C’è un momento, in certi eventi, in cui si capisce che non si sta semplicemente partecipando a una degustazione. Succede quando il racconto supera il prodotto, e il prodotto diventa territorio, cultura, identità condivisa. È quanto accaduto a Villareggia, in occasione della Sagra del Brut, dove la Cantina Luca Leggero ha ospitato una masterclass dal titolo provocatorio: “Il Brut non è uno Spumante”. Un titolo che gioca sull’equivoco per portare l’attenzione su tutt’altro: un salume tipico, poco conosciuto fuori dai confini locali, ma profondamente radicato nella tradizione del territorio. Non una semplice degustazione, ma un vero tavolo di confronto, con la presenza di alcune delle principali associazioni del mondo del vino italiano – AIS, FISAR, ONAV, ASPI – affiancate da realtà come Slow Food e ONAS, a sottolineare come il dialogo tra vino e cibo sia oggi più che mai centrale.
E proprio il dialogo è stato il filo conduttore dell’intera giornata. I vini della cantina hanno fatto da guida a questo percorso: dall’Erbaluce di Caluso DOCG, nelle sue diverse interpretazioni, fino al Nebbiolo del Canavese, passando per un Dolcetto delle Langhe capace di raccontare una quotidianità mai banale. Non una sequenza tecnica, ma un racconto progressivo, in cui ogni calice ha accompagnato – e spesso messo alla prova – le diverse declinazioni del Brut di Villareggia.
Se nella sua versione più autentica il Brut si presenta nella sua essenzialità, è nelle reinterpretazioni che emerge la vitalità di questo prodotto: dalla salsa verde alla frittata, dal risotto fino alla versione fritta, il Brut si presta a una sorprendente versatilità, trasformandosi da memoria gastronomica a materia viva, capace di evolversi e dialogare con linguaggi contemporanei. Ed è proprio in questo spazio, tra tradizione e sperimentazione, che si gioca oggi la valorizzazione dei prodotti locali.
A rendere l’evento ancora più significativo è stata la presenza, rara, di tante anime del mondo del vino riunite attorno a un unico tavolo, non in competizione ma in una reale condivisione di intenti, un segnale importante soprattutto in un momento storico in cui il settore vitivinicolo è chiamato a confrontarsi con nuove sfide, spesso anche culturali. Villareggia, per un giorno, è diventata così un piccolo laboratorio di visione, un luogo in cui il vino non è solo prodotto ma strumento di relazione.
Dietro tutto questo c’è però un elemento fondamentale: la comunità. Il lavoro congiunto tra amministrazione, Pro Loco e realtà produttive ha dimostrato come la valorizzazione passi prima di tutto dalla consapevolezza interna, dalla capacità di riconoscere il valore di ciò che si ha, prima ancora di raccontarlo all’esterno. Il successo dell’iniziativa non è quindi solo nei numeri, ma nella direzione intrapresa: quella di un territorio che sceglie di fare sistema. Alla fine, la sensazione è che questa non sia stata solo una masterclass, ma una vera dichiarazione d’intenti, perché quando vino, cibo e territorio iniziano a parlarsi davvero, non si limitano più a raccontarsi, ma costruiscono futuro.




















