Intervista a Gabriele Gorelli MW sull’evoluzione della denominazione
Le considerazioni sull’annata 2021, sulla crescente attenzione all’immediatezza di beva e sull’evoluzione stilistica del Brunello hanno creato il terreno ideale per una conversazione con Gabriele Gorelli MW, montalcinese e osservatore globale della denominazione. Ne è nata un’intervista che ha conservato l’intimità di un botta e risposta, ma che ha il peso di chi Montalcino lo vive e lo analizza da anni.
Gabriele, dal tuo punto di vista come sta cambiando l’identità dei versanti di Montalcino in risposta al cambiamento climatico?
«È una domanda che va letta su un periodo di tempo più ampio. È un’analisi che facciamo ogni anno con Brunello Formula – ma che, in realtà, facevamo anche prima – e che ci porta sempre a riguardare almeno le dieci annate precedenti rispetto a quella che sta entrando in commercio.
Il risultato è che non ci sono vincitori o vinti: non esiste più quel concetto, che poteva avere senso trent’anni fa, secondo cui era necessario avere qualcosa a sud per supportare le produzioni dei vigneti più alti o della zona settentrionale della denominazione. Oggi, a livello di versanti, non si notano più differenze così importanti se li osserviamo su un periodo significativo.
È chiaro che le differenze emergono in specifiche vendemmie. Per esempio, la parte più occidentale della denominazione è quella che negli ultimi anni risulta spesso la più calda e, allo stesso tempo, quella con le temperature minime più basse: una delle zone un po’ più estreme, diciamo.
Quello che, in ultima analisi, mi sento di dirti è che c’è stato sì un cambiamento, ma è soprattutto un cambio di consapevolezza verso il cambiamento climatico, quindi un cambio di mano dei produttori. In linea generale ci troviamo davanti a vini che hanno subito meno estrazione, da uve lasciate meno a lungo a maturare e che vedono legni diversi e meno intrusivi. È un fenomeno che si registra già da qualche anno e credo che con la 2021 siamo arrivati davvero a universalizzarlo.»
Esatto, e questo è un po’ quello con cui mi riallaccerei proprio con la mia seconda domanda, perché appunto le ultime annate del Brunello di Montalcino sembrano già fruibili quasi nell’immediato. Si sta assistendo anche a un’evoluzione stilistica e come sarà poi la tenuta evolutiva nel lungo termine proprio in base a questo cambiamento di veduta rispetto al passato?
«Sì, questo riguarda un po’ tutti i grandi vini rossi, non solo il Brunello. Si nota in effetti una maggiore accessibilità già da subito; probabilmente quelli che hanno fatto il salto più grande sono stati gli Châteaux bordolesi con la 2022, in cui c’è davvero un avvicinamento alla piacevolezza di beva che è assoluto e arriva sin dall’ En primeur, cosa impensabile fino a pochi anni fa.
Quello che succede lì, come nel resto del mondo, va però contestualizzato, perché molto spesso se un vino è buono subito è buono sempre. È un po’ finito quel tema in cui si diceva: “aspettate, aspettate che i vini arrivano!” Poteva essere vero per alcune annate e alcune produzioni, ma non è vero sempre.
Se da un lato questo aggiungeva fascino, oggi devo dire che l’aspetto di una finestra di bevibilità allargata aggiunge fruibilità ed è molto orientato al mercato.»
Come Master of Wine hai il polso dei mercati internazionali. Questa nuova veste del Brunello più equilibrata, attenta nell’uso del legno, come viene percepita a livello internazionale? E quali sono, secondo te, le sfide e le opportunità strategiche per rafforzare ulteriormente il posizionamento del Brunello tra i fine wines globali?
«Quello che mi salta subito all’occhio è che sui mercati internazionali si è capito che il Brunello sta cambiando, e fino ad oggi questo viene percepito in un’ottica di miglioramento.
Perché troppo spesso – indipendentemente da quanto i vini fossero potenti o maturi – c’era quel tocco che definirei ossidativo, quel tocco che nascondeva il frutto e che in qualche modo rendeva certi vini appannaggio solo di un certo tipo di pubblico.
Oggi il mercato risponde bene perché, insieme alla progressiva sparizione di quel tocco di frutto un po’ più candito, che oscurava la brillantezza del Brunello, si manifesta anche un tannino più succoso e più accessibile.»
Sì, ho riscontrato anch’io nelle ultime espressioni una trama tannica indubbiamente più fine e fruttata, che però non arresta il sorso.
«Sì, esatto! Si sta perdendo finalmente questa secchezza, questa durezza nel vino. Indipendentemente da quanto il vino fosse maturo, estratto o potente, c’era questa costante, che è una reazione all’ossigeno.
Si sta un po’ più attenti – e qui vengo al tuo ragionamento sul legno – a quando dare il legno e a come questo legno interagisce con i tannini. Perché si può dare anche un periodo di legno minore, arrivando proprio al limite del disciplinare, ma magari dare più legno nuovo che non asciuga ma costruisce.
