Le Muricce, il cuore fiammingo che batte tra le colline del Chianti Classico

Dal Belgio al Chianti, il sogno di Bernard e Rita
È un sabato pomeriggio di inizio agosto quando Fabio Sarti mi telefona per invitarmi a seguirlo da un suo cliente nel Chianti. “Vedrai, sarà uno di quei pomeriggi che piacciono a te – vigne, buon vino e chiacchiere spensierate.”Fabio lo conosco bene: quando si tratta di vino e belle vibrazioni siamo sempre in sintonia.
Così salgo sul suo Pandino e ci avventuriamo insieme verso Greve, con quell’attesa che profuma di estati toscane.

La strada si arrampica dolcemente fino a Le Muricce, poco fuori da Greve, verso Lamole. A darci il benvenuto, nel giardino che domina la vallata, c’è la statua monumentale della Donna Doga, creata dall’artista fiammingo Jan Praet; una figura femminile a grandezza naturale che, dal 2012, veglia su vigne e cantina, divenendo il simbolo della tenuta e delle sue etichette.

La vista da quassù è mozzafiato, un mosaico di colline e filari che si rincorrono tra Ruffoli e Lamole.

 

È proprio accanto alla statua che incontro Bernard: sorriso caloroso, modi semplici ma composti; quell’eleganza naturale che solo certe persone riescono a portare con sé senza sforzo. Mi accoglie come un’amica di vecchia data, raccontandomi la storia di questa terra scelta per amore, insieme alla moglie Rita e alle figlie Stefanie e Florence. Alle nostre spalle la casa padronale, splendidamente restaurata, sembra riflettere quell’equilibrio tra tradizione e amore che è il filo conduttore della loro avventura.

Bernard mi racconta che il suo viaggio nel vino era iniziato altrove, più a nord. La Francia era stata la prima scelta, la Borgogna in particolare, terra eletta del suo amato Pinot Noir. Proprio lì aveva stretto amicizia con Philippe Charlopin, celebre viticoltore di Gevrey-Chambertin, che nel tempo ha ampliato le sue parcelle fino a includere alcuni tra i più grandi cru: Charmes Chambertin, Echezeaux, Clos Saint Denis, Bonnes Mares, Mazis Chambertin, Corton e Le Chambertin. Con lui Bernard si era avvicinato alla degustazione, aveva iniziato a comprare vino e ad aiutarlo nella vendemmia, oltre a stringere una bella amicizia con serate conviviali fatte di buona cucina e buon vino. Fu Charlopin stesso, nel 1997, a proporgli l’acquisto di un terreno a Clos Vougeot. Bernard e Rita non se lo fecero ripetere due volte, e ancora oggi possiedono quel piccolo angolo di Borgogna, affidato alle cure e alla vinificazione dell’amico Philippe. Ma il destino aveva altri piani: nonostante l’orgoglio del Clos Vougeot, il futuro del vino per Bernard e Rita guardava verso sud.

 

La scintilla arrivò come un incontro karmico, sotto le sembianze di una bottiglia: Il Carbonaione di Podere Poggio Scalette. Bernard e Rita lo avevano assaggiato più volte in Belgio e ogni volta ne erano rimasti rapiti, come se quel vino custodisse un richiamo sottile e irresistibile. Fu proprio quella bottiglia a spingerli, nell’estate del 1999, a partire per Greve con il desiderio di conoscerne i protagonisti, Vittorio Fiore e il figlio Jurij, due figure destinate a segnare la storia della viticoltura chiantigiana. Vittorio, dopo gli studi a San Michele all’Adige e a Conegliano, aveva maturato esperienze in diverse aziende del nord Italia, fino a diventare negli anni Settanta Direttore Generale dell’Associazione Enotecnici Italiani.

Poco dopo il trasferimento in Toscana, diede vita a un ruolo nuovo, quello dell’enologo consulente libero professionista, mettendo al servizio delle aziende conoscenze, sensibilità e capacità tecnica. Con il suo lavoro contribuì in modo decisivo alla rinascita del Chianti Classico, liberandolo dall’immagine folkloristica del fiasco economico e restituendogli dignità tra i grandi vini del mondo. Jurij, formatosi al Lycée Viticole di Beaune, avrebbe raccolto quell’eredità, divenendo a sua volta una voce autorevole del territorio. L’incontro con i Fiore fu per Bernard e Rita un colpo di fulmine: con loro compresero che la strada non poteva che passare da queste colline, dove il Chianti Classico stava vivendo una nuova stagione, libero dalle ombre del passato e pronto a riaffermarsi come un terroir di eccellenza internazionale.

