L’enoturismo italiano possiede probabilmente il potenziale più grande del mondo. Eppure, secondo Donatella Cinelli Colombini, una delle figure che più hanno contribuito a costruire e diffondere questo modello nel nostro Paese, siamo ancora soltanto all’inizio di un percorso che richiede nuove competenze, nuove reti e soprattutto un cambio di mentalità.
La riflessione è emersa in occasione della presentazione del volume Turismo del vino. Manuale di destinazione e accoglienza, scritto da Donatella Cinelli Colombini insieme a Dario Stefàno, un testo che non nasce come semplice libro divulgativo ma come vero e proprio strumento operativo per chi vuole comprendere e sviluppare il settore.
A distanza di un anno dall’ultima edizione dell’Osservatorio dedicato all’enoturismo, il quadro appare incoraggiante. Secondo Cinelli Colombini cresce la consapevolezza, sia da parte delle istituzioni sia da parte delle aziende vitivinicole, del valore economico e strategico dell’accoglienza. Le offerte si stanno differenziando, i produttori iniziano a considerare il turismo non più come un’attività accessoria ma come un canale commerciale e di immagine sempre più rilevante.
Ma la vera sfida è culturale.
«I competitori non sono i vicini di casa», sottolinea l’imprenditrice toscana. Il confronto avviene ormai su scala globale: Champagne, California, Nuova Zelanda, Rioja e tutte le grandi destinazioni del vino del mondo competono per attirare lo stesso visitatore.
Eppure l’Italia dispone di risorse che nessun altro Paese può vantare contemporaneamente.
Centinaia di vitigni autoctoni, paesaggi diversissimi tra loro, cantine che spaziano dalle grotte etrusche ai trulli pugliesi, dalle ville palladiane alle architetture contemporanee. A questo si aggiungono una biodiversità gastronomica unica e una caratteristica che continua a fare la differenza: in moltissime aziende è ancora il produttore stesso ad accogliere gli ospiti.
Un elemento che per il turista internazionale rappresenta un valore emotivo enorme.
«È un colpo al cuore», spiega Donatella, perché crea un rapporto diretto e una fidelizzazione che difficilmente può essere replicata altrove.
Proprio per questo motivo il nuovo manuale nasce con un’impostazione fortemente pratica. L’obiettivo non è soltanto trasferire conoscenze, ma fornire strumenti per costruire offerte turistiche competitive e sostenibili. Lo stesso approccio sarà alla base del nuovo percorso formativo promosso dal CESEO, che punta a creare figure professionali specializzate nell’enoturismo attraverso un corso di alto livello riconosciuto in ambito accademico.
Il tema della formazione emerge come uno degli aspetti centrali del dibattito. Perché se il vino si produce in cantina, l’esperienza turistica si costruisce molto prima. Qui entra in gioco quello che forse è il concetto più interessante emerso durante l’incontro: nell’enoturismo bisogna imparare a pensare prima alla vendita e poi alla produzione.
Un’affermazione che può apparire provocatoria nel mondo del vino, ma che descrive perfettamente la logica del turismo. Quando una cantina partecipa a una fiera turistica internazionale, infatti, vende un’esperienza che spesso deve ancora essere costruita nei dettagli. È un approccio completamente diverso rispetto alla commercializzazione del vino e richiede competenze specifiche.
Servono nuove professionalità capaci di mettere in rete territori, aziende, strutture ricettive, artigiani, musei, ristoranti e operatori della mobilità. Serve un’offerta diffusa e facilmente accessibile, capace di accompagnare il visitatore lungo tutto il viaggio.
È qui che emerge uno dei grandi limiti del sistema Italia: la mobilità.
Per molti turisti stranieri raggiungere le aree vitivinicole e spostarsi tra una cantina e l’altra è ancora complicato e costoso. In alcuni casi il trasferimento terrestre incide più del volo internazionale. Un ostacolo che rischia di frenare la crescita di un settore dalle enormi potenzialità.
Secondo Donatella Cinelli Colombini la risposta passa anche attraverso il digitale. Occorre sviluppare strumenti capaci di mettere in connessione trasporti pubblici e privati, facilitare le prenotazioni e creare reti territoriali realmente integrate. Perché il turista del vino non porta soltanto fatturato diretto. Acquista più bottiglie, scopre etichette difficili da reperire nel proprio Paese e spesso diventa il primo anello di una futura relazione commerciale che può trasformarsi in esportazione.
L’enoturismo, in questa prospettiva, smette di essere una semplice attività di accoglienza e diventa una leva strategica per l’intero sistema vino.
Il messaggio che arriva dal lavoro di Dario Stefàno e Donatella Cinelli Colombini è chiaro: l’Italia possiede tutte le risorse per essere la destinazione enoturistica più forte del mondo. Ma per trasformare questo potenziale in valore servono visione, competenze e la capacità di fare rete.
In altre parole, serve imparare a raccontare il vino non soltanto attraverso ciò che c’è nel bicchiere, ma attraverso tutto ciò che lo circonda.




















