L’Alchimista dell’Anfora: il sogno italiano di Robin Baum

C’è chi si avvicina al vino per passione. Altri per tradizione, altri ancora per caso. Ma quando ho incontrato Robin Baum a Radda nel bicchiere, lo scorso 25 maggio, ho capito che in lui c’è molto di più: c’è una visione. Uno sguardo scintillante, curioso, che tradisce quel pizzico di follia che spesso accompagna i sognatori più grandi. È inglese, affabile, con la leggerezza di chi non ha mai smesso di rincorrere il proprio fuoco interiore. E oggi quel fuoco brucia sotto forma di vino. Un vino che nasce nella terra, respira nell’argilla e si muove nell’abbraccio rotondo delle anfore.

Robin è un uomo dalle vite multiple. La prima fu quella del giurista: laurea in legge, una carriera solida nel diritto societario, consulente per Rothschild – e quindi, inevitabilmente, Bordeaux. È lì che il vino entra nella sua vita, come un colpo di fulmine annunciato. La Francia è la prima fiamma, ma l’Italia – più precisamente la Toscana – lo conquista nel 2000, quando un amico lo introduce al Brunello di Montalcino, in particolare a quello della Tenuta di Argiano. Da lì, l’acquisto di due barrique, poi cinque anni di collaborazioni e una promessa silenziosa: “Un giorno farò il mio vino“.

La seconda vita inizia con Winemakers WB London, società d’importazione di vini italiani nel Regno Unito, affidata poi al figlio John. Ma è con la terza rinascita che Robin trova davvero la sua voce. Una voce che parla di artigianalità, selezione, e sopra ogni cosa, rispetto per ciò che la terra e la vite sanno esprimere, senza filtri.

L’arte dell’anfora: una scelta millenaria

Il vino di Baum non nasce per moda, ma per necessità espressiva. E trova il suo spazio perfetto nell’anfora, contenitore antico quanto il vino stesso. Usata in Georgia da oltre 6000 anni (le famose Qvevri), l’anfora permette una lenta micro-ossigenazione grazie alla porosità dell’argilla, senza rilasciare aromi terziari come il legno. È un metodo che restituisce la voce autentica del vitigno e del terroir.

Robin insieme a Fabio Sarti – suo cantiniere e fidato collaboratore – seleziona piccole partite d’uva da produttori d’eccellenza. Le vinificazioni avvengono in anfore cotte a circa 1200 °C; temperatura chiave che regola la dimensione dei pori dell’argilla: più alta è la cottura, minore è la porosità, e dunque più lenta l’ossigenazione. L’anfora non è solo un contenitore, ma un conduttore termico naturale: l’aria fredda penetra nei microfori e regola la temperatura del mosto in fermentazione, senza bisogno di interventi esterni.

La forma? Ovoidale, ispirata a quella dell’anfora romana. Una geometria antica che favorisce la circolazione naturale del vino al suo interno, generando una sorta di batonnage spontaneo: basta far ruotare l’uovo perché la massa si uniformi, senza interventi invasivi. Una dinamica delicata che valorizza la struttura del vino senza mai forzarla. È anche da qui che nasce il soprannome di Robin: The Egg Man.

Il cuore di Radda e la forza della selezione

Robin sceglie Monterinaldi, tra Panzano e Radda in Chianti, come cuore pulsante del suo progetto. È qui che incontra Mauro Bennati, il fattore aperto alla sperimentazione con le anfore. Ma ogni vino di Baum è un viaggio, un frammento d’Italia raccontato attraverso contenitori alternativi, vinificazioni rispettose e un approccio biodinamico quando possibile.

Produzione limitata a 5000 bottiglie annue, biologico certificato e tecniche biodinamiche per alcune etichette: ogni vino è una fotografia nitida del luogo da cui proviene, con lenti naturali e nessun filtro stilistico superfluo.

Il giro d’Italia in otto calici

Ed ecco che, in un pomeriggio nel Chianti Classico, Fabio Sarti mi conduce in una degustazione che ha il sapore di un Giro d’Italia al calice: una corsa enoica che prende il via dal nord, in Veneto, con una Garganega in purezza di Contrà Soarda.

