Eccellenza di Toscana 2026: dalla Leopolda una Toscana plurale, consapevole e in movimento

Alla Stazione Leopolda, il 7 e 8 marzo, Eccellenza di Toscana è tornata a prendersi la scena con l’autorevolezza delle manifestazioni che non hanno più bisogno di dimostrare nulla, ma continuano a crescere perché sanno rinnovare il racconto. La 24ª edizione ha rimesso al centro il vino toscano come fatto agricolo, culturale, identitario ed economico, e lo ha fatto con quella formula che AIS Toscana ha saputo rendere riconoscibile negli anni: una grande degustazione, sì, ma soprattutto un luogo di incontro tra territori, linguaggi produttivi, sensibilità diverse e visioni del futuro.

Alla Leopolda il vino non stava fermo nei calici: circolava nelle parole dei produttori, nelle domande degli appassionati, nelle traiettorie dei sommelier, nella curiosità di chi cercava conferme e nella sorpresa di chi inseguiva una scoperta. Oltre mille etichette in assaggio, più di 150 produttori, percorsi guidati, pillole formative, masterclass, approfondimenti, spazi dedicati non solo al vino, ma anche a birra, distillati, olio, tè e cioccolato. Un impianto ampio, articolato, mai dispersivo, capace di restituire la complessità dell’agroalimentare toscano senza snaturare il cuore della manifestazione. E quel cuore, ancora una volta, batteva forte.

La sensazione, entrando, era quella di una Toscana consapevole della propria forza ma non ripiegata su sé stessa. Una Toscana che sa di poter contare su denominazioni storiche e territori iconici, ma che sceglie di mettersi in discussione, di affinare il proprio lessico, di aprirsi al confronto. In questo senso Eccellenza di Toscana continua a essere una manifestazione necessaria: non una semplice vetrina di etichette, ma una piattaforma di lettura del presente del vino regionale.

La mia prima tappa non poteva che essere Trento DOC, presenza ormai irrinunciabile a ogni edizione vissuta con attenzione, quasi un rito d’apertura capace di accordare il palato e lo sguardo prima di entrare nel cuore della Toscana. Non è una deviazione dal racconto della fiera, ma un controcanto di metodo, precisione e stile: un cammeo di montagna che, tra i banchi della Leopolda, porta in scena la classicità del tempo lungo sui lieviti, la purezza del gesto, il valore della misura. In mezzo alla ricchezza delle denominazioni toscane, questo passaggio iniziale ha il sapore di una soglia: un momento di taratura sensoriale, fatto di perlage, profondità e verticalità, prima di immergersi nel paesaggio ampio e multiforme della manifestazione.

Il Maso Martis Trentodoc Dosaggio Zero Riserva Millesimato si è confermato un must assoluto. Nel calice si presenta di un paglierino scarico, luminoso, attraversato da un perlage sottile e tenace, continuo, quasi cesellato. Il profilo olfattivo è nitido, di bella profondità, costruito su un registro di intensità mai urlata: lievito fine, mandorla fresca, nocciola appena tostata, una traccia minerale sottile ma incisiva a sostenere l’intero impianto aromatico. In bocca è vino di slancio e sostanza: l’attacco è secco, affilato, la sapidità corre centrale, l’acidità è viva e perfettamente integrata, mentre il finale si distende con una morbidezza misurata che non toglie nulla alla sua indole rigorosa. C’è corpo, c’è decisione, ma c’è soprattutto armonia.

Degno di nota anche il Methius Trentodoc Brut Riserva 2019 di Dorigati, che si muove su un registro più ampio e avvolgente. Già nel colore, un giallo paglierino con riflessi dorati, si intuisce un’impostazione più generosa. Il naso è intenso e complesso, con richiami di frutta matura, leggere spezie, crosta di pane e una sfumatura cremosa che accompagna il profilo senza appesantirlo. Il sorso entra avvolgente, con una spuma presente ma mai aggressiva, e si sviluppa in equilibrio tra freschezza, pienezza e lunghezza, restituendo una sensazione di compostezza aristocratica.

