Il Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti FIVI è una di quelle date che ti segni in agenda come si fa con i compleanni importanti. Dal 15 al 17 novembre, BolognaFiere ha ospitato la 14ª edizione di quella che, numeri alla mano, è ormai la grande festa annuale dei vignaioli italiani: 1.000 produttori da tutte le regioni, tre delegazioni europee, 28 olivicoltori indipendenti, oltre 8.000 vini in assaggio e una città intera che ha deciso di abbracciare questo popolo del vino. Un evento che non è solo fiera, ma luogo di incontro tra chi il vino lo fa e chi lo ama, tra chi lo racconta e chi lo scopre per la prima volta.
E a fine manifestazione, i dati parlano chiaro: più di 28.000 visitatori, masterclass sold out e quella sensazione diffusa che il vino, quando è artigianale, territoriale e umano, diventa davvero un linguaggio comune.
La mia giornata inizia presto, più presto del previsto: la tratta ferroviaria Prato–Bologna è ancora fuori uso, quindi l’avventura comincia in autobus. C’è qualcosa di quasi scolastico nel partire così, con lo zaino e l’idea di “andare in gita”, solo che invece dei panini ci saranno calici e invece dei professori ci saranno vignaioli. Arrivata in stazione a Bologna incrocio tre sommelier, sono tre amici veterinari con una grande passione per il vino. Due battute, quattro risate, ed è subito chiaro che stiamo andando tutti nella stessa direzione: FIVI. Decidiamo di unire le forze e la giornata prende subito un sapore diverso. Degustare insieme ha un altro significato: è confronto, gioco, intuizioni condivise, ricordi che si intrecciano. Il vino è, prima di tutto, condivisione. Carrello alla mano, come da tradizione FIVI, iniziamo a muoverci tra i corridoi infiniti dei padiglioni: io li porto a conoscere qualche “mio” vignaiolo del cuore, loro mi introducono alle loro cantine. Ne nasce un viaggio fatto di storie, persone, emozioni e buon vino. È questo il lato più bello del vino, quello che ogni volta mi fa innamorare di nuovo.
La prima tappa è Ca’ du Ferrà, siamo a Bonassola, sulla Riviera di Levante. “Nomen omen”: il nome, in dialetto, significa “Casa del Fabbro”, e racconta un luogo ruvido e autentico, fatto di vigneti strappati all’abbandono e di natura da custodire. Qui, circa venticinque anni fa, è cominciata un’avventura che oggi conta 5 ettari vitati, 30.000 bottiglie e un’idea fortissima: rimettere al centro la terra. Davide Zoppi, giurista, e Giuseppe Luciano Aieta, ingegnere con master in finanza, nel 2017 lasciano Milano per trasferirsi definitivamente a Bonassola. Recuperano appezzamenti, rinnovano ma rispettano, ascoltano il territorio. Perché – direbbe Seneca – il vento favorevole serve solo a chi sa dove vuole andare. E qui la rotta è chiarissima.
Il mio primo calice è il Bonazolae – Colline di Levanto Bianco DOP, il tradizionale uvaggio di Vermentino, Albarola e Bosco. Nel bicchiere si presenta di un bel giallo dorato vibrante, luminoso, che preannuncia una certa ricchezza. Al naso il registro è fine e progressivo: fiori bianchi e gialli – gelsomino, mughetto, ginestra – aprono la scena, seguiti da salvia ed elicriso che aggiungono una dimensione balsamica elegante. Poi lime, un soffio agrumato citrino e un finale che vira verso una mineralità quasi cipriata, sottile, sofisticata. Il sorso è pieno, largo, figlio della natura aromatica delle uve e del lavoro sulle fecce fini, ma l’acidità interviene precisa, affilata, a tendere la struttura, a “tagliare” la materia senza mai aggredirla. Il finale è salino, lungo, gustoso, con ritorni agrumati di lime: un bianco gastronomico, appagante e giocoso allo stesso tempo, che ti fa venire voglia di un secondo bicchiere (e di un piatto di pesce, ma quello è un’altro discorso).
Poi arriva il Luccicante – Colline di Levanto Vermentino DOP, Vermentino in purezza che in me trova il sapore dolce del ricordo: il podio appena conquistato al concorso nazionale in Liguria è solo l’ultima conferma di un legame fortissimo con questo vitigno, che per me ha sempre il sapore di “casa”. Nel calice si veste di un dorato luminoso, coerente con il lavoro sulle fecce e con la maturità delle uve. Al naso il carattere vegetale del Vermentino si ritrova nella florealità spontanea dei fiori di campo, poi arrivano note di erbe officinali e foglia di ulivo che richiama tanto la sapidità quanto un’idea di macchia mediterranea, seguono toni più caldi di infuso di camomilla, mela golden e frutta a polpa gialla. Una nota agrumata dolce, che ricorda il kumquat, rinfresca il quadro, chiuso da una mineralità più gessosa, quasi tattile. In bocca il vino è pieno, gustoso, ma la spinta acida a matrice agrumata lo rende scattante, agile, nonostante i 13 gradi alcolici che rimangono perfettamente integrati. Il finale è lungo, sapido, con eco agrumato persistente: un Vermentino che illumina, proprio come il suo nome suggerisce.
La vera sorpresa, però, è L’Intraprendente – Liguria di Levante Passito Bianco IGP, un passito che racconta la Liguria nel linguaggio delle sue uve storiche – Bosco, Vermentino e Albarola – con un appassimento di almeno tre mesi. Nel calice è di un ambra brillante, denso ma non pesante. Il profilo olfattivo è ampio e avvolgente: fiori di acacia e zagara, fanno da preambolo a dolci note di scorze d’arancia candite, zenzero e cedro, miele e albicocca disidratata su un finale di frutta secca. Al sorso l’ingresso è morbido, setoso, quasi vellutato, con rimandi di succo di albicocca e miele che si intrecciano a una scia sapida che allunga il passo. L’acidità, viva e ben presente, sostiene i 14 gradi alcolici e il residuo zuccherino, dando ritmo e dinamismo al vino, che rimane sorprendentemente beverino per la tipologia. Il finale è interminabile, con ritorni di frutta secca e sensazioni dolci-sapide che ti restano in memoria a lungo.
Dalla Liguria risaliamo idealmente verso nord, fino in Trentino, per fare tappa a una realtà che porta nel nome una storia di famiglia e di territorio: la distilleria Giovanni Poli a Santa Massenza, paese simbolo della grappa, ma anche luogo privilegiato per la Nosiola. Qui, più che sui distillati, mi concentro sull’autoctono trentino in doppia veste: ferma e Vino Santo.
Il Nosioi 2024 – Vigneti delle Dolomiti IGT Nosiola si presenta nel calice di un giallo paglierino luminoso e trasparente. Al naso la trama è fine e ben disegnata: fiori bianchi – caprifoglio, tiglio – aprono su un fruttato di pera e mela golden, per poi lasciare spazio a un ventaglio di erbe officinali che sanno di Trentino, di prati e aria pulita. In chiusura, un’eco più sottile di frutta secca prepara il terreno alla caratteristica firma varietale. In bocca il vino è fresco, snello, ben equilibrato: la sapidità accompagna il sorso e una chiusura netta di mandorla fresca e nocciola, tipica della Nosiola, sigilla una beva che è insieme semplice e profondamente identitaria.
Con il Vino Santo Trentino DOC 2010 la Nosiola raggiunge la sua massima espressione. Dopo un lunghissimo appassimento sulle arèle e anni di affinamento in vecchie botti di rovere, il calice si accende di un ambrato brillante, vibrante. Al naso è un piccolo mondo: succo di albicocca matura, fico e dattero, marron glacé, cenni di anice, nocciola, richiami di frutta candita. Il sorso è concentrato ma non opulento: la dolcezza è avvolgente, ma trova nell’acidità una compagna di viaggio ideale, che alleggerisce, rende il vino agile, elegante, quasi danzante sulla lingua. I richiami di nocciola e frutta secca accompagnano una chiusura lunghissima, meditativa, che racconta tanto il vitigno quanto il tempo.