Giallo paglierino, minerale come la sua terra vulcanica, sussurra erbe officinali, agrumi e un elegante finale fumé, che richiama alla nocciola tostata. Al sorso è graffiante, quasi sabbiosa, l’acidità e la sapidità si inseguono in un finale amaricante che vibra di energia e matericità.

Segue un Pinot Nero, sempre veneto, di un elegante carminio. Lavanda, peonia, ciclamino al naso, poi frutti scuri e cenni mielosi. In bocca è fine, elegante, con un tannino cesellato e un’armonica sapidità che richiama il terroir con precisione chirurgica.

È con il Sangiovese 2018 che la Toscana entra in scena. Ed è proprio qui che tutto cambia: è questo il vino che, a Radda, mi ha conquistato. Un incontro che non è stato solo degustazione, ma rivelazione; da qui è partito il mio desiderio di scoprire chi fosse Robin Baum, l’uomo che lascia parlare il Sangiovese con questa sincerità disarmante.

Al naso, rosa e glicine aprono il ventaglio aromatico con grazia; seguono sussurri speziati e un tocco balsamico che anticipano la profondità del sorso. In bocca, il vino è genuino e vibrante, con tannini setosi, eleganti, e una persistenza sapida che si allunga con naturalezza, raccontando la bellezza essenziale del terroir del Chianti Classico.

Più a sud, a Montalcino, il Brunello si lascia accarezzare dall’anfora dopo l’affinamento canonico. Elegante, balsamico, profondo. Note di liquirizia, coriandolo, rosa essiccata e frutta disidratata. In bocca la speziatura si intreccia con tannini raffinati, creando un Brunello tanto tipico quanto sorprendente.

A Castellina in Chianti, il viaggio gustativo cambia registro con un blend elegante e inusuale: 95% Merlot e 5% Alicante Bouschet, vinificati in una danza a tre tra cemento, barrique e anfora. Il colore è rubino intenso, compatto, preludio a un naso speziato e vellutato, dove l’Alicante porta in dote piccantezze di pepe nero, mentre il Merlot risponde con morbidezze ematiche e rotondità cremosa.
Al palato il sorso è ricco, pieno e armonico, in un gioco bilanciato tra la setosa profondità del Merlot e l’aromaticità vivace dell’Alicante, che chiude con una scia sapida e persistente. Un vino che seduce senza alzare la voce.

La Syrah firmata Baum rappresenta un’affascinante deviazione dal filo conduttore dell’anfora. In questo caso, l’affinamento avviene in rovere ungherese, e la scelta non è casuale: è una precisa volontà di esplorare come un contenitore, per quanto diverso, possa ancora parlare il linguaggio della misura e dell’eleganza. L’etichetta, in perfetto stile British humour, strizza l’occhio al pubblico con un piccolo dettaglio: l’uovo stilizzato compare qui rotto, segnalando ironicamente la sua assenza. Una nota di spirito in un progetto che non perde mai il senso dell’ironia, pur mantenendo un rigore assoluto nel calice.

Visivamente, la Syrah si presenta con un colore vivo e profondo, preludio a una complessità olfattiva intrigante. L’apertura è balsamica: liquirizia e foglia di alloro danzano in primo piano, seguite da un sussurro floreale che ricorda l’acqua di rose. Poi, all’improvviso, una nota dolce e retrò: quella delle caramelle Leone alla violetta, un richiamo gentile e nostalgico che aggiunge grazia alla sua trama aromatica.

In bocca il sorso è coerente con il naso: tannino ben centrato, elegante, scolpito ma non invadente, che si muove in armonia con un cuore floreale e un finale di sottile sapidità, a ricordare che anche fuori dall’anfora, Baum sa mantenere quel tratto distintivo che fa dei suoi vini un racconto sensoriale coerente e inconfondibile.

Il viaggio enoico firmato Baum si conclude con un tuffo nelle viscere della terra: l’Etna, con la sua energia tellurica, le escursioni termiche vertiginose e un suolo lavico che imprime carattere nel calice.

