Lambrusco, il rosso che non vuole più essere semplificato

Dal Sorbara quasi rosato al Grasparossa più scuro e tannico, il Lambrusco è molto più di un vino frizzante emiliano. Dietro una delle denominazioni italiane più conosciute nel mondo c’è un universo di vitigni, territori, stili e interpretazioni che oggi cerca soprattutto una cosa: essere raccontato per ciò che realmente è.

Per anni il Lambrusco ha pagato forse il prezzo del proprio successo. Un nome immediatamente riconoscibile, una diffusione internazionale enorme, una facilità di consumo che lo ha reso popolare molto oltre i confini emiliani. Ma proprio questa notorietà ha spesso finito per semplificarne l’identità, riducendo un universo complesso alla definizione generica di vino rosso, frizzante, piacevole e poco impegnativo.

In realtà basta attraversare il territorio modenese per capire quanto quella rappresentazione sia parziale.

“Il Lambrusco è un mondo molto sfaccettato“, racconta Daniela Vaschieri mentre siamo tra i vigneti di Castelvetro di Modena. “Solo nella provincia di Modena abbiamo quattro DOC: Modena, Sorbara, Salamino di Santa Croce e Grasparossa di Castelvetro.”

E già all’interno di queste denominazioni cambiano profondamente colori, struttura e carattere. Il Sorbara può presentarsi con tonalità così scariche da avvicinarsi visivamente a un rosato, accompagnate da una forte impronta di freschezza. Il Grasparossa di Castelvetro si muove invece verso colori più intensi, maggiore materia e una presenza tannica decisamente più evidente.

Allargando lo sguardo oltre Modena, il sistema tutelato comprende sei denominazioni tra le province di Modena e Reggio Emilia: Modena DOC, Lambrusco di Sorbara DOC, Lambrusco Grasparossa di Castelvetro DOC, Lambrusco Salamino di Santa Croce DOC, Reggiano DOC e Colli di Scandiano e di Canossa DOC. Complessivamente si parla di circa 16.600 ettari vitati nelle due province, di cui circa 10.000 dedicati al Lambrusco. Nel 2025 la produzione ha raggiunto circa 32 milioni di bottiglie di Lambrusco DOC, alle quali si aggiungono circa 86 milioni di bottiglie di Lambrusco Emilia IGT.

Anche parlare di “vitigno Lambrusco”, al singolare, è in fondo una semplificazione. Il nome identifica infatti una famiglia di dodici vitigni a bacca nera: Sorbara, Grasparossa, Salamino, Foglia Frastagliata, Barghi, Maestri, Marani, Montericco, Oliva, Viadanese, Benetti e Pellegrino. Una biodiversità che diventa inevitabilmente anche diversità nel bicchiere.

“Passiamo dal Sorbara, estremamente fresco e scarico di colore, fino al Grasparossa, dove il tannino è molto più presente e il mosto è decisamente più scuro“, spiega Daniela. “Rimane però un vino frizzante, con una gradazione alcolica contenuta.”

È proprio questa combinazione tra freschezza, bollicina e moderazione alcolica a rappresentare oggi una delle chiavi più interessanti per reinterpretare il Lambrusco.

Mentre il mondo del vino discute di dealcolazione, consumo consapevole e ricerca di vini più leggeri, il Lambrusco possiede infatti da sempre alcune delle caratteristiche che il mercato contemporaneo sembra chiedere con maggiore insistenza: immediatezza, freschezza, convivialità e facilità di abbinamento.

“Secondo noi abbiamo già il prodotto perfetto“, osserva Daniela. “Il Lambrusco ha una bassa gradazione, ha le bollicine, è immediato. Non c’è quasi occasione in cui non si possa aprire una bottiglia. Per noi emiliani è soprattutto un vino che crea socialità.”

Una socialità che non implica necessariamente semplicità produttiva o standardizzazione. Ed è proprio qui che si gioca probabilmente una delle sfide più importanti per il futuro.

“Fuori dall’Emilia esiste ancora talvolta la percezione di un vino industriale“, continua Daniela. “In realtà ci sono moltissime realtà che lavorano fortemente sulla qualità, a partire dal vigneto. Per fare un vino di qualità bisogna avere innanzitutto uva di qualità.”