Durante quella vacanza chiantigiana visitarono anche altre cantine iconiche – Fontodi, La Massa, Rampolla, Querciabella, Montevertine, Il Carnasciale, Castello di Ama – e ogni incontro rafforzava la convinzione che la Toscana fosse il luogo giusto dove mettere radici. La loro nuova casa era all’epoca circondata da 1,5 ettari di vigneto di Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Merlot. Nel 2011 arrivò poi l’acquisto de “La Casina”, un vigneto di quarant’anni situato lungo la strada di Panzano, affacciato come un balcone sulla chiesa del paese. Terreno di galestro con inserti argillosi, esposizione perfetta, pendenze ripide: Bernard riconobbe subito il potenziale, forte dell’esperienza a Clos Vougeot, dove calcare e marne argillose plasmano grandi vini. A La Casina scelse rese basse, mai oltre i 40 hl/ha, e un approccio rispettoso.

Il lavoro parte in vigna”, mi racconta, e in cantina il tutto prosegue con delicatezza: pressature soffici, niente rimontaggi, solo délestage e assaggi frequenti per guidare i processi. Dal 2014 la conduzione è biologica, arricchendo i terreni solo con fertilizzanti naturali. La posizione elevata de “La Casina” garantisce, inoltre, una ventilazione costante, utile a prevenire malattie e garantire anche importanti escursioni termiche anche in estate (36 gradi di giorno che possono scendere fino a 15 la notte), regalando vini freschi, succosi, eleganti.

A questo punto Bernard mi versa il primo calice: Bella Ciao 2024. Appena imbottigliato a giugno 2025, questo rosato segna un cambio di rotta: da blend di Sangiovese con piccole percentuali di Viognier, Sauvignon Blanc e Chardonnay, dal 2024 sceglie l’identità del Sangiovese in purezza. Si presenta in un
fior di pesco che richiama i rosati provenzali per delicatezza e luminosità. Il naso è fine ed elegante, giocato sulla rosa canina e sull’iris, con fresche nuances balsamiche di anice e foglia di verbena che ne ampliano la freschezza. L’assaggio rivela subito la firma varietale: il tocco citrino dell’arancia sanguinella imprime energia alla trama acida, tesa e vibrante, che attraversa il sorso fino al finale. La chiusura è segnata da una sapidità nitida, che ricorda la sensazione di un chicco di sale sulla lingua e si fonde con note fruttate di grande persistenza. È il preludio perfetto per comprendere la filosofia di Bernard: autenticità, freschezza, emozione.

Segue Lucciconi, il Chianti Classico 2020. Il nome nasce dal desiderio di Bernard di chiamarlo “Lacrima”, parola che amava per la sua intensità evocativa, ma non utilizzabile in etichetta poiché già identificativa di un vitigno marchigiano. Fu Jurij Fiore a proporre “Lucciconi”, termine dialettale toscano che richiama l’umidità degli occhi poco prima che scenda una lacrima. Prevalentemente Sangiovese con una piccola percentuale di Merlot (2%), fermenta dodici giorni in acciaio inox, con fermentazione malolattica parte in acciaio e parte in botti di rovere di primo e terzo passaggio. Nel calice un carminio di media intensità annuncia un profilo olfattivo floreale e tipico del terroir, con pot-pourri di viola e rosa, mora di gelso e ribes nero, accompagnati da eleganti cenni di caramello, incenso, muschio e foglie bagnate. L’assaggio si distingue per una vibrante acidità agrumata che integra il tannino fruttato dalla trama fine, conducendo a un finale sapido che si prolunga su ricordi di cacao.

Il calice successivo è Le Muricce, Chianti Classico Gran Selezione 2018. Frutto di rese bassissime, (solo 35 hl/ha), vinificato in acciaio per dodici giorni, con malolattica naturale e affinamento di due anni in barrique di primo, secondo e terzo passaggio. Un carminio vibrante con riflessi granato anticipa un incipit olfattivo balsamico, con radice di liquirizia, alloro, incenso e speziature che virano sulla noce moscata. Il frutto si esprime con intensità in ciliegia sotto spirito e confettura di more, arricchite da richiami di china. In bocca è l’acidità fruttata a dominare, integrando il tannino verso una chiusura sapida e armoniosa, con echi di china, ciliegia e cioccolato fondente che evocano quasi il ricordo di un cioccolatino Boero.

