C’è un nuovo modo di incontrarsi, e passa dal green. Al Parco de’ Medici Golf Club di Roma prende forma “Networking on the Green”, un ciclo di appuntamenti pensati per creare connessioni autentiche tra tra le persone del circolo e tra i soci, in un contesto capace di unire eleganza, sport, cultura e business.
Il primo incontro, andato in scena il 23 aprile, ha scelto un tema tanto simbolico quanto identitario: la storia del circolo e una degustazione guidata, dove il vino diventa strumento di racconto e relazione. Non un semplice evento, ma un format che punta a trasformare il golf club in uno spazio di dialogo, dove il networking si costruisce attraverso esperienze condivise.
Ed è proprio in questo contesto che abbiamo incontrato una delle realtà più interessanti e fuori dagli schemi del panorama enologico contemporaneo: Elio Franci di WAS (acronimo di Without Added Sulfites)
Definirlo “sperimentatore entusiasta” non è un’esagerazione, ma il punto di partenza per comprendere un progetto nato nel 2009 e sviluppato con coerenza e determinazione. “Abbiamo iniziato questa sperimentazione per produrre vini in maniera diversa e oggi possiamo dire di essere soddisfatti del percorso e dei risultati raggiunti”. Un percorso che affonda le radici anche in una dimensione personale e familiare, diventando racconto nel calice.
Il primo vino dell’azienda è un rosso importante, il Mariò, dedicato al padre. Un Cabernet Franc (80%) con una quota di Cabernet Sauvignon (20%), nato in un momento carico di significato: “Papà è venuto a mancare sei mesi prima dell’imbottigliamento del primo prodotto. Dedicargli l’etichetta è stato naturale. Era un amante del vino”. Un vino complesso anche dal punto di vista tecnico, perché il Cabernet Franc è un vitigno affascinante ma difficile, che richiede precisione e sensibilità. Il risultato è un prodotto che nel tempo ha trovato riconoscimenti e apprezzamenti, diventando il simbolo di una filosofia produttiva.
Se il rosso rappresenta l’origine, i bianchi raccontano l’evoluzione. Presentati proprio durante l’evento al Parco de’ Medici, nascono da un blend di Vermentino (90%) e Malvasia aromatica (10%), sviluppato dopo quattro anni di prove. La differenza sta nella vinificazione: una versione più tradizionale, con circa 10 giorni sulle bucce e affinamento in acciaio, e una più spinta, con circa due mesi di macerazione sulle bucce, sempre seguita dall’acciaio. Due vini identici per origine ma differenti nel risultato finale, a dimostrazione di quanto le scelte di cantina possano incidere sull’espressione di uno stesso vitigno.
Con lui il discorso arriva inevitabilmente sui solfiti. Non è una moda, ma una necessità personale che si è trasformata in progetto produttivo: “Tutto nasce da una mia intolleranza. Abbiamo incontrato persone che ci hanno aperto questa strada e da lì abbiamo sviluppato un metodo nostro”. Oggi l’azienda produce vini con solforosa totale non rilevabile, certificata da laboratori specializzati. Un approccio che va oltre il biologico tradizionale: “Il biologico lavora molto bene in vigna, ma in cantina qualcosa si utilizza. Noi abbiamo scelto di non usare chimica in cantina. È una posizione precisa, anche etica”. Una scelta complessa, che richiede controllo, conoscenza e grande attenzione in ogni fase del processo.
La produzione si divide tra una tenuta tra Orvieto e Bagnoregio e una seconda realtà a Valdobbiadene, dedicata al Prosecco DOCG, mentre il mercato di riferimento è in gran parte internazionale, più pronto a recepire e valorizzare questo tipo di approccio.
L’incontro al Parco de’ Medici ha dimostrato ancora una volta quanto il vino sia molto più di un prodotto. È racconto, memoria, sperimentazione, un ponte tra persone. In un contesto come quello del golf, dove il tempo si dilata e le relazioni si costruiscono con naturalezza, diventa uno strumento ideale per creare connessioni autentiche. “Networking on the Green” parte proprio da qui: dall’idea che il valore non stia solo nel bicchiere, ma nelle storie che quel bicchiere è in grado di generare.




