Sempre in Trentino, non posso non fermarmi da un amico di vecchia data: Tenuta Maso Corno. Attorno a un maso secolare, sulle pendici dei Monti Lessini di fronte alle Piccole Dolomiti, i vigneti si allargano come un ventaglio su un terrazzo naturale a 500 metri di altitudine, sospeso sul torrente Ala e affacciato sulla valle dell’Adige. Terreni dolomitico-calcarei poveri, aria pedemontana, esposizione del mattino: è un luogo in cui il “genius loci” si percepisce forte. Giulio Larcher ha fatto di questo maso la sua sfida personale, puntando su rese basse, cloni selezionati, lavoro maniacale in vigna e in cantina per vini di carattere e classe.
Il vino simbolo, quello che voglio raccontare, è il Trento DOC Blanc de Blancs Pas Dosé “Giulio Larcher”, Chardonnay in purezza affinato sui lieviti per almeno 60 mesi, senza dosaggio in sboccatura. Nel calice è luminoso, brillante, con un perlage finissimo e continuo. Al naso è complesso e preciso: cedro e bergamotto aprono la scena agrumata, seguiti da note più calde di vaniglia delicata e frutta secca. In bocca è cremoso, pieno, come ci si aspetta da uno Chardonnay ben spumantizzato, ma subito la spalla acida entra in gioco e verticalizza il sorso. La bolla è centrale, finissima, mai aggressiva; la sapidità di matrice dolomitica allunga il finale su ritorni di frutta secca e una delicata sensazione gessosa. È un Metodo Classico profondamente territoriale, ma anche personale: si sente la mano di Giulio, la sua idea di rigore ed eleganza fuse in un’unica, raffinatissima bollicina.
Dal nord scendo verso sud, fino alle pendici del Vesuvio, da Casa Setaro, una delle realtà che più amo in Campania. Qui una famiglia ha saputo rileggere in chiave contemporanea il Lacryma Christi e le uve del vulcano – Aglianico, Falanghina, Piedirosso – restituendo dignità e luce a vitigni autoctoni anche a rischio di estinzione, come il Caprettone. Tutto nasce dall’intuizione di Vincenzo, portata avanti con determinazione dal figlio Massimo Setaro e dalla moglie Maria Rosaria: una viticoltura sostenibile, identitaria, che ha il Vesuvio nel cuore e lo sguardo rivolto al futuro.
Il Vesuvio Caprettone DOC arriva da vigne a piede franco tra i 250 e i 350 metri, nel Bosco del Monaco e nel Tirone della Guardia, nel Parco Nazionale del Vesuvio. Nel calice il colore è un giallo dorato brillante, luminoso. Il naso è complesso e ampio: ginestra e fiori di acacia, cenni agrumati di cedro, soffi balsamici di nepitella. Al sorso è suadente, avvolgente: la morbidezza iniziale viene subito bilanciata da una vena acida precisa, che riprende le note di cedro. La sapidità, potente e vulcanica, sostiene il vino e prolunga il finale su echi fruttati e agrumati. È un bianco di carattere, che porta nel bicchiere l’anima lavica del Vesuvio senza mai perdere eleganza.