Arriva poi Il Poeta 2021, un Supertuscan nato dalla cosiddetta “vigna del poeta”, dove Merlot, Cabernet Sauvignon e Sangiovese si incontrano in una danza armonica, ognuno con il proprio passo: la morbidezza del Merlot, la struttura del Cabernet e la freschezza del Sangiovese si intrecciano senza prevaricarsi, costruendo un racconto corale. Rubino fitto dai riflessi amaranto, rivela un bouquet floreale complesso di lavanda, iris, rosa e viola mammola, che introduce tocchi balsamici di alloro e foglia d’ortica e un frutto scuro di mora di gelso e ribes nero. L’assaggio, fresco e vibrante, è guidato da una spalla acida di matrice agrumata, che si fonde con la fine tessitura tannica, portando il sorso verso una chiusura sapida e persistente. Le note finali richiamano il cioccolato alle nocciole e sfumature di tabacco, in un equilibrio che coniuga impronta internazionale e radici territoriali.

Il viaggio prosegue con il Cabernet Franc in purezza, il Perché No 2022, affinato in barrique Sylvain Grande Réserve di secondo passaggio. Nel calice un rosso rubino fitto e vivace dai riflessi amaranto. L’impatto olfattivo è balsamico, con soffi di alloro ed eucalipto che anticipano la profondità del ribes nero e del mirtillo, arricchito sul finale da una speziatura su note di pepe bianco. Il sorso è succoso e dinamico, l’acidità e il tannino fruttato si muovono in sincronia nel centro bocca con richiami di ciliegia e prugna, regalando equilibrio e piacevolezza.

Chiude la degustazione Per Florence 2022, un Cabernet Sauvignon in purezza, dedicato alla figlia Florence, affinato in barrique Sylvain nuove. Nel bicchiere un rubino intenso dai riflessi amaranto. Al naso note di lavanda, mora e cassis, seguite da sfumature balsamiche di alloro. L’assaggio si apre con una freschezza fruttata che dà ritmo e verticalità al sorso, accompagnando un tannino fine e centrale. La chiusura, sapida e persistente, richiama eleganti note di frutta secca. Un vino che unisce struttura e grazia, con un’impronta affettiva che lo rende unico.

Insieme a Fabio, responsabile della cantina e presenza costante al fianco di Bernard, mi ritrovo a vivere un momento raro e prezioso: Bernard mi invita a partecipare al taglio del suo Cabernet Franc, alla creazione della futura cuvée. Non è solo un passaggio tecnico, ma un gesto intimo, quasi un rito di famiglia, che mi apre le porte del cuore pulsante della sua cantina. Assaggiare, discutere, decidere insieme quale sarà l’anima del vino significa entrare in un cerchio di fiducia che pochi hanno la possibilità di condividere. In quell’istante non mi sento più una semplice ospite, ma parte del loro mondo: un onore che mi commuove e che conserverò come una delle esperienze più vere e toccanti del mio percorso.

A fine giornata Bernard mi apre le porte della sua casa ed è in questa occasione che conosco Rita, la sua compagna di vita, una presenza luminosa che completa il quadro di questa avventura. Tra chiacchiere e sorrisi, Bernard mi porge un dono: una copia di Vineyard, il libro che racconta le storie dei personaggi belgi più influenti nel mondo del vino. Quel gesto semplice, ma carico di significato, diventa per me molto più di un ricordo materiale: è il simbolo di un legame che va oltre il vino, di una fiducia che mi ha fatto sentire accolta davvero, come se fossi parte della loro storia. In quel momento ho provato un’emozione profonda, una commozione che mi ha riportata all’essenza del perché amo raccontare il vino: perché è condivisione di storie, è intimità, è vita che si intreccia ad altra vita ed è capace di regalare emozioni, che non si misurano in punteggi o tecnicismi, ma nel silenzio di un ricordo che torna a emozionarti quando meno te lo aspetti.

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Immagine di Sara Calimari

Sara Calimari

Curiosa ed eccentrica per natura, vedo nel vino la più alta forma di espressione culturale: ogni calice racconta una storia, legata indissolubilmente alla terra da cui nasce. Per me degustare è come leggere un libro: lo faccio con umiltà, cercando di restituire al vino la sua voce più genuina. Professionista nella comunicazione e sommelier Ais, organizzo eventi e guido masterclass, oltre che scrivere per riviste di settore e testate giornalistiche specializzate nel mondo del vino. Terza classificata al Concorso Miglior Sommelier Ais della Toscana 2025, continuo a studiare, ascoltare e raccontare il vino, con la stessa passione del primo giorno.

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