Addio a Carlo Petrini, l’ultimo grande umanista del gusto

Ci sono uomini che fondano movimenti e poi ci sono uomini che cambiano il vocabolario con cui una civiltà guarda sé stessa. Carlo Petrini è stato questo: non soltanto il padre di Slow Food, ma l’uomo che ha costretto il mondo a riconsiderare il significato profondo del mangiare.

Prima di lui, il cibo era spesso consumo, lusso e tecnica al massimo piacere. Dopo di lui è diventato memoria, identità, giustizia sociale, ecologia e persino resistenza culturale. E forse la sua più grande rivoluzione è stata proprio questa: aver trasformato la gastronomia da passatempo borghese a questione morale.

Per capire davvero chi fosse “Carlin”, bisogna tornare a Bra, Piemonte, nebbie lente, piazze di provincia, osterie dove il vino era racconto prima ancora che bevanda. È lì che nasce nel 1949 un uomo destinato a mettere in discussione il modello alimentare globale senza mai perdere l’accento della sua terra, senza mai smettere di parlare la lingua dei contadini, degli artigiani, dei vignaioli.

Petrini non aveva l’eleganza distaccata dell’intellettuale accademico; aveva, invece, la forza travolgente dei narratori popolari: sapeva parlare ai papi e ai casari, ai re e ai pescatori, agli economisti e ai cuochi di trattoria con la stessa autenticità. Ed è probabilmente per questo che il suo messaggio ha attraversato il mondo, perché non nasceva da una teoria astratta, ma dalla terra.

La data simbolica della sua rivoluzione è il 1986. Mentre il mondo corre verso il mito della velocità, dell’industrializzazione e del consumo compulsivo, Petrini compie un gesto quasi sovversivo: fonda Arcigola, che diventerà poi Slow Food.

Non era soltanto un’associazione gastronomica. Era una dichiarazione di guerra culturale.

Tre anni dopo, nel 1989, a Parigi, il Manifesto Slow Food viene firmato da delegazioni provenienti da tutto il mondo. In un’epoca che celebrava il fast food come simbolo di progresso, Petrini parlava di lentezza, biodiversità, convivialità, diritti dei produttori, rispetto della terra. Idee che al tempo sembravano romantiche, ma che oggi appaiono profetiche.

Perché Carlo Petrini, infatti, aveva capito molto prima degli altri che la crisi alimentare non sarebbe stata soltanto agricola o ambientale, ma sarebbe presto diventata una crisi spirituale, perché l’omologazione dei sapori avrebbe prodotto anche l’omologazione del pensiero.
Aveva compreso prima di tutti che distruggere una varietà agricola significava cancellare un pezzo di civiltà e che un contadino costretto ad abbandonare la terra non rappresentava soltanto un problema economico, ma una sconfitta culturale collettiva.

Ed è qui che la sua figura supera i confini della gastronomia.

Petrini ha insegnato al nostro settore una verità spesso dimenticata: il vino, il cibo, la cucina non sono mai fini a sé stessi, ma ogni scelta alimentare racconta un modello di società come ogni bottiglia parla di paesaggio, lavoro, dignità, sfruttamento o rispetto.

Per questo il suo impatto sull’enogastronomia è stato gigantesco. Prima di Slow Food, il racconto del gusto era spesso dominato dall’élite, dall’estetica, dal lusso. Petrini ha rimesso al centro i piccoli produttori, i territori marginali, i vitigni dimenticati, le economie rurali.

Ha restituito dignità culturale ai contadini in un’epoca che li considerava residui del passato.

Buono, pulito e giusto”. Tre parole diventate un manifesto globale. Apparentemente semplici, ma in realtà rivoluzionarie:

Buono, perché il piacere non è un peccato.
Pulito, perché non può esistere gastronomia sopra un pianeta distrutto.
Giusto, perché non esiste eccellenza costruita sullo sfruttamento umano.

Dentro questa triade c’è forse tutto il pensiero di Petrini. E anche la sua grandezza.

Ma la sua opera più visionaria, probabilmente, è stata capire che il cibo meritava una dignità accademica: con la nascita dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo – la prima al mondo dedicata a un approccio interdisciplinare al cibo – Petrini ha compiuto un gesto radicale, confermando che la gastronomia non era folklore, ma sapere.

Un’intuizione che ha cambiato per sempre il nostro settore. Per decenni, infatti, il gastronomo era stato considerato poco più di un appassionato competente. Petrini, invece, lo ha trasformato in una figura capace di leggere il cibo attraverso storia, antropologia, economia, ambiente, politica, agricoltura e cultura, donando struttura intellettuale a ciò che prima era soltanto sensibilità.

E poi c’è Terra Madre. Forse il suo progetto più poetico. Nel 2004 Petrini immagina qualcosa che, fino a quel momento, sembrava impossibile: mettere in rete contadini africani, pescatori asiatici, allevatori sudamericani, cuochi europei, giovani agronomi, comunità indigene. Non per creare un mercato globale, ma una coscienza globale.

Una globalizzazione alternativa, Umana. In un mondo dominato dalle multinazionali alimentari, Terra Madre dava voce a chi normalmente non ne aveva; non ai grandi brand, ma agli ultimi della filiera; a coloro che custodiscono semi, tradizioni, biodiversità e memoria.

Ed è impossibile non commuoversi pensando a quanto questa visione fosse avanti rispetto al suo tempo. Oggi parliamo continuamente di sostenibilità, filiera etica, agricoltura rigenerativa, biodiversità, crisi climatica. Petrini parlava di tutto questo quando ancora sembravano battaglie marginali.

Eppure, ridurre Carlo Petrini a un ecologista sarebbe un errore. Lui era soprattutto un umanista, che amava il vino non soltanto per il gusto, ma perché vedeva in una bottiglia il racconto di un popolo; il pane perché parlava di lavoro; le osterie perché custodivano le storie e le relazioni umane. Più semplicemente, per Petrini il cibo era il luogo dove l’essere umano incontra la propria fragilità e la propria comunità.

In un’epoca che trasforma tutto in contenuto veloce, Carlo Petrini ci ha insegnato il valore della lentezza e la felicità di una tavola condivisa.

In un settore enogastronomico sempre più sedotto dal lusso e dalla spettacolarizzazione, ha difeso ostinatamente la dignità della terra.

E forse, alla fine, il lascito più grande di “Carlin” è proprio questo: averci fatto capire che mangiare non è mai soltanto mangiare. È scegliere da che parte stare.

 

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Immagine di Sara Calimari

Sara Calimari

Curiosa ed eccentrica per natura, vedo nel vino la più alta forma di espressione culturale: ogni calice racconta una storia, legata indissolubilmente alla terra da cui nasce. Per me degustare è come leggere un libro: lo faccio con umiltà, cercando di restituire al vino la sua voce più genuina. Professionista nella comunicazione e sommelier Ais, organizzo eventi e guido masterclass, oltre che scrivere per riviste di settore e testate giornalistiche specializzate nel mondo del vino. Terza classificata al Concorso Miglior Sommelier Ais della Toscana 2025, continuo a studiare, ascoltare e raccontare il vino, con la stessa passione del primo giorno.

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