Come si sta evolvendo Montalcino?

Le chiavi di lettura da Benvenuto Brunello 2025

Montalcino, a fine novembre, ha un’energia diversa. Il Chiostro di Sant’Agostino torna a riempirsi di taccuini e calici per Benvenuto Brunello, che alla sua 34ª edizione conferma il ruolo di anteprima più longeva d’Italia. Dal 20 al 24 novembre sono state 122 le cantine protagoniste e circa 100 giornalisti e wine expert, quasi la metà provenienti dall’estero, con la delegazione statunitense in testa insieme a Regno Unito, Canada, Corea e numerosi Paesi del Nord Europa. Dopo le giornate riservate alla stampa, il Chiostro ha ceduto il passo ai walk-around tasting, dove produttori, wine lover, ristoratori e sommelier si sono scambiati impressioni e visioni su Brunello 2021, Brunello Riserva 2020 e Rosso 2024.

Dentro questo palinsesto ho avuto l’occasione di partecipare alla masterclass “Brunello al Vertice: Riserva 2019 e Vigna 2018” guidata da Giambattista Marchetto: un percorso pensato per osservare il Brunello dall’alto delle sue espressioni più identitarie, quelle che raccontano il territorio per parcella, per esposizione, per microstoria. Marchetto ha proposto tre parole chiave per definire l’idea di “vertice”: profondità, cioè la capacità di un vino di scavare nel tempo e allungarsi negli anni; pazienza, perché senza tempo non c’è Brunello e plasticità, ovvero il concetto che il Brunello non sia un vino solo, ma una somma di espressioni, nessuna più rappresentativa dell’altra, frutto di versanti, altitudini e mani diverse. A ogni azienda è stato chiesto di scegliere una parola identitaria: un gesto semplice, che però ha reso la degustazione più nitida, quasi intima.

La prima tappa è Tenuta Buon Tempo con il Brunello di Montalcino Oliveto P.56 2018. Siamo a nord, subito dopo la discesa da Montalcino, nel cuore del Podere Oliveto, citato già nel 1941 quando apparteneva a Rossini Martelli e veniva coltivato in mezzadria soprattutto a olivo. Il primo vigneto arriva solo nel 1994, proprio nella particella 56: oggi è la vigna più antica dell’azienda, quella da cui si raccolgono i grappoli migliori. Per e Janet, provenienti da due estremi del mondo e innamorati dell’arte del vino, vedono in questo luogo la possibilità di realizzare un sogno: fare un Brunello che torni ad avere concentrazione, energia, forza evolutiva. “Concentrazione” è infatti la loro parola chiave. L’Oliveto P.56 nasce a 350 metri, da grappoli selezionati con cura: il colore è un carminio di media fittezza verso il granato; al naso mora di gelso, balsamicità di alloro, poi violetta in essiccazione e un lieve cenno ematico. In bocca l’acidità fruttata guida il sorso e si integra con un tannino centrale, fine, che dà una sensazione di austerità ancora in fase di apertura. La 2018, fresca e piovosa, è stata interpretata ricercando, però, densità e profondità: un vino potente ma bilanciato, che chiede tempo.

Si passa poi a Val di Suga con il Brunello di Montalcino Vigna Spuntali 2018. La tenuta deve il nome al torrente Suga. Vigna Spuntali si trova sul versante sud-ovest, a 300 metri, in un clima mediterraneo asciutto, ben ventilato, con suoli sabbiosi da degradazione di pietraforte, circondato da ulivi e macchia mediterranea di mirto, rosmarino ed elicriso. La parola scelta è un trittico: “Volume, Carnosità, Piacevolezza”. Il colore è un rubino più fitto del precedente; la ciliegia è accompagnata dalla balsamicità dell’alloro, poi soffi di rosmarino e cenni ematici. Al palato entra morbido, con tannino più docile e integrato nella spalla acida. Val di Suga ha scelto una vendemmia leggermente anticipata per custodire agilità ed eleganza: ne nasce un vino sottile, ma allo stesso tempo carnoso, di grande godibilità.

A Castelnuovo dell’Abate Mastrojanni presenta il Brunello di Montalcino Vigna Schiena d’Asino 2018, un grande classico del versante sud-est, dove il fiume Orcia e il Monte Amiata creano un microclima unico. L’azienda nata nel 1975 con l’avvocato Mastrojanni, nel 2008 entra nel gruppo Illy e dal 2022 avvia la conversione al biologico con Francesco Illy. Schiena d’Asino è una vigna di vecchie piante, esposte sud-est e sud-ovest, a 385 metri, su suoli lacustri di argille lignitifere, arenarie, sabbie e conglomerati. La parola chiave è “Esserci”: imbottigliare solo quando il vino è pronto a raccontare il meglio dell’annata. Il colore è un carminio vibrante, fitto, con riflessi granati; al naso pot-pourri di viola e rosa, dove la dolcezza racconta la caramella alla violetta, balsamico di alloro, poi una ciliegia succosa, sottobosco e note fumé che evocano la pietra focaia. L’assaggio è un manifesto di eleganza: freschezza sottile ma costante, profondità orizzontale, grande lunghezza sul frutto. La 2018 qui regala un Brunello fresco e verticale, ma ricco nell’anima.