Di grande fascino il Mach Nuar Trento DOC della Fondazione Edmund Mach, bottiglia che porta con sé non solo il valore del vino ma anche il peso culturale di una delle istituzioni più importanti per la formazione e la ricerca agraria ed enologica italiane. Pinot Nero in purezza da alta quota, che nel bicchiere restituisce perfettamente il suo contesto. Il colore è un paglierino lucente con riflessi verdolini, il perlage è fine e persistente. Al naso emergono note floreali nitide, tiglio, sfumature agrumate sottili, poi pepe bianco, un cenno di vaniglia e una delicatezza speziata ben fusa nel quadro. In bocca è verticale, immediatamente sapido, sostenuto da una cremosità calibrata che deriva dal lungo affinamento sui lieviti e dall’uso misurato del legno. Un vino di energia e precisione, mai forzato.

Il Letrari Quore Brut Riserva si colloca invece su un’idea di completezza gustativa più rotonda, più ampia, ma non per questo meno elegante. Il colore tende al dorato brillante, con bollicina fitta e persistente. Il naso apre su crosta di pane, toni vanigliati, mela matura, frutta secca, poi agrumi e sfumature di miele. In bocca è pieno, cremoso, quasi burroso nella tessitura, ma sempre sostenuto da una corrente fresca che gli impedisce qualsiasi cedimento. La struttura è solida, il finale lungo, ritmato, con un bel dialogo tra maturità del frutto e slancio acido. Vino di forte appagamento, di bella complessità, ma capace di mantenere il passo.

Chiude la sequenza l’Abate Nero Domini Nero Millesimato, che riporta il focus sulla verticalità e sulla finezza. Giallo paglierino brillante, perlage finissimo, si apre su un frutto preciso di piccoli frutti rossi, con tocchi erbacei di montagna e una chiara matrice minerale. Il sorso ha un ingresso dominato da sapidità e freschezza, quasi tattile, poi si allunga con progressione e restituisce in chiusura una persistenza fruttata elegante. È un vino che gioca sulla finezza del dettaglio più che sulla larghezza del volume.

Letti in sequenza, questi assaggi restituiscono una chiave di lettura molto chiara del Trento DOC contemporaneo: non un modello unico, ma un sistema stilistico coerente che si muove tra due poli ben definiti. Da una parte la verticalità, la tensione, la precisione espressiva del dosaggio zero e delle interpretazioni più affilate (Maso Martis, Abate Nero, Mach); dall’altra l’ampiezza, la cremosità, la profondità gustativa delle riserve più evolute e strutturate (Methius, Letrari).

Nel mezzo, ciò che li tiene insieme è una cifra comune: la capacità di lavorare sul tempo — quello dei lieviti, quello dell’affinamento, quello della costruzione del sorso — senza mai perdere leggibilità. Ed è proprio questa chiarezza, questa pulizia di espressione, che rende il Trento DOC un’apertura perfetta: perché prima ancora di stupire, mette ordine. Prima di emozionare, calibra.

E così, quando si lascia questo primo banco per entrare nel cuore della Toscana, lo si fa con il palato già allineato, con una misura acquisita, con un’idea precisa di equilibrio. Un inizio che non è solo un’introduzione, ma una vera messa a fuoco del racconto.

Dopo questa partenza, sono entrata nel cuore della Toscana. Tra le novità che hanno meritato attenzione, senza dubbio il Piricchio 2025 di Giacomo Grassi, IGT Toscana Rosato da Canaiolo in purezza. Nel calice si presenta con un rosa tenue, provenzale solo nel colore, perché il contenuto parla con accento decisamente toscano. Al naso è immediatamente riconoscibile per la sua matrice varietale: ciliegia croccante, fragolina di bosco, un tocco balsamico di foglia di verbena, poi erbe aromatiche, timo e una sfumatura di incenso selvatico che ne allunga il profilo. In bocca è l’acidità fruttata a prendere il comando, scolpendo un sorso succoso, nervoso, armonico, dove ritornano ciliegia e scorza di pompelmo rosa. La sapidità accompagna la progressione e ne prolunga il ricordo. È un rosato elegante, ma non addomesticato: ha slancio, sale, carattere, e soprattutto non rinuncia alla propria identità territoriale per inseguire modelli esogeni.

