Nel cuore del Casentino, la storia di Federico e di un vino che parla di casa, coraggio e seconde possibilità.
Certe storie nascono in silenzio, lontano dai riflettori. Sono storie di persone che un giorno sentono di dover cambiare rotta, di tornare a un’essenza più vera. È la storia di Federico, che in un angolo di Casentino ha trovato nella vite il modo più sincero per ricominciare.
Tutto inizia nel 2017, in un periodo della vita in cui la corsa serale era diventata per lui una forma di equilibrio, un modo per alleggerire la mente dopo il lavoro. Una di quelle sere, quasi senza accorgersene, arriva un luogo che non conosceva: un piccolo appezzamento di terra, esposto al sole del tramonto, immerso nel silenzio. “Mi ci hanno portato le gambe,” ricorda, “ma soprattutto qualcosa dentro.”
Da quel momento, quella terra diventa un pensiero costante. Ogni volta che ci passa davanti sente crescere la certezza che quel posto lo stia aspettando. Dopo diversi tentativi, riesce a parlare con il proprietario. “Perché vuoi così tanto questo terreno, Federico?”, gli chiede l’uomo. “Perché voglio farci una vigna,” risponde, “sento che qui devo fare il mio vino.”
Il proprietario resta colpito: anche suo nonno, che si chiamava Federico, coltivava la vite in questo stesso luogo. È una coