Gennaro Convertini, dell’Enoteca Regionale Calabrese, racconta a Vinòforum una Calabria che sceglie di presentarsi attraverso i territori, i consorzi e una biodiversità viticola ancora in parte da esplorare. Con una sfida precisa: trasformare il vino in porta d’ingresso verso un’esperienza più ampia.
Una scelta precisa, che Gennaro Convertini, dell’Enoteca Regionale Calabrese, spiega partendo proprio dal ruolo dei consorzi. “Quest’anno abbiamo deciso di portare qui i consorzi perché rappresentano i territori e le denominazioni. Attraverso i loro racconti vogliamo mostrare la grande biodiversità che la Calabria possiede e che probabilmente ancora pochi conoscono“.
Cirò, Terre di Cosenza, Terre di Reggio, Greco di Bianco e Bivongi DOC diventano così le diverse tessere di un mosaico che prova a restituire una regione vitivinicola molto più complessa di quanto venga normalmente percepito. E quando si parla di biodiversità, Convertini torna subito su uno dei vitigni che considera più rappresentativi: il Mantonico.
“Ha una genetica fra le più antiche al mondo“, racconta, sottolineando come proprio gli studi sui vitigni autoctoni stiano facendo emergere il ruolo di alcune varietà calabresi nella storia della vite. Il Mantonico, nella sua lettura, diventa quasi il simbolo di un patrimonio che affonda le proprie radici molto prima della viticoltura moderna.
“La nostra biodiversità nasce da una storia antichissima, che va ancora più indietro della Magna Grecia. Prima c’era l’Enotria, con la vite selvatica, che poi ha incontrato la vite domestica proveniente dalla Grecia. Da quell’incontro sono nati molti vitigni che ancora oggi stiamo scoprendo“.
Una ricerca che non appartiene soltanto al passato. Convertini racconta infatti di un lavoro ancora in corso nei vigneti calabresi, alla ricerca di varietà con DNA unico da iscrivere negli elenchi ufficiali. Una sorta di banca genetica diffusa che potrebbe avere un valore importante anche pensando al futuro della viticoltura. “Con i cambiamenti climatici, la biodiversità che possediamo può diventare una risorsa non soltanto per la Calabria, ma anche per la viticoltura italiana“.
Ed è proprio sulla parola “futuro” che il discorso si sposta dal vino al turismo. Perché, secondo Convertini, oggi non basta più portare le bottiglie fuori dal territorio e aspettarsi che siano loro, da sole, a raccontarlo. “Il vino è sempre stato un ambasciatore, ma probabilmente la bottiglia ha un po’ perso questa funzione. Il consumatore moderno vuole andare nei territori, visitarli, vivere esperienze“.
Da qui nasce la necessità di usare eventi e occasioni di promozione non soltanto per presentare i vini, ma per invitare le persone a conoscere la Calabria direttamente.Non solo il mare, quindi, ma anche la montagna, la Sila, l’Aspromonte, il Pollino e quelle aree interne che entrano meno facilmente nell’immaginario turistico tradizionale della regione.
Il passaggio decisivo riguarda però l’enoturismo. Convertini non lo considera più un’attività accessoria alla produzione vitivinicola. “L’enoturismo è diventato qualcosa di complesso. Non è più rivolto soltanto agli appassionati che vogliono degustare e visitare una cantina. La platea si è allargata e le aziende devono organizzarsi con vere unità strategiche dedicate all’accoglienza“.
È un cambiamento profondo. La cantina non è più soltanto il luogo in cui si produce vino, ma può diventare un punto di incontro con artigiani, artisti, gastronomia, paesaggio e altre filiere del territorio. In altre parole, non basta più aprire una porta e servire qualche calice: occorre costruire un’esperienza.
Sul tema delle infrastrutture, spesso indicato come uno dei limiti principali dell’enoturismo italiano, Convertini introduce però una lettura diversa.“Questo è comunque un turismo lento. La difficoltà nel raggiungere un luogo non è sempre e necessariamente un limite. La vera sfida è diventare attrattivi“.
Le infrastrutture restano importanti, ma richiedono tempi lunghi. Nel frattempo, secondo Convertini, la Calabria sta già mostrando segnali interessanti, con una crescita del turismo straniero e un’attenzione crescente verso le aree montane e interne. Il vero salto da compiere è un altro: fare sistema. Convertini stima che almeno una quarantina di aziende vitivinicole calabresi siano già pronte per offrire un’accoglienza qualificata. Il passo successivo consiste nel collegarle tra loro e con le altre risorse del territorio. “Bisogna creare prodotti di territorio, metterli in rete con altri soggetti e costruire un sistema integrato. Chi fa enoturismo vuole vivere il territorio a tutto tondo e deve poter trovare esperienze sufficienti almeno per un fine settimana“.
È probabilmente qui che si concentra la vera sfida della Calabria. Il patrimonio c’è: vitigni, denominazioni, paesaggi, mare, montagna, gastronomia e una biodiversità che continua ancora oggi a riservare sorprese. Ora bisogna trasformare tutto questo in racconto, esperienza e rete. Perché il vino può essere ancora un grande ambasciatore. Ma per funzionare davvero deve riuscire a portare le persone là dove nasce.




















