Calabria, la nuova primavera del vino: parola di Paolo Ippolito

La Calabria sta vivendo un vero e proprio Rinascimento enoico. Lo racconta con entusiasmo Paolo Ippolito, produttore di Cirò e voce autorevole del vino calabrese, in una recente intervista a Roma. “Da qualche anno — spiega — la nostra regione sta riscoprendo e facendo scoprire il suo immenso patrimonio vitivinicolo, forte di una tradizione antichissima: basti pensare che i coloni greci chiamavano gli abitanti di questa terra ‘enotri’, ovvero ‘popolo del vino’“.

Una rinascita che poggia su più fattori: in primis, l’impegno delle aziende storiche, come la sua, che hanno investito sulla qualità e sulla presenza nei mercati nazionali e internazionali. Al loro fianco, una nuova generazione di vignaioli — i cosiddetti Cirò Boys — che ha portato freschezza e innovazione. “Il risultato è un mercato vivo, competitivo e collaborativo“, sottolinea Ippolito.

Fondamentale anche il sostegno della Regione Calabria e in particolare dell’assessore all’agricoltura Gianluca Gallo, che con una politica lungimirante ha favorito la crescita del brand Calabria. “Non dimentichiamo che questa è la regione italiana con la maggiore biodiversità e il più alto numero di chilometri di costa“, ricorda Ippolito, “un perfetto mix di enogastronomia, mare, montagna e cultura“.

Il cambiamento è evidente anche nella percezione dei consumatori: se un tempo nei ristoranti si passava dai vini campani a quelli siciliani saltando la Calabria, oggi le etichette calabresi hanno finalmente conquistato un posto nelle carte dei vini. Merito anche di un patrimonio ampelografico straordinario, con oltre 300 vitigni autoctoni, frutto di secoli di storia e di scambi con il mondo greco.

Un altro segnale forte è che ora è il mondo del vino a guardare verso la Calabria: “Prima eravamo noi a doverci spostare per farci conoscere, oggi sono i grandi eventi nazionali e internazionali a scegliere la Calabria“, dice Ippolito. Vinitaly Calabria, Cirò Merano Wine Festival, il Concours Mondial de Bruxelles: appuntamenti che testimoniano il crescente interesse per questo territorio.

C’è però ancora strada da fare sul fronte turistico ed enoturistico. “Le aziende calabresi stanno recuperando terreno sull’accoglienza“, ammette Ippolito. “Luoghi come Tropea, Soverato, Scilla sono già mete di richiamo, ma serve ancora investire per offrire esperienze all’altezza delle aspettative. L’enoturismo a Cirò, ad esempio, parte a marzo e prosegue fino a ottobre, ma il potenziale è enorme“.

Guardando al mercato del vino in generale, Ippolito rileva un rallentamento nei consumi interni, legato a fattori economici e a normative che hanno in parte penalizzato la percezione del vino. “Dobbiamo rinnovare il linguaggio con cui raccontiamo il vino, renderlo più accessibile, meno tecnico”, suggerisce. E sui trend emergenti come i vini dealcolati? “Sono bevande diverse, non alternative al vino: il mercato ha bisogno di autenticità e di storie vere“.

Alla fine della chiacchierata, la domanda è inevitabile: perché scegliere un vino calabrese? La risposta di Paolo Ippolito è chiara: “Perché è autoctono, autentico, di qualità. La Calabria produce solo lo 0,4% del vino nazionale: una nicchia preziosa. Bere calabrese significa sostenere un’agricoltura sana, che contribuisce al riscatto della nostra terra, troppo a lungo vittima di stereotipi. È una regione di sostanza, tutta da scoprire: nel vino, nel cibo, nell’ospitalità“.

E allora, non resta che accogliere il suo invito: “È il momento di stappare qualcosa di buono, rigorosamente calabrese“.

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Immagine di Maurizio Gabriele

Maurizio Gabriele

Fondamentalmente un curioso. Programmatore e sistemista pentito, decide di virare in modo netto verso il mondo della comunicazione, caratterizzato da progetti decisamente più stimolanti. Attratto dalla cucina sia come forma di espressione che di nutrimento e, inevitabilmente, dal vino. Sommelier dal 2018. In giurie internazionali dal 2020. Editor e Co-founder di TheUnique. Writer per passione. Entusiasta per scelta di vita.

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