L’Etna Rosato, da Nerello Mascalese in purezza, si presenta con una tonalità salmone vibrante, brillante, quasi elettrica: un colore che già anticipa al calice quella freschezza nervosa che sarà protagonista al sorso. Al naso l’incipit è floreale, primaverile di ciclamino e primula, poi arriva il frutto rosso croccante e succoso, tra ciliegia marasca, ribes e melagrana.
In bocca è sorprendente: leggero nel corpo ma non nell’intensità, con un tannino centrale, perfettamente cesellato, che si intreccia con una sapidità netta, quasi marina, in un finale leggermente amaricante, dato dall’incontro tra vibrazione tannica e componente minerale. Non è un rosato qualunque, ma un rosso travestito, che racconta l’altura, il vento, la pietra lavica, e la tensione di un territorio che si fa sentire anche nei vini più delicati.

E poi c’è lui, il Nerello Mascalese vinificato in rosso, l’Etna Rosso DOC, che Robin interpreta con profondità quasi teatrale. Alla vista si annuncia con una veste scura e profonda, e già al primo respiro si capisce che siamo davanti a un vino che ha la coppola in testa e la lupara nell’anima. Radice di liquirizia, alloro, terra bagnata, ma anche note ematiche, arancia rossa e fior di cappero: un naso carnale, materico, vivo come la roccia che lo ha generato. I sentori si stratificano, si fondono con note fumé che sembrano evocare i passi sul basalto nero, tra lapilli e cielo.

Il sorso è muscoloso ma elegante: tannino presente, levigato, accompagnato da una buona acidità che tiene il ritmo e sostiene la beva fino a un finale sapido e amaro, dove tornano gli echi dell’arancia amara e del bitter. È un vino che cammina con passo sicuro sulle pendici del vulcano, selvatico ma controllato, estremo ma equilibrato, e chiude il viaggio con un sigillo di autenticità e forza.

Un uomo, un’anfora, un’Italia intera

Robin Baum non reinventa il vino. Lo ascolta. Gli parla sottovoce, lo accarezza, lo lascia esprimere senza forzature, come si fa con ciò che si ama davvero. Con lui, l’anfora non è solo un contenitore, ma un messaggero del tempo, un ponte tra la terra e la memoria. Baum è un alchimista gentile, uno di quei rari artigiani moderni che sanno quando intervenire e quando farsi da parte. In un mondo che spesso urla per essere notato, lui sceglie il silenzio eloquente della materia grezza, la lentezza della trasformazione, l’umiltà dell’ascolto.

Il suo vino non segue mode, ma traccia sentieri sinceri. Da Radda all’Etna, passando per Montalcino, Bassano e Castellina, ogni bottiglia è una pagina d’Italia scritta con la calligrafia pulita del terroir. Nessuna sovrascrittura, nessuna maschera. Solo identità, profondità e rispetto.

Baum non impone uno stile: restituisce un’anima. E lo fa con la leggerezza dei grandi, con lo stupore ancora vivo negli occhi e quella scintilla di follia lucida che appartiene ai visionari.

Less is more”, recita un celebre motto dell’architettura inglese. Ma qui, tra vigne selezionate e uova di terracotta, tra profumi che raccontano albe lente, mani segnate dal lavoro e battiti d’attesa, less è tutto. Perché, quando togli il superfluo, resta la verità. E nel bicchiere di Robin Baum, quella verità è limpida, viva, commovente.

 

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Immagine di Sara Calimari

Sara Calimari

Curiosa ed eccentrica per natura, vedo nel vino la più alta forma di espressione culturale: ogni calice racconta una storia, legata indissolubilmente alla terra da cui nasce. Per me degustare è come leggere un libro: lo faccio con umiltà, cercando di restituire al vino la sua voce più genuina. Professionista nella comunicazione e sommelier Ais, organizzo eventi e guido masterclass, oltre che scrivere per riviste di settore e testate giornalistiche specializzate nel mondo del vino. Terza classificata al Concorso Miglior Sommelier Ais della Toscana 2025, continuo a studiare, ascoltare e raccontare il vino, con la stessa passione del primo giorno.

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