Sono tutti interventi che non virano però il vino in una direzione orizzontale, come quando c’era quel carattere ossidativo. Trovo questo nuovo approccio molto centrato verso un’evoluzione qualitativa, ma anche di consapevolezza della zona, perché tutto questo lavoro rende i vini più convessi, più sfaccettati, più leggibili e quindi anche più interessanti, a partire da altitudini, suoli ed esposizioni diverse, per un mercato maturo che voglia vedere le differenze di Montalcino.
Questo, secondo me, è un punto strategico su cui lavorare: se si alleggerisce la mano ossidativa, necessariamente si esaltano le caratteristiche del terroir.»
Benvenuto Brunello, nella sua formula di anteprima, sta diventando un momento di confronto sempre più tecnico e trasparente. Pensi che questo approccio analitico possa migliorare la qualità del dialogo tra produttori e stampa specializzata? E in che modo può aiutare i consumatori evoluti a comprendere meglio la complessità del Brunello?
«Io sono sicuro che partire sempre da una conversazione basata su fatti e dati oggettivi alzi notevolmente il livello e renda le conversazioni e i confronti molto più proficui, permettendo su questa base oggettiva di costruire ragionamenti e interpretazioni corrette.
Soprattutto tu hai parlato di “trasparenza”: ecco questa è una cosa in cui io credo tantissimo! L’anno scorso sono stato davvero contento di vedere un Consiglio del Consorzio del Brunello che, senza riserve, ha confermato un panel con i Master of Wine: tutto ciò non è stato né mediato né in qualche modo gestito, ma è stata un’esposizione vera, pura e trasparente ai palati internazionali con certe competenze.
Ed è stato molto bello, perché poche denominazioni hanno questa volontà.»

Lo definirei anche coraggio…
«Sì, proprio coraggio, ecco! Veramente il coraggio di mettersi a nudo e di farsi valutare. È chiaro, non sarà sempre rose e fiori, ma sarà un percorso che apporterà tantissimo.
Bruce Sanderson di Wine Spectator ha dichiarato pubblicamente che Brunello Formula è un sistema unico e che dà dei grandissimi supporti, e lo stesso ha fatto, in tempi simili, Eric Guido, autore per Vinous di Antonio Galloni, dicendo che è fondamentale avere oggi Brunello Formula, perché consente a loro, ai critici, di avere una serie di strumenti su cui poi andare a lavorare di fino per estrarre le proprie deduzioni.»
E pensi che anche il consumatore finale avrà prossimamente questa nuova apertura sul Brunello? Anche se, secondo me, è un percorso già in atto in senso più esteso nel vino, perché quello a cui sto assistendo, in generale, è proprio questo andare verso una maggiore attenzione all’espressione del terroir, dell’annata e del varietale nel consumatore attento. Direi che è già un po’ più “addomesticato” in questa direzione.
«Sì, bisogna fare un ragionamento anche su questo, perché ci sono due livelli su cui si può intervenire. Il primo è quello del semplice rilevamento dei cambiamenti climatici e di approccio; il secondo è spiegare come a certi cambiamenti corrispondano certe reazioni nei vini.
Quello che abbiamo fatto con Brunello Formula è proprio riportare tutto su un diagramma cartesiano, dove sull’asse verticale, in basso, c’è la densità e, in alto, la tensione; e sull’orizzontale, a sinistra, c’è la croccantezza e, a destra, la maturità.
Abbiamo dimostrato come, a parità di qualità dichiarata (mettendo quindi in campo anche le stelle) e andando indietro fino all’annata 2005, la personalità di questi vini talvolta sia antitetica.
Si può aggiungere un altro livello di comunicazione anche sulla tipologia dei tannini: tenaci per le annate che hanno avuto grandi ondate di calore e siccità pronunciata; armoniosi nelle annate regolari, che si sono distese con una stagione anche un po’ più lunga, come la 2016; e lineari per quelle annate che hanno iniziato la stagione in modo più potente, ma che poi si sono rivelate più moderate sia dal punto di vista delle precipitazioni che delle temperature estreme, come la 2021.
Quindi già con questi dati un consumatore attento deve avere la volontà di esplorare e non di dire: “Beh, se non è 4 o 5 stelle non lo voglio perché evidentemente non è buono!”
Il lavoro comunicativo, in essenza, va proprio in quella direzione: spiegare a tutti – partendo in primis da buyer, importatori, trade e ristorazione – come questi vini si mostrano e, tramite queste figure, spesso si arriva anche al cliente finale.
Questo è un grande atto di trasparenza e denota come la denominazione ci tenga a caratterizzarsi e raccontarsi, annata dopo annata.»
Alla fine di questa conversazione si comprende che la denominazione sta entrando in una stagione nuova, in cui il cambiamento climatico non è più un ostacolo da rincorrere, ma un linguaggio da leggere; in cui la ricerca stilistica abbandona rigidità e ossidazioni per restituire un tannino più vivo, un frutto più autentico, una mano più consapevole.
Montalcino oggi non è soltanto un territorio che produce un grande vino, ma un luogo che pensa, ascolta e si evolve. Un laboratorio a cielo aperto dove il Brunello – più leggibile, più accessibile, più sincero – diventa non solo un simbolo, ma un racconto condiviso.
Da Montalcino arriva un messaggio semplice e potente: la qualità è un atto di chiarezza.
Foto di copertina © Maki Galimberti




















