Ci sono luoghi in cui il vino non racconta soltanto la terra da cui nasce, ma anche il gusto, i gesti e l’immaginario di un’epoca. La Fattoria del Colle, nel cuore più intatto della Toscana, è uno di questi.
Quando Livio Socini riacquista la proprietà nel 1919, riportandola in famiglia dopo trecento anni, compie già un gesto culturale, ma è con Donatella Cinelli Colombini che questo luogo diventa qualcosa di più: non solo una cantina, ma un laboratorio di visione, un punto d’incontro tra tradizione e contemporaneità, tra agricoltura e pensiero.
La sua traiettoria – dagli studi in storia dell’arte medievale alla fondazione del Movimento del Turismo del Vino, fino alla nascita nel 1998 di un’azienda che unisce Casato Prime Donne e Fattoria del Colle – racconta un’idea precisa: rimettere il vino dentro la cultura. Da qui nasce Cenerentola, vino che già nel nome dichiara il proprio destino: partire da una posizione laterale per costruire identità, bellezza, riconoscimento.

Cenerentola è Orcia, denominazione giovane – nata il 14 febbraio 2000 – stretta tra due sorelle maggiori come Brunello e Nobile di Montepulciano, ma, come nella fiaba, è proprio la marginalità a generare carattere. Ancora più radicale è la scelta del Foglia Tonda accanto al Sangiovese: un vitigno autoctono quasi scomparso, recuperato nei primi anni Duemila, quando il vino parlava soprattutto il lessico della globalizzazione. Una scelta controcorrente allora, modernissima oggi.
Il Foglia Tonda, con la sua esuberanza produttiva e la sua ricchezza polifenolica, richiede cura, selezione, pazienza. È un vitigno difficile, ma proprio per questo restituisce vini profondi, materici, capaci di dialogare con il tempo. Insieme al Sangiovese costruisce un equilibrio raro fra potenza ed eleganza, struttura e slancio.
Per questo la presentazione del 23 marzo alla Fattoria del Colle di Trequanda non è stata una semplice anteprima, ma un vero evento culturale. Donatella e la figlia Violante hanno trasformato l’Anteprima dell’Orcia Doc Riserva Cenerentola 2020 in un laboratorio narrativo: leggere il vino insieme al tempo che lo genera. Non soltanto clima, vendemmia e cantina, ma anche moda, design, musica, cinema, politica, paure collettive e desideri di un’epoca.
L’idea era precisa: degustare dieci annate di Cenerentola – 2001, 2004, 2006, 2007, 2008, 2013, 2016, 2017, 2018 e la nuova Riserva 2020 – mentre scorrevano immagini, suoni e simboli degli stessi anni.

«Lo spartito è lo stesso, così come l’uva e il terroir sono gli stessi, ma il risultato finale cambia in base a una interpretazione del momento storico», ha spiegato Donatella, richiamando l’immagine della Quinta di Beethoven diretta da Toscanini, von Karajan o Muti. Ed è forse questa la sintesi più bella dell’intero progetto: la vigna è lo spartito, l’annata è interpretazione.
In fondo è qui il nodo: il vino è uno dei modi in cui una società racconta se stessa. All’inizio dei Duemila dominano ostentazione, lusso dichiarato, impatto; dopo il 2008 arrivano misura, sobrietà, autenticità; poi la stagione dell’identità, della sostenibilità, della trasparenza. Cambiano la moda, il design, il modo di abitare e di mostrarsi. Inevitabilmente anche il vino cambia registro.
Il 2001, prima annata di Cenerentola, nasce in un anno lacerato: le Torri Gemelle, la guerra in Afghanistan, il G8 di Genova, il ritorno di Berlusconi a Palazzo Chigi. La moda parla la lingua della logomania e dell’horror vacui. L’annata, segnata dal gelo e dal vento alla vigilia di Pasqua, riduce le rese ma concentra la sostanza, mentre estate e autunno luminosi accompagnano una maturazione piena. La vinificazione avviene in tini d’acciaio termoregolati, seguita da dodici mesi in barriques di rovere Allier, Nevers e Tronçais.