Tra le grandi conferme territoriali c’è Tenuta Ceri di Carmignano. Chi conosce il lavoro di Edoardo, sa che nei suoi vini c’è un tratto umano che diventa tratto stilistico: sincerità, nettezza, rifiuto del superfluo, fedeltà al territorio, ma anche precisione e riconoscibilità. I vini assaggiati raccontano un Carmignano identitario e pulito, dove il Sangiovese e gli internazionali trovano un punto di equilibrio non solo tecnico, ma culturale. Qui il Cabernet Sauvignon non è una presenza accessoria, né una concessione storica da giustificare: è parte del paesaggio, seconda patria e lingua adottiva pienamente integrata. Ma la mano di Edoardo gli restituisce sempre una misura finissima, quasi francese nell’anima, senza perdere la luce del territorio.

Nel rosato come nel Carmignano e nel Carmignano Riserva, il frutto resta sempre al centro, preciso, nitido, sostenuto da una trama tannica fine e centrale, mai sgranata, mai sopra le righe. E nelle Balze, dove i rapporti si rovesciano e il Cabernet Sauvignon prende la maggioranza sul Sangiovese, si vede ancora meglio la qualità della conduzione. Qui il Cabernet viene domato senza essere snaturato: nessuna deriva vegetale greve, nessun cedimento pirazinico, ma una tessitura magistrale giocata su mora di gelso, cassis, sottobosco, con un cenno balsamico che sfiora appena la foglia di ortica nella sua dimensione più fresca ed elegante. Vini che non chiedono di essere spiegati troppo, ma semplicemente di essere ascoltati mentre si confidano al calice.

Molto interessante anche l’incontro con Vannucci Droandi e con il suo Gralima, espressione di quella Lacrima Nera del Valdarno che è stata iscritta nel Registro del Ministero nel 2018 proprio con il nome di Gralima, per evitare confusioni con altri vitigni già censiti. Nel bicchiere è un vino che non cerca compiacenza: il colore è rubino fitto, quasi materico, la consistenza si legge già nella rotazione del calice. La componente polifenolica è evidente e si traduce anche in una trama tannica ancora giovane, corta sul piano polimerale, ma sorretta da una spalla acida che ne promette l’integrazione nel tempo. Il frutto c’è, ma per ora resta ancora in parte trattenuto dalla materia. È un vino che chiede pazienza, proprio come il Pugnitello e il Foglia Tonda che Roberto continua a produrre con coerenza e visione.

Uno dei momenti più interessanti e culturalmente riusciti dell’intera manifestazione è stata però la masterclass dedicata all’Elba DOC e all’Ansonica, vero punto di convergenza tra approfondimento territoriale e sensibilità narrativa. Qui Eccellenza di Toscana ha mostrato il suo volto migliore: non solo esposizione di etichette, ma occasione per fermarsi, mettere a fuoco e ascoltare una denominazione nel suo insieme.

La masterclass è stata resa ancora più significativa dalla presenza di Antonio Arrighi, Presidente del Consorzio di Tutela dei Vini dell’Elba e anche delegato AIS Elba, figura centrale nel tenere insieme produzione, rappresentanza e visione territoriale, e dalla conduzione di Cristiano Cini, presidente AIS Toscana, che ha guidato l’incontro con lucidità, misura e autentica capacità di lettura. Cini ha dato ritmo alla degustazione, senza mai schiacciarla sotto il peso della didattica, lasciando spazio ai produttori, al carattere dei vini e all’identità del vitigno. Arrighi, dal canto suo, ha restituito all’Ansonica il respiro lungo della storia, del paesaggio e della viticoltura isolana, mostrando come la DOC Elba non sia un margine esotico del vino toscano, ma un presidio prezioso di biodiversità, cultura agricola, memoria e contemporaneità.