Chiude il quadro delle vigne Canalicchio di Sopra con il Brunello di Montalcino Vigna Montosoli 2018. Siamo sul versante nord-est, in 60 ettari di cui 19 a vigneto nel cuore del paesaggio UNESCO. Canalicchio è parte fondativa della storia del Brunello: la prima bottiglia aziendale è del 1966, nel 1967 è tra i dodici marchi che firmano la nascita del Consorzio. Montosoli, cru storico, viene qui interpretato con rigore: vigne del 1997 tra 215 e 255 metri, su galestro, suoli franco-argillosi con molto limo e scheletro che innalza il pH. Ne derivano vini strutturati, minerali, sapidi, sostenuti dall’acidità, ideali per l’invecchiamento. Le parole scelte sono “Trasparenza” e “Infinito”. Nel calice un rubino concentrato, riflessi carminio; al naso alloro, menta secca, radice di liquirizia, frutto scuro di mora di gelso e cassis, rosa essiccata, sottobosco, radici e scorza di albero. Il sorso è pieno, teso, con tannino centrale e fine, freschezza fruttata e una scia salina tipica del cru: finale interminabile, tannino dinamico, vino che chiede tempo e lo ripagherà.

Dalle vigne alle Riserve 2019, annata magistrale che a Montalcino non ha bisogno di presentazioni. Apre la serie Sassodisole – Brunello di Montalcino Riserva 2019: la famiglia Terzuoli, viticoltori da generazioni, coltiva dieci ettari nel nord-est, tra 280 e 320 metri, su terreni pliocenici a medio impasto con scheletro. “Sempre” è la parola chiave: un vino da godersi oggi come tra dieci anni. Nel calice rubino vibrante e carminio; al naso eucalipto, gelso, cassis, foglie bagnate, tabacco, spezie di noce moscata e cardamomo. Sorso dinamico, tannino fruttato, acidità di arancia sanguinella, sapidità che allunga il frutto. Plasticità pura: un Brunello senza effetti speciali, ma profondamente unico.

Si arriva poi a Camigliano, un luogo che porta con sé una storia antichissima: un borgo immerso tra boschi e tracce etrusche, divenuto nel Medioevo un avamposto fortificato. È un territorio che ha sempre conservato la sua anima rurale, e questa impronta si ritrova anche nello stile dei vini. Tutti i vini di Camigliano passano in cemento prima della bottiglia: un passaggio che distende il vino dopo la costrizione del legno, permettendo alla varietale del Sangiovese di emergere con fierezza.

Il Brunello di Montalcino Riserva Gualto 2019 è la super-selezione della casa e nell’annata 2019 trova un alleato ideale. Il colore è un rubino compatto; al naso emerge un balsamico profondo di eucalipto, incenso selvatico e radice di liquirizia, seguito da mora di gelso, ciliegia sotto spirito e un sottobosco che richiama humus e fungo, su una speziatura balsamica di cardamomo a chiudere. In bocca l’esposizione sud/est porta una nota alcolica percepibile (14%), ma la struttura e la freschezza la bilanciano con armonia. Il tannino è centrale, fine, vibrante, e si allunga in progressione lasciando sussurri di frutta secca. Una Riserva intensa ma equilibrata, “radicata nella classicità” di Camigliano e dotata di una bella prospettiva nel tempo.

Lisini Brunello di Montalcino Riserva 2019

Lisini è una delle colonne portanti del versante sud-ovest di Montalcino, sulle alture che guardano Sant’Angelo in Colle, dove le correnti marine della Maremma riducono precipitazioni e nebbie creando un microclima unico. Qui si custodiscono 27 ettari di vigneto tra i 350 e i 500 metri. La filosofia produttiva è quella della tradizione: selezione rigorosa, uve sane anche nelle annate difficili, lunghi affinamenti in botti grandi di Slavonia.

La Riserva 2019, prodotta solo nelle annate migliori, nasce dall’idea di “sintesi di territorio”, la parola chiave scelta dall’azienda. Nel calice si presenta con un rubino fitto e vibrante. Il naso è immediatamente etereo, poi si stratifica in una ciliegia sotto spirito e crème de cassis; segue un balsamico profondo di eucalipto. Emergono note di rabarbaro e tamarindo su echi quasi di chinotto, poi una speziatura elegante di cardamomo, tabacco umido e cioccolato che si lega a effluvi mentolati e fruttati di ciliegia, un intreccio che evoca ricordi di cioccolatino After Eight e Mon Chéri.

Al palato si percepisce subito la struttura, tipica della zona più calda del sud di Montalcino, ma la 2019 regala equilibrio: la freschezza abbraccia la sapidità e allunga il sorso su ritorni di frutta sotto spirito. Il tannino è gustoso, fitto e in progressione: “martella” senza mai bloccare, integrandosi nella spalla acida e creando profondità. È un vino che promette un’evoluzione importante: quando il tannino completerà la sua polimerizzazione, rivelerà la piena maturità del frutto e la complessità che oggi si intravede già nel bicchiere.