Nel calice si presenta con un granato fitto dai riflessi aranciati, quasi a restituire visivamente la ricchezza polifenolica del Foglia Tonda. L’apertura è balsamica, profonda, su richiami di alloro, cui seguono spezie dolci ed esotiche – sandalo, cannella, noce moscata, legno di cassia – accompagnate da una vaniglia bourbon ormai perfettamente integrata. Il bouquet si distende poi su fiori essiccati e una sottile traccia di pepe bianco, mentre il frutto evolve verso una dimensione più matura e avvolgente di confettura alla prugna. Emergono quindi suggestioni di cioccolato, tabacco biondo e scatola di sigaro, fino a chiudere in un elegante registro di sottobosco, tra foglie secche e richiami terrosi. Il legno è completamente assimilato nella trama aromatica, senza mai sovrastare. Al sorso sorprende per una freschezza ancora vibrante, che sostiene un tannino presente ma finemente integrato. Il finale è sapido si prolunga con eleganza su ritorni di frutta secca.
Il 2004 è l’anno in cui il mondo si allarga: l’Europa accoglie nuovi Paesi a Est, nasce Facebook, mentre nella moda resistono fluo, aderenze e gusto dell’eccesso. Nel vino iniziano a pesare i punteggi dei critici internazionali e in cantina avviene il passaggio da Fabrizio Ciufoli a Carlo Ferrini. L’annata è favorevole, con maturazione regolare; la vinificazione avviene in acciaio termoregolato, seguita da affinamento in barriques.
Nel calice si presenta con un carminio ancora impenetrabile dai riflessi granato, segno tangibile di una costruzione estrattiva e di un’impronta di cantina più marcata. Il profilo olfattivo si muove su registri più scuri, quasi noir, dove il sottobosco domina con note di humus – foglie bagnate e richiami quasi ematici – accompagnato da una corteccia di china che introduce una sfumatura amaricante e profonda. Il floreale emerge in forma evoluta di pot pourri, mentre il frutto si fa più maturo e liquoroso, su ciliegia sottospirito e suggestioni di cioccolato che richiamano il Boero. A completare il quadro, accenti di caramello e chiodo di garofano. Il sorso è pieno ma composto. Il tannino risulta ben integrato e il legno, pur avendo segnato lo stile, appare oggi più fuso nella struttura, lasciando emergere con maggiore chiarezza il dialogo tra Sangiovese e Foglia Tonda.
Nel 2006 cambiano molte cose: l’Italia vince i Mondiali, esplode Calciopoli, si parla con più insistenza di cambiamento climatico. Anche l’estetica si muove verso toni più sobri. L’annata è articolata: inverno piovoso, luglio molto caldo, agosto instabile, settembre asciutto e luminoso. La vinificazione avviene in acciaio termoregolato, con un lavoro più attento sulle estrazioni.
Nel calice si presenta ancora con un carminio impenetrabile dai riflessi granato, ma già all’olfatto il profilo si fa più fresco e dinamico. Il frutto si esprime con nitidezza su mora e mirtillo, accompagnato da una trama balsamica mediterranea di alloro e rosmarino. Il floreale emerge con eleganza su viola e rosa. Il sorso è agile, sorprendentemente scorrevole rispetto alla densità visiva. Il tannino è presente ma ben gestito, mentre è l’acidità a diventare protagonista, integrando la struttura e accompagnando il vino senza mai irrigidirlo. La sapidità finale allunga con precisione su note di tamarindo e arancia amara.
Il 2007 è un anno spartiacque: nasce l’iPhone, Facebook esplode anche in Italia, la crisi dei mutui inizia a incrinare il sistema americano. L’annata è irregolare ma favorevole; la vinificazione è in acciaio termoregolato, seguita da dodici mesi tra barriques e tonneaux.
Nel calice il vino segna un cambio stilistico evidente: si presenta con un granato di media fittezza dai riflessi aranciati, già elegante nella sua trasparenza, con un colore più scarico che quasi “pinotteggia”. Il profilo olfattivo si apre su spezie fini – noce moscata e cannella – accompagnate da rosa persiana essiccata, corteccia di china e una balsamicità diffusa di alloro, arricchita da una nota evocativa di erbe di montagna, nel ricordo della caramella Ricola. Il sorso è fresco, lineare, attraversato da una trama balsamica che accompagna la progressione. L’acidità integra perfettamente il tannino e guida il vino verso un finale pulito e continuo.
Poi arriva il 2008, e arriva il crollo. Lehman Brothers fallisce, il mondo perde sicurezza, la moda vira verso il less is more. Alla Fattoria del Colle arriva Valérie Lavigne, anche se il 2008 resta ancora un vino impostato da Ferrini. La stagione è segnata da una primavera molto piovosa, da un’estate calda ma ben sostenuta dalla vegetazione e da una maturazione lenta e regolare. La vinificazione avviene in acciaio termoregolato, mentre l’affinamento prosegue in tonneaux.
Proposto in degustazione in formato Jéroboam, al calice è un granato sempre più scarico dai riflessi aranciati. L’incipit è balsamico e profondo, dominato dall’alloro. Il profilo evolve poi su un sottobosco raffinato, nel ricordo di funghi secchi, felce e incenso selvatico. Seguono note di tabacco, scatola di sigari e cioccolato in polvere, mentre il frutto si muove con precisione tra ciliegia ferrovia e arancia amara. Il tannino è centrale, sottile, quasi polveroso, e trova nella freschezza una controparte perfettamente bilanciante. Il sorso si allunga con continuità su un registro mediterraneo elegante, tra rosmarino, alloro, bacca fresca di ginepro e cardamomo.
Il 2013 è l’anno della discontinuità simbolica: Benedetto XVI si dimette, muore Nelson Mandela, i social diventano professione e mercato, lo street style passa da sottocultura a mainstream. La società cerca autenticità mentre rende tutto comunicabile e replicabile. L’annata, irregolare, richiede attenzione in vigna e in cantina; la vinificazione avviene in acciaio termoregolato, con un legno ormai perfettamente integrato.
Nel calice si presenta con un granato di media fittezza dai riflessi aranciati. Il naso è sottile, elegante, costruito su una trama raffinata di fiori essiccati, tabacco dolce, carruba e vaniglia bourbon. Il frutto si muove su note di ciliegia e prugna sotto spirito, accompagnate da arancia essiccata. Il profilo si chiude su un sottobosco fine e misurato, tra humus, corteccia di china e radice di liquirizia. Al sorso domina una freschezza vibrante, che integra perfettamente un tannino centrale, fine e ben cesellato. La chiusura è saporita, con una chiara impronta minerale.
Il 2016, mentre il mondo vive fratture profonde – la Brexit, la morte di Regeni, il referendum costituzionale, la vittoria di Trump – è un’annata tra le più equilibrate del decennio. Nel vino crescono il valore della parcella, delle zonazioni, della centralità del luogo. Donatella diventa presidente delle Donne del Vino, portando l’associazione a una crescita decisiva nei sette anni successivi. L’annata è costruita su inverno mite e piovoso, primavera instabile, estate alterna e settembre sereno con forti escursioni termiche. La vinificazione avviene in acciaio termoregolato, l’affinamento in tonneaux da 5 ettolitri e piccole botti.
Nel calice si presenta con un carminio di media fittezza dai riflessi granato. L’incipit è balsamico, nitido, su note di alloro e bacca fresca di ginepro, cui seguono arancia sanguinella, mora di gelso e cassis. Il sorso è suadente, pienamente risolto. Il tonneau si integra perfettamente nella trama del vino, regalando un tannino fine, quasi setoso. L’acidità agrumata accompagna la progressione con leggere note amaricanti di tamarindo e la sapidità allunga su richiami mediterranei di rosmarino e ginepro.
Nel 2017 il mondo si muove ancora per scosse: Trump giura da presidente, la Catalogna tenta il referendum per l’indipendenza, il movimento Me Too cambia il discorso pubblico, Bitcoin e criptovalute alimentano l’idea di una finanza svincolata dai sistemi tradizionali. La moda incorpora wellness, vintage, comfort. Ma l’annata è tra le più difficili del decennio: inverno secco, estate rovente, maturazione complessa, vendemmia anticipata e selettiva. La vinificazione avviene in acciaio termoregolato, seguita da dodici mesi tra tonneaux e piccole botti.
Nel calice si traduce in un rubino di media intensità dai riflessi carminio, più trasparente rispetto alle annate precedenti. Il profilo olfattivo si apre su una dimensione boschiva e vegetale, con felce e gambo di rosa, poi foglia di ortica, tabacco, cardamomo e coriandolo. Al sorso l’acidità agrumata sostiene la struttura e accompagna con precisione fino alla chiusura sapida. Il tannino ha grip, con una lieve nota verde, segno di una maturazione fenolica non del tutto compiuta. Anche la componente alcolica emerge, ma la freschezza riequilibra il sorso.
