C’è stato un tempo in cui il vino rosato veniva considerato quasi una categoria “di passaggio”: né bianco né rosso, spesso relegato all’aperitivo estivo o a una comunicazione leggera e superficiale. Oggi però il panorama è profondamente cambiato e il rosato italiano sta vivendo una nuova stagione fatta di identità, territori, carattere e crescente attenzione qualitativa.
È proprio da questa consapevolezza che nasce “100 Best Italian Rosé”, la guida-classifica dedicata ai migliori rosati d’Italia e dei territori di confine, presentata nel contesto della ventesima edizione di VitignoItalia 2026.
A raccontarne filosofia e obiettivi sono state le giornaliste Chiara Giorleo e Adele Granieri, insieme ad Antonella Amodio, protagoniste di un progetto che, arrivato alla sua sesta edizione, punta a valorizzare la straordinaria diversità del rosato contemporaneo.
“Raccontiamo i migliori rosati d’Italia e dei territori di confine come il Canton Ticino e la Slovenia”, spiega Chiara Giorleo. “L’obiettivo è mostrare la grande varietà di interpretazioni che esistono e rompere i tanti pregiudizi che ancora ruotano attorno a questa tipologia, nonostante il successo evidente sul mercato”.
Un percorso che non vuole limitarsi alla semplice selezione di etichette, ma che prova a costruire una nuova cultura del rosato italiano, liberandolo dagli stereotipi che per anni lo hanno accompagnato.
“Molto spesso il rosato viene ancora considerato un ibrido tra vino bianco e rosso oppure un vino prettamente femminile o stagionale”, sottolinea Adele Granieri. “In realtà vogliamo restituire dignità a questa categoria, raccontando aziende che credono davvero nei rosati e non li producono soltanto per completare la gamma. Dietro i migliori rosati italiani ci sono vini identitari, di carattere, con una presenza precisa e riconoscibile anche a tavola”.
Uno degli aspetti più interessanti emersi durante l’incontro riguarda proprio il rapporto tra estetica e percezione del consumatore. Nel mondo del rosato il colore diventa infatti un elemento narrativo fondamentale.
“Il rosato si vende e si comunica anche a partire dall’estetica”, racconta Giorleo. “Oltre il 90% delle bottiglie nel mondo utilizza vetro trasparente e quindi il colore racconta immediatamente uno stile, un’interpretazione, un messaggio. Dai rosati chiarissimi ispirati al fenomeno Provenza fino ai cerasuoli più intensi e strutturati, ogni tonalità esprime un’identità precisa spesso legata al vitigno e alla tradizione territoriale”. Ed è proprio la parola “diversità” a tornare continuamente nel racconto delle due giornaliste. Diversità di territori, di interpretazioni, di abbinamenti gastronomici e soprattutto di consumo.
Se infatti una certa stagionalità continua ancora a esistere, il mercato sembra andare sempre più nella direzione di rosati di qualità pensati per essere bevuti tutto l’anno.
“I consumi si stanno orientando verso vini rosati più importanti e gastronomici”, spiega Granieri. “Non più soltanto vini da estate o da aperitivo, ma bottiglie capaci di accompagnare un intero pasto e di trovare spazio in molte occasioni diverse”. Anche per questo la scelta della formula “classifica” non è casuale.
“Abbiamo deciso di costruire una guida in forma di top 100 proprio perché è uno strumento immediato, curioso e facilmente fruibile”, racconta Granieri. “La classifica è gratuita e consultabile online: al ristorante, in enoteca o semplicemente sui social puoi cercare facilmente il rosato che più ti incuriosisce”.
Un progetto che vede una forte presenza femminile nella sua organizzazione, ma che le protagoniste tengono a raccontare senza etichette di genere. “Siamo tre giornaliste appassionate di vino e di rosato”, spiegano sorridendo. “Il fatto che siamo donne è quasi un caso. Sicuramente però è bello vedere aumentare ogni anno la presenza femminile nel mondo dell’enogastronomia e della comunicazione del vino”.
E mentre nei calici di VitignoItalia 2026 scorrono alcune delle etichette protagoniste della guida, il messaggio finale è semplice ma molto chiaro: “Viva il rosato, viva la diversità del rosato”




