Una considerazione apparentemente elementare, ma che racconta molto della trasformazione avvenuta negli ultimi anni. Il miglioramento qualitativo parte dal lavoro agronomico, dalla selezione delle uve e anche da sistemi che valorizzano economicamente chi sceglie di produrre secondo standard più elevati.

“Nella cantina di cui sono vicepresidente abbiamo deciso già da tempo di premiare fortemente le uve DOC. La differenza rispetto alle uve non DOC supera anche i venti euro al quintale. In questo modo la base sociale ci ha seguito in una scelta che consideriamo fondamentale: puntare sulla qualità.”

È probabilmente proprio questa la parola destinata a pesare maggiormente nella percezione futura del Lambrusco.

Perché la sua forza quantitativa è già evidente. Il Lambrusco viene esportato in oltre 90 Paesi e circa il 60% della produzione complessiva, considerando DOC e soprattutto IGT, supera i confini italiani. Tra i principali mercati esteri figurano Stati Uniti, Messico, Germania, Francia, Spagna, Paesi dell’Europa orientale e diversi mercati del Centro e Sud America.

Ma accanto ai mercati consolidati si stanno aprendo percorsi meno scontati.

Daniela racconta, ad esempio, l’esperienza della propria realtà aziendale in Giappone, diventato uno dei mercati di riferimento.

“Spesso chi si avvicina per la prima volta al Lambrusco parte dalle versioni amabili. Poi però abbiamo fatto un lavoro di conoscenza e oggi anche il secco è diventato centrale per il nostro importatore.”

Il passaggio è interessante perché racconta anche l’evoluzione internazionale della categoria: da vino immediatamente associato alla morbidezza e alla facilità di beva a prodotto capace di dialogare con cucine molto lontane dalla tradizione emiliana.

La spiegazione sta probabilmente proprio nella sua struttura.

“La freschezza e la bassa gradazione funzionano molto bene con cucine etniche, speziate o agrodolci”, continua Daniela. “La bollicina aiuta a pulire la bocca dalla grassezza e crea un equilibrio particolarmente interessante.”

È una strada che negli ultimi anni è stata sperimentata anche attraverso cene dedicate agli abbinamenti tra Lambrusco e cucine internazionali, così come attraverso contaminazioni gastronomiche apparentemente meno tradizionali.

“Abbiamo portato il Lambrusco a Londra abbinandolo alla pizza gourmet“, racconta. “Ma può funzionare davvero con tantissime cucine.”

La versatilità, del resto, è una delle caratteristiche strutturali della produzione. Circa il 90% è rappresentato da vini frizzanti, ma esistono anche Spumanti Metodo Martinotti e Metodo Classico, così come versioni secche e amabili. Una gamma capace di accompagnare il pasto dall’aperitivo fino al dessert.

E forse è proprio qui che il Lambrusco può trovare una nuova contemporaneità. Non necessariamente cambiando identità, ma raccontando meglio quella che possiede già. Perché mentre una parte del mercato cerca vini meno alcolici, più dinamici, capaci di accompagnare cucine diverse e occasioni di consumo meno formali, il Lambrusco può presentarsi con caratteristiche che appartengono alla sua storia da sempre.

Il passaggio decisivo sarà però superare definitivamente l’idea che immediatezza significhi banalità.

“Il Lambrusco è giovane, fresco, crea aggregazione“, conclude Daniela. “Si può bere in qualsiasi stagione e abbinare praticamente a qualsiasi cibo. Ma soprattutto può essere un vino di grande qualità.”

Ed è forse proprio questa la vera sfida dei prossimi anni: non convincere il mondo a bere Lambrusco, perché il mondo lo beve già. Piuttosto, riuscire a far comprendere quanti Lambrusco esistano dietro quel nome.

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Immagine di Maurizio Gabriele

Maurizio Gabriele

Fondamentalmente un curioso. Programmatore e sistemista pentito, decide di virare in modo netto verso il mondo della comunicazione, caratterizzato da progetti decisamente più stimolanti. Attratto dalla cucina sia come forma di espressione che di nutrimento e, inevitabilmente, dal vino. Sommelier dal 2018. In giurie internazionali dal 2020. Editor e Co-founder di TheUnique. Writer per passione. Entusiasta per scelta di vita.