Dai piatti della memoria al successo sui social, fino all’arrivo in cucina del figlio Daniele: il racconto di uno chef che ha trasformato i ricordi in una forma di accoglienza.
C’è una parola che ritorna continuamente quando si parla con Fabrizio Sepe. Non è tecnica. Non è innovazione. Non è nemmeno tradizione.
È memoria.
La memoria dei piatti che arrivavano in tavola quando era bambino. Quella delle ricette di famiglia, delle nonne, delle madri, delle domeniche che profumavano di sugo e di attese. È una memoria che attraversa tutta la sua cucina e che, in fondo, spiega anche il successo che negli ultimi mesi lo ha trasformato in uno dei volti più riconoscibili della gastronomia romana sui social.
Chi guarda i suoi video potrebbe pensare che il segreto sia la spontaneità, quel modo diretto di raccontare le ricette o quel gesto ormai diventato una firma, la mano che si chiude davanti alla bocca quando un piatto è particolarmente riuscito. In realtà quel gesto racconta molto più di quanto sembri.
“È come quando un bambino assaggia qualcosa di buono“, spiega sorridendo. E forse è proprio questo il punto. Fabrizio Sepe continua a guardare il cibo con lo stesso entusiasmo di chi riesce ancora a emozionarsi davanti a un sapore capace di riportarlo indietro nel tempo.
Nella sua cucina non c’è alcuna nostalgia costruita a tavolino. Non c’è la ricerca dell’effetto vintage che oggi spesso accompagna il racconto della tradizione. C’è piuttosto il desiderio di recuperare piatti che rischiavano di scomparire dalle tavole e dalle carte dei ristoranti, restituendo loro una nuova attualità.
Perché il mondo è cambiato e con lui sono cambiate anche le persone. Oggi si vive diversamente, si mangia diversamente, si lavora diversamente. Alcune preparazioni vanno alleggerite, alcuni ingredienti ripensati, certi passaggi semplificati. Ma il cuore della ricetta può restare intatto.
È questo l’equilibrio che Fabrizio cerca ogni giorno: mantenere vivo il ricordo senza trasformarlo in un esercizio di nostalgia. Del resto, i messaggi che riceve raccontano sempre la stessa storia. C’è chi gli scrive che una ricetta gli ha fatto tornare in mente la madre, chi ricorda la nonna, chi prepara un piatto visto sui social per i propri figli. È una cucina che riesce a costruire un ponte tra generazioni diverse e che probabilmente trova proprio qui la sua forza.
Anche per questo Fabrizio guarda con una certa diffidenza alle definizioni altisonanti. Quando si parla di alta cucina preferisce usare un’altra espressione: cucina di sostanza. Una cucina che non ha bisogno di stupire a tutti i costi. Una cucina che può essere servita in un locale elegante come in una trattoria di quartiere. Una cucina che mette al centro il piacere di stare a tavola.
Alla Bottega delle Tre Zucche questa filosofia si percepisce immediatamente. Non si tratta soltanto di ciò che arriva nel piatto. C’è un’idea di ospitalità che coinvolge tutta la squadra, a partire dalla famiglia. Le persone vengono accolte per nome. Si ricordano le abitudini, le preferenze, le allergie. Si conserva un piatto per chi lo aveva chiesto la settimana precedente. Sono dettagli che sembrano piccoli ma che oggi, in un mondo sempre più veloce e impersonale, fanno una differenza enorme.
È un modo di fare ristorazione che nasce dall’empatia prima ancora che dalla tecnica. Ed è forse per questo che, a un certo punto della conversazione, il tema più interessante non diventa più la cucina, ma la famiglia. Perché mentre Fabrizio racconta la propria storia emerge inevitabilmente quella di Daniele, il figlio che ha scelto di seguire la stessa strada.
Una scelta che il padre non ha mai dato per scontata. Anzi, quando Daniele manifestò il desiderio di frequentare la scuola alberghiera, la famiglia gli disse chiaramente di sentirsi libero di scegliere qualsiasi altro percorso. La risposta fu semplice: voleva fare il cuoco.
Prima sono arrivate le esperienze lontano da casa, poi la Svizzera, infine il ritorno a Roma. Un percorso che gli ha permesso di costruire una propria identità professionale e di portare in cucina un bagaglio diverso da quello della generazione precedente.
Più internazionale, più tecnologico, più attento a temi come leggerezza e benessere.
Fabrizio osserva questa evoluzione con orgoglio e con quella dose di ironia che lo accompagna sempre. Scherza sulle ricette “fit” che inizialmente faticava a comprendere, ma poi ammette che molte di quelle preparazioni leggere funzionano e sono anche buone.
In fondo è questo il bello delle cucine che vivono davvero: non smettono mai di cambiare.
Da una parte c’è chi custodisce il patrimonio della memoria, dall’altra chi prova a interpretarlo con uno sguardo nuovo. In mezzo c’è il dialogo quotidiano tra due generazioni che condividono la stessa passione.
Forse il successo di Fabrizio Sepe nasce proprio da qui. Non dalla ricerca della perfezione, ma dalla capacità di ricordare che il cibo non è mai soltanto cibo. È una storia da raccontare, un ricordo da custodire, un’emozione da condividere.
E, qualche volta, anche un modo per sentirsi a casa.




















