleganza aerea e tessitura impalpabile, il Pinot di Michele sceglie un’altra traiettoria: qui c’è più materia, più polpa.
Per struttura e profondità richiama semmai le interpretazioni più austere della Côte de Nuits, come certi Gevrey-Chambertin o Nuits-Saint-Georges, oppure alcuni grandi Pinot della Willamette Valley in Oregon, dove il frutto scuro convive con sottobosco e balsamicità boschiva, ma l’uso del raspo fino al 100% lo porta oltre ogni paragone diretto: la trama tannica si intensifica, la componente officinale si amplifica, la sapidità sfiora l’umami.
A quel punto il vino smette di evocare altrove e diventa semplicemente Gattaia.
La 2020, con il 50% di raspo, mostra già questa identità. Rubino dal riflesso carminio, si apre su alloro, resina, china, mora di gelso e cassis. Il sorso è sottile, dalla trama tannica fine e centrata e una chiusura amaricante in dialogo con la scia sapida.
Le annate 2016 e 2015 rappresentano probabilmente l’espressione più radicale del Pinot di Lorenzetti. Qui il 100% di raspo amplifica struttura, texture e profondità. Il naso si fa noir, boschivo e balsamico: eucalipto, liquirizia, china, bacche fresche di ginepro, resina, funghi secchi, pece. La bocca è spessa, materica, con una trama tannico-sapida che arriva quasi all’umami. Ed è forse proprio qui che il Pinot Noir di Gattaia si distanzia dai modelli borgognoni classici: meno setosità eterea, più materia e polpa, ma senza perdere finezza.
Le annate 2010 e 2009, precedenti all’uso del raspo, mostrano un volto diverso. Il balsamico si fa più sottile, compaiono finalmente ricordi floreali di rosa, viola e il frutto si fa rosso sulla ciliegia durone e arancia amara. Il sorso torna più lineare, elegante, ma conserva quella firma sapida e officinale che rende immediatamente riconoscibile la mano di Michele.

Alla fine della degustazione mi è rimasta addosso una sensazione molto precisa: ho pensato che forse il vino, quando è davvero sincero, nasce proprio lì, in quello spazio invisibile tra il gesto umano e la risposta della natura.
Forse per questo che i vini di Terre di Giotto lasciano un segno così profondo, perché ti chiedono di fermarti abbastanza a lungo per ascoltarli. E in quell’ascolto, quasi senza accorgertene, finisci per sentire qualcosa che va oltre il vino, qualcosa che somiglia incredibilmente alla memoria.




