Poi c’è lui, il vino del cuore: Fuocoallegro – Vesuvio Piedirosso DOC. Ogni volta che lo ritrovo nel calice ho la sensazione di tornare a casa. Nel bicchiere si presenta di un rosso rubino vivo, attraversato da riflessi amaranto che gli danno profondità. Il naso è sorprendentemente fresco e floreale: ciclamino, e petali di geranio. Poi il frutto si fa più deciso, con il rabarbaro e la ciliegia durone che si intrecciano a sfumature di vaniglia bourbon, mentre sullo sfondo compaiono note più scure di fuliggine e un accenno ematico, sottile ma riconoscibile, che racconta il vulcano. In bocca il vino è avvolgente, rotondo, concentrato su rimandi di rabarbaro, tabacco biondo e caffè. Il tannino è finissimo, setoso, perfettamente integrato, e lavora in sinergia con una acidità misurata, che dà ritmo al sorso senza irrigidirlo. La chiusura è sapida, ben marcata, con lunghi ritorni fumé che sembrano riportare idealmente al cratere. È un Piedirosso spontaneo, sincero, capace di emozionare senza alzare la voce.
Risaliamo poi idealmente al centro Italia per chiudere il viaggio con un abbraccio umbro: Cantina Cocco Montefalco. Al banco c’è Ilaria, e quando parla del Sagrantino e della sua terra le brillano gli occhi: è uno di quei casi in cui capisci subito che il vino, qui, è una questione di vita, famiglia e radici. La storia parte da lontano: la sua famiglia coltiva queste vigne dal 1650, ma è nel 2008 che nasce la cantina Cocco, con l’idea di custodire l’identità di un poggio adagiato sul colle di Montefalco, cercando l’equilibrio tra tradizione e moderne pratiche agronomiche e di cantina.
Il PHONSANO – Montefalco Sagrantino DOCG è un Sagrantino in purezza che al calice si presenta di un rubino profondo, con una carica polifenolica evidente. Al naso parte con un’intensa impronta fruttata: ciliegia, ribes, melograno, seguite da una speziatura fine di noce moscata, chiodo di garofano, pepe di Sichuan e una scia balsamica di alloro. In bocca è materico, strutturato, con un tannino deciso ma finemente tessuto, che si innesta su una spalla acida energica a dirigere il sorso. La chiusura è sapida, lunga, con ritorni di frutta, spezie e un tocco di cacao che accompagna il vino in una persistenza quasi infinita. È un Sagrantino che non rinnega la sua potenza, ma la incanala in un discorso di eleganza.
Nella versione passita, il Sagrantino di Ilaria trova un’altra, emozionante forma di espressione: FONTIOLA – Montefalco Sagrantino DOCG Passito. Nel calice è di un rubino fittissimo, lucente. Al naso si apre su note eteree e dolci di ciliegia sotto spirito, confettura di visciole, more di gelso, mirto, cardamomo, in un crescendo aromatico che ti cattura. Il sorso è vellutato, avvolgente: il residuo zuccherino è importante ma perfettamente bilanciato dalla freschezza e da una trama tannica ancora ben presente, che dona struttura e frena ogni possibile eccesso di morbidezza. La lunghezza gustativa è impressionante, con ritorni dolci, fruttati e speziati che si rincorrono a lungo. Un vino complesso, profondo, ma di una eleganza disarmante.
Quando esco dai padiglioni, la luce è già cambiata. Fuori piove, le borse piene di bottiglie di vino sono diventate ufficialmente troppo pesanti per essere trascinate con nonchalance fino all’autobus, e la stanchezza comincia a farsi sentire. Ma è una stanchezza bella: ho in testa i sorrisi dei vignaioli, le chiacchiere con gli amici, i profumi dei vini che ho scoperto e riscoperto, i nomi delle bottiglie che so che aprirò con calma, nei momenti giusti. Il FIVI è stato, ancora una volta, un viaggio lungo lo stivale in una sola giornata che è volata via tra vecchi e nuovi amici, cantine dove sono “di casa” e realtà che non vedo l’ora di andare a trovare. E mentre stringo tra le mani il biglietto dell’accredito ormai stropicciato, so già che, se potessi, questa avventura la rifarei subito, tutta d’un fiato. E forse, proprio questo, è il segreto del Mercato FIVI: lasciarti addosso una gran voglia di tornare, di brindare ancora, di ascoltare altre storie nel prossimo calice.



