Banfi chiude con il Brunello Riserva Poggio all’Oro 2019, da singolo vigneto impiantato nel 1979 a 250 metri su terrazza naturale nord-ovest. Il vigneto Poggio all’Oro, impiantato nel 1979 su una terrazza naturale a 250 metri esposta a nord-ovest, è il primo cru aziendale e viene prodotto solo nelle annate straordinarie.

I suoli sono un mosaico complesso: sedimenti argillo-limosi bruni, pietre e ciottoli calcarei, importantissima struttura e drenaggio ottimale. È un terroir che aspira naturalmente alla longevità e che Banfi interpreta come espressione “iconica”, parola scelta per rappresentarne l’identità.

Nel calice il 2019 si presenta con un rubino fitto e vibrante. L’ingresso olfattivo è profondo: una balsamicità di eucalipto e radice di liquirizia apre la strada a note carnose di humus ed echi ematici. Il sottobosco è umido, ricco di radici e foglie di tabacco; il frutto emerge dopo, evoluto, nella ciliegia gelée e nella rondella di arancia essiccata. Un pot-pourri di fiori secchi — rosa e violetta — chiude un naso complesso ma preciso.

L’assaggio è denso e strutturato: si percepisce la materia, la polpa di frutta che accoglie un tannino ben presente, fine nella grana, ma ancora corto nella sua espressione molecolare, agli inizi del suo percorso di polimerizzazione, e con un tocco leggermente terroso, che aggiunge masticabilità e profondità. L’acidità interviene come bilanciamento naturale, alleggerendo il peso del sorso e accompagnando verso una chiusura sapida e persistente.

Il Poggio all’Oro 2019 è un Brunello che unisce potenza ed eleganza, ampiezza e rigore, in una delle annate che più hanno superato le aspettative iniziali. Iconico non per autodefinizione, ma perché incarna ciò che Banfi vuole raccontare: un Brunello solido, riconoscibile, costruito per sfidare il tempo senza mai perdere la sua impronta territoriale.

Questa immersione nelle annate alte è stato il prologo perfetto all’anteprima del Brunello 2021. Un’annata segnata da un’estate particolarmente asciutta, ma con una buona escursione termica e una primavera molto fredda, culminata nella gelata d’aprile che ha ritardato il ciclo vegetativo e, in alcuni casi, ridotto la produzione. Un settembre ancora caldo sopra la media ha portato la vendemmia tra la seconda decade ed i primi di ottobre. Il risultato? Tannini morbidi, freschezze non sempre incisive, alcolicità percepibile, maturità del frutto: un’annata non epocale, ma discreta, specie considerando la complessità climatica. La grande domanda è sulla capacità evolutiva futura di annate così calde, ormai sempre più frequenti. Intanto, però, il bicchiere dice che i produttori hanno imparato a leggere anche questi millesimi difficili.

Tra i miei assaggi del cuore:

  • Brunello di Montalcino 2021 – Fuligni per equilibrio aristocratico;
  • Brunello di Montalcino Ciliegio 2021 – La Magia per energia ed espressione del frutto;
  • Brunello di Montalcino 2021 – Corte dei Venti per pulizia e dettaglio;
  • Brunello di Montalcino “Poggio Severo” 2021 – Lisini per coerenza territoriale;
  • Brunello di Montalcino “A Diletta” 2021 – Col di Lama per slancio e finezza.

La 2019 resta il riferimento alto, scolpita e profonda; la 2018 racconta la freschezza dei versanti e il valore della finezza; la 2021, con la sua maturità più immediata e le freschezze meno tese, è invece lo specchio di un territorio che ha imparato a interpretare anche le annate calde senza perdere identità. Non un’annata epica, ma onesta e, proprio in questa onestà, si legge il cambio di passo. A Benvenuto Brunello 2025 la denominazione sceglie la via della trasparenza, rimettendo al centro il luogo, le vigne, i dettagli.

È qui che Montalcino si sta muovendo: verso un racconto più sincero e plurale, dove ogni millesimo è un tassello di verità e non un esercizio di stile.

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Immagine di Sara Calimari

Sara Calimari

Curiosa ed eccentrica per natura, vedo nel vino la più alta forma di espressione culturale: ogni calice racconta una storia, legata indissolubilmente alla terra da cui nasce. Per me degustare è come leggere un libro: lo faccio con umiltà, cercando di restituire al vino la sua voce più genuina. Professionista nella comunicazione e sommelier Ais, organizzo eventi e guido masterclass, oltre che scrivere per riviste di settore e testate giornalistiche specializzate nel mondo del vino. Terza classificata al Concorso Miglior Sommelier Ais della Toscana 2025, continuo a studiare, ascoltare e raccontare il vino, con la stessa passione del primo giorno.

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