Il 2018 è l’anno in cui la sfiducia entra stabilmente nel lessico collettivo: gilet gialli, Greta Thunberg, Cambridge Analytica, il crollo del ponte Morandi. La società vive insieme la crisi delle infrastrutture materiali e di quelle invisibili. L’annata, segnata da primavera e inizio estate molto piovosi e da un settembre asciutto e luminoso, favorisce una maturazione lenta e progressiva. La vinificazione avviene separatamente per le uve, in acciaio termoregolato, mentre l’affinamento prosegue per dodici mesi in tonneaux da 5 ettolitri di rovere francese e in piccole botti.
Nel calice si presenta con un carminio dai riflessi granato, luminoso e definito. L’incipit è minerale, su note fumé con cenni di grafite e richiami iodati. Il profilo si apre poi su una dimensione più mediterranea, tra incenso selvatico, rosmarino e salvia, prima di lasciare spazio a un frutto nitido di ciliegia ferrovia e a una violetta essiccata. La chiusura olfattiva è affidata a un sottobosco elegante e misurato, fatto di foglie secche e corteccia di cedro. La bocca è tesa, costruita sulla precisione. Il tannino è centrale, ben integrato, e trova nell’acidità agrumata il proprio equilibrio. Il finale si distende lungo e coerente su una scia sapida persistente.
E poi il 2020. L’anno in cui il mondo si ferma: Covid, lockdown, città svuotate, casa-rifugio, digitalizzazione forzata, paura del contatto. La moda diventa funzionale, il design mescola vintage e contemporaneo, il riciclo diventa linguaggio di sopravvivenza. In quell’estate Violante si sposa: gesto privato che in un anno così ferito suona quasi come una forma di resistenza. La nuova Orcia Doc Riserva Cenerentola 2020 nasce dentro questa atmosfera, in sole 200 bottiglie magnum numerate.
L’annata è segnata da una gelata primaverile, da un giugno molto piovoso e da un’estate torrida; sarà settembre, con le piogge e le escursioni termiche, a permettere alle viti di recuperare e completare la maturazione. Sangiovese e Foglia Tonda vengono vinificati separatamente, mentre l’affinamento prosegue per dodici mesi in tonneaux da 5 ettolitri di rovere francese e in piccole botti.
Nel calice si presenta con un rubino di media intensità, luminoso e definito. Il profilo olfattivo si apre su una balsamicità profonda e stratificata: corteccia di china, resina di pino, radice di liquirizia ed eucalipto, poi cardamomo e coriandolo. Il frutto si muove su registri scuri e maturi, tra cassis e mora di gelso, con un ritorno agrumato di arancia amara. In sottofondo emergono spezie dolci di vaniglia bourbon che evolvono verso note di carruba. Il sorso è agile, preciso, costruito su una trama fine. Il tannino è sottile e ben cesellato, accompagnato da una materia che si esprime in una dimensione fruttata di susina e prugna, con un richiamo terroso, quasi sanguigno. L’acidità agrumata sostiene la progressione, mentre la sapidità finale si allunga con eleganza su richiami di frutta secca.
Dopo la degustazione, la giornata è proseguita con un pranzo per la stampa alla Fattoria del Colle, pensato come naturale prosecuzione del racconto. Il menu, curato dalla chef sommelier Doriana Marchi con la collaborazione dello staff del ristorante diretto dal maître Andrea Scala, ha tradotto in cucina la stessa idea di eleganza territoriale che aveva guidato l’assaggio, a partire dalla Zuppa di Dante con olio EVO e pomodorini confit, un richiamo colto e domestico insieme. Nel calice, accanto a Cenerentola Orcia Doc 2021, anche Rosa di Tetto IGT Toscana Bio 2024, Brunello di Montalcino Progetto Prime Donne DOCG 2020, Brunello di Montalcino DOCG Riserva 2015 e Passito di Traminer Aromatico IGT Toscana Bio 2018.
Dopo un evento come quello del 23 marzo rimane la sensazione che il vino torni a occupare il posto che gli spetta: non come repertorio di tecnicismi, ma come una delle forme più complete con cui una società deposita memoria di sé. Cenerentola, in questo, è un nome perfetto: racconta un vino nato ai margini, in una denominazione giovane, con un vitigno quasi dimenticato, ma cresciuto senza scorciatoie fino a diventare simbolo di identità. E quando un vino riesce a trattenere un’epoca, custodirne l’emozione e svelarne le contraddizioni, allora diventa davvero cultura.




