L’Ansonica è varietà di origine siciliana, nota nell’isola madre come Inzolia, diffusasi all’Elba, al Giglio (dove è chiamata Ansonico) e lungo la costa toscana. Vitigno vigoroso, a maturazione tardiva (fine settembre/inizio ottobre), dotato di buccia spessa, ricca di pectina e polifenoli, capace di generare nel vino una precisa sensazione tattile di grip, un centro bocca spesso più materico che semplicemente voluminoso. È varietà che ama i climi caldi, meno amica di condizioni umide (che la rende sensibile a oidio e peronospera), e all’Elba ha trovato un ecosistema di mare, vento, pietra, sale e luce che la rende profondamente sé stessa. La masterclass ha avuto il merito di mostrarne non una sola faccia, ma un intero spettro espressivo.

Il Valyria Elba Ansonica DOC di Sapereta, ancora in prova di botte, si presenta con un paglierino leggermente velato, proprio a testimoniare la sua natura in divenire. Il naso apre su gelsomino, fiori di acacia, poi lime. In bocca emerge chiaramente quel grip varietale tipico dell’Ansonica, una presa centrale dovuta alla ricchezza fenolica dell’uva, accompagnata da un’acidità agrumata e da una leggera nota amaricante finale che, insieme alla sapidità, ne rende il sorso nervoso e promettente.

Con Blumo 2024 de La Faccenda, da 85% Ansonica e 15% vitigni autoctoni, il quadro cambia: il paglierino con riflessi dorati introduce un profilo più morbido e avvolgente. Al naso emerge miele, rosa gialla, frutta a polpa gialla, elicriso, mimosa e ginestra. La bocca si muove più in larghezza che in spinta, giocando su pienezza, equilibrio e avvolgenza. L’acidità è presente, ma trova nel corpo del vino un interlocutore degno, complice indubbiamente il lavoro sulle fecce che regala al sorso sostanza.

L’Ansora 2024 dell’Azienda Agricola Mola, da Ansonica con Procanico e Malvasia, senza macerazione e con uso di lieviti selezionati, esprime un’altra faccia del territorio. Dorato tenue e vibrante, al naso apre in salsedine e ricordo di mare, poi erbe officinali mediterranee, elicriso, incenso selvatico, semi di anice. In bocca è l’acidità a scandire il passo, sorreggendo un sorso materico, largo al centro, che chiude nel sale con ritorni di lime. Territoriale e marino, senza scorciatoie.

Allori Elba Ansonica DOC 2024, dalla zona di Lacona, si racconta con un paglierino tenue e un naso balsamico di nepitella, macchia mediterranea, timo limonato, elicriso, fiori bianchi e lime. Il sorso si sviluppa in tensione, con acidità agrumata a rendere snella la progressione; poi arrivano sale, grip e una chiusura calda, ma alleggerita dall’acidità. Un vino sottile, centrato, di bella coerenza.

La Chiesina di Lacona Elba Ansonica DOC 2024, da una realtà giovane che ha iniziato a imbottigliare solo nel 2019 (dopo una lunga storia di conferimento delle uve), mostra un profilo più complesso. Il colore è paglierino con riflessi dorati; il naso si apre su fienagione, tè grigio, burro di karité, erbe officinali. In bocca il sorso è ricco, saporito, con una chiusura calda e salata, attraversata da un’amarezza officinale di arancio, timo, elicriso e rosmarino. Vino di sostanza e carattere.

Acquabona Elba Ansonica DOC 2024, da vigne di Schiopparello a un chilometro dal mare, restituisce forse in modo più diretto la relazione tra vitigno e ambiente. Dorato tenue, al naso apre sulla nepitella, poi pietra bagnata, cipria, conchiglia, salsedine, pesca bianca e mela. In bocca entra equilibrato e avvolgente: l’acidità, giocata sul pompelmo rosa, si colloca al centro e taglia una certa cremosità del sorso, data proprio dalla componente sapida. Vino molto ben composto, di bella leggibilità.

Il Cecilia Elba Ansonica DOC si distingue, invece, per precisione aromatica e pulizia. Paglierino con riflesso verdolino, apre su timo limonato, incenso selvatico, elicriso, poi nepitella e ricordi marini. Un naso molto centrato, frutto anche del controllo del freddo per contenere le tendenze ossidative a cui il vitigno può essere soggetto. In bocca l’acidità domina la scena, portando dinamismo e tensione, mentre la chiusura si allarga su morbidezza e sapidità.

