Da Conciabocca, a Testaccio, in un sabato piovoso…

Conciabocca è un piccolo ristorante a Testaccio, verso il Tevere.

Era di sabato, quando io e due miei amici abbiamo voluto provarlo, a dispetto del maltempo incombente.
Giunti in zona, abbiamo trovato facilmente parcheggio in divieto di sosta, e, avendo prenotato, ci hanno subito fatto accomodare al nostro tavolo (viste le restrizioni anti Covid-19, all’esterno). Ci sono due aree esterne, una su una piattaforma e un’altra attaccata al muro del ristorante. Quest’ultima più riparata, per fortuna.

Il menù è molto intrigante, ma la lettura, pur stimolando la curiosità, non prepara il buongustaio alla delicatezza e particolarità dei sapori che anticipa.

Ci siamo quindi affidati al cortese maître per la scelta delle entrée.

Io ho preso una lingua cotta a bassa temperatura per 18 ore, adagiata su una crema di erbette e un crumble di alici (pane grattato, acciughe e il tutto al forno, poi sminuzzato, spettacolare e saporito). La lingua era cotta in modo uniforme, morbida, per nulla fibrosa e saporita (non come nel bollito normale). Deliziosa. Un modo di reinterpretare la tradizione decisamente intrigante.

Il nostro amico ha preso delle costolette di agnello. Erano della giusto spessore, impanate alla perfezione, e del colore dorato tipico della cottura perfetta e uniforme (non le ho assaggiate, solo viste).

Poi siamo passati al piatto forte. Io ho preso il petto d’anatra di Barberia del Vercellese da allevamento naturale, laccato alla soia e miele, polvere di rafano e barbabietola. Cotto alla perfezione, succoso e non grasso. Il rafano non era aggressivo e la barbabietola rinfrescava piacevolmente.

Il mio amico – per continuare sulla falsariga regional-culturale, ha preso una carbonara. Quella l’ho assaggiata. Bene: posso serenamente dire che è stata la migliore carbonara che abbia mai provato. Impeccabile nella sapidità e nel sapore, per nulla grassa, era semplicemente eccezionale.

La nostra amica, invece, ha preso un piatto geniale: Ravioli fatti in casa ripieni di gambero rosso di Mazara, ricotta di pecora, acqua di pomodoro e aneto. Cosa c’è di geniale? immaginate di mangiare dei ravioli in brodo. Solo che il brodo sa di mare, di limone, di vacanze. E il raviolo sa di ricotta leggera e saporita, di gambero, di macchia mediterranea. Incredibile. Come abbiano compiuto la magia, catturato così tanti sapori e sensazioni, non saprei proprio.

Il dolce: io ho preso una Crema diplomatica crumble di nocciole e frutti di bosco. Consistenza ottima, non troppo dolce, l’aspro dei frutti di bosco rinfrescava e compensava la consistenza e carattere del crumble.

Il mio amico un tiramisù dalle dimensioni ambiziose, per un dopo pasto.

Abbiamo accompagnato il tutto con un fresco crémant, un vino bianco dalla doppia fermentazione come lo champagne (ma non prodotto nella zona dello champagne, appunto), con un perlage minuto e persistente, e strutturato il giusto.

Poi un caffè fatto con la moka e servito con la stessa, sei tazzine abbondanti. E un liquore a base di radice di genziana servito in bicchierini sferici. Ne ho bevuto uno simile solo in un crotto al nord del lago Maggiore, ma questo era piacevolmente più amaro.

Il conto è stato appropriato.
Peccato per la pioggia sferzante. temo che ci dovrò tornare, ahimè ????

www.conciabocca.it

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Immagine di Redazione

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