Dentro “Miradas”, un viaggio nel cuore agricolo e simbolico della Barbagia
Locoe non è solo un luogo: è una geografia emotiva, un archivio naturale in cui la memoria di Orgosolo si deposita da secoli. Qui si apre il racconto di Nicola Corria, vicepresidente delle Cantine di Orgosolo, che guida la visita dedicata alla Granatza nell’ambito del progetto “Miradas”, iniziativa pensata per mettere in dialogo arte, territorio e produzione agricola. In questo scenario, la Granatza diventa molto più di un vitigno: un frammento identitario che sopravvive grazie alla cura dei vignaioli e alla struttura stessa del paesaggio.
La valle di Locoe è da sempre un centro agricolo pulsante. È dedicata alla vite, all’ulivo, ai fruttiferi e, in passato, anche al grano. Una terra cantata nelle pagine di Grazia Deledda e Salvatore Satta, che nei loro romanzi trasformano vigneti e oliveti in elementi narrativi, quasi personaggi. L’agricoltura qui non è mai stata una semplice attività economica: è un linguaggio della comunità, un sistema di valori. Ogni famiglia di Orgosolo, come ricorda Nicola, custodiva un proprio vigneto destinato all’autoconsumo. Una cultura diffusa e silenziosa, che oggi sta trovando nuove forme attraverso realtà come Cantine di Orgosolo e Orgosa, capaci di far dialogare tradizione e mercati internazionali senza perdere autenticità.
Al centro del panorama viticolo orgolese c’è naturalmente il Cannonau, vitigno simbolo della Sardegna, robusto, mediterraneo, capace di esprimere concentrazione e calore. Ma è accanto al Cannonau, quasi mimetizzata tra i filari, che vive la Granatza: un’uva bianca antica, poco conosciuta dal grande pubblico e forse proprio per questo ancora più preziosa. Nicola ci mostra i ceppi: quattro piante di Granatza allineate tra la distesa rosso-violacea del Cannonau. Nel vigneto che ci accoglie ci sono 2.500 ceppi totali, di cui solo 300 appartengono alla Granatza. Una minoranza numerica, ma un valore incalcolabile in termini di biodiversità e patrimonio genetico.
La particolarità della Granatza sta anche nella sua collocazione: non esistono vigneti monovarietali storici, non esiste un impianto dedicato. La trovi sparsa, intrecciata, disseminata nel Cannonau. “È così dappertutto”, dice Nicola. “I ceppi di Granatza sono inseriti in modo disordinato dentro gli impianti di Cannonau”. Per questo la vendemmia diventa un gesto quasi artigianale: bisogna individuarli uno per uno, riconoscerli a occhio, saperli distinguere per forma, vigore, portamento. Un sapere che non si impara sui libri, ma si eredita. È una forma di “viticoltura orale”, che passa attraverso gesti tramandati più che attraverso schemi tecnici.

Questa struttura apparentemente caotica racconta invece un ordine diverso: quello di una viticoltura di sussistenza, stratificata nel tempo, in cui l’obiettivo non era la purezza varietale, ma la resilienza del vigneto e la diversificazione della produzione. La Granatza cresceva lì dove serviva, dove la terra la accoglieva, dove le famiglie la consideravano parte necessaria del loro vino. Questo spiega non solo la sua distribuzione irregolare, ma anche il suo carattere identitario: è un’uva che appartiene alla comunità prima che all’enologia.
Il progetto “Miradas” ha scelto proprio questa prospettiva: guardare il territorio con occhi nuovi, mettendo in relazione paesaggio, cultura e produzione. In questo percorso, Orgosolo diventa una narrazione completa: i murales che raccontano la storia civile, il Supramonte che definisce lo spazio naturale, le vigne che intrecciano lavoro e tradizione. In questo mosaico, la Granatza è un simbolo di memoria aggrappata alla terra, un vitigno che sfugge alle mode per affermare un’appartenenza profonda.
Assaggiare un vino da Granatza significa immergersi in questo intreccio. È un vino che porta la firma dei pendii di Locoe, della macchia mediterranea, della ruralità orgolese. È una voce enologica distinta, capace di affiancare il Cannonau non come alternativa, ma come complemento identitario. Per questo, come sottolinea Nicola Corria, chi vuole comprendere davvero Orgosolo deve fare i conti con la Granatza: non un vitigno secondario, ma una chiave di lettura del territorio.
In un’epoca in cui la viticoltura mondiale si interroga su autenticità, biodiversità e radicamento culturale, la storia della Granatza diventa un esempio emblematico. Sopravvive quasi nascosta, e proprio per questo oggi emerge come una delle testimonianze più autentiche della Barbagia. Un invito ad ascoltare i territori non solo attraverso ciò che è evidente, ma anche attraverso ciò che resta ai margini: spesso, sono proprio le zone d’ombra a custodire l’essenza più vera.


