Con Arrighi Valerius 2024 Elba Ansonica Anfora IGT, appena imbottigliato e frutto di una lunga esperienza di vinificazione in anfora, quest’anno per la prima volta in cocciopesto, il discorso si sposta su un piano più sperimentale, ma sempre coerente. Dorato tenue, al naso evoca cipria e timo. Il sorso acquista volume e ricchezza proprio grazie al cocciopesto, con una chiusura larga, pastosa, quasi grassa, amplificata dalla sapidità. Qui Antonio Arrighi ha mostrato bene come innovazione e territorio non siano termini in opposizione, ma possano diventare parte dello stesso racconto, quando la ricerca resta fedele all’origine.

Poi è arrivata Zampicata 2024 di Montefabbrello, e la degustazione cambia ritmo. Già il nome racconta una festa collettiva, un gesto antico: l’uva pestata coi piedi nel palmento, condivisa, partecipata. Nessun lievito selezionato, nessun controllo di temperatura, passaggio in botte e filtrazione prima dell’imbottigliamento. Un’orange di Ansonica che si presenta al calice in un’ambra intensa e spiazzante. Al naso scorza di mandarino, miele di erica, elicriso, ginestra, canfora, foglie di tè, infuso di camomilla. In bocca il grip tannico si fa evidente, l’acidità integra una materia importante, la sapidità finale allunga il sorso. Un vino sfacciato, gastronomico, pieno, che non teme il carattere.

Infine, Le Sughere Montefico Miniera Elba Ansonica DOC 2024, dal versante orientale dell’isola, nel comune di Rio Marina, da terreni ricchi di ferro, minerali e scheletro, in una viticoltura di terrazza che ha tutti i tratti dell’eroicità. Paglierino con riflesso dorato, al naso esordisce in cenni officinali di olivo, poi l’anice si fa strada per chiudere nel ricordo balsamico della nepitella. Il sorso apre morbido, poi si fanno strada il sale, l’acidità di lime, gli echi floreali e quel grip finale, quasi astringente, capace di riequilibrare la morbidezza iniziale.

Calice dopo calice, diventa chiaro che l’Elba DOC non è una piccola enclave da raccontare con folclore o indulgenza, ma un territorio serio, complesso, identitario, che merita ascolto e attenzione critica. Un territorio capace di tenere insieme mare e montagna, sole e vento, sale e materia, tradizione contadina e ricerca. E, soprattutto, capace di parlare una lingua distintiva nel panorama toscano.

L’Ansonica porta, così, dentro al calice la luce radente dell’isola, la macchia mediterranea, il sale sulle labbra, la pietra scaldata dal sole, la brezza che asciuga i filari, il lavoro ostinato di chi coltiva in equilibrio tra terra e mare. E allora capisci che la DOC Elba non è solo una denominazione da valorizzare: è una voce da ascoltare, una frontiera luminosa del vino toscano.

In questo, il lavoro di AIS Toscana e della delegazione elbana è stato prezioso, perché celebrare un territorio non significa semplificarlo o mitizzarlo, ma offrirgli il contesto giusto per essere capito.

Alla fine, Eccellenza di Toscana 2026 ha restituito l’immagine di una regione che non si limita a raccontarsi, ma continua a riscriversi, vendemmia dopo vendemmia, calice dopo calice: una Toscana plurale, a tratti contraddittoria, ma proprio per questo autentica, capace di stare nel presente senza perdere profondità.

 

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Immagine di Sara Calimari

Sara Calimari

Curiosa ed eccentrica per natura, vedo nel vino la più alta forma di espressione culturale: ogni calice racconta una storia, legata indissolubilmente alla terra da cui nasce. Per me degustare è come leggere un libro: lo faccio con umiltà, cercando di restituire al vino la sua voce più genuina. Professionista nella comunicazione e sommelier Ais, organizzo eventi e guido masterclass, oltre che scrivere per riviste di settore e testate giornalistiche specializzate nel mondo del vino. Terza classificata al Concorso Miglior Sommelier Ais della Toscana 2025, continuo a studiare, ascoltare e raccontare il vino, con la stessa passione del primo giorno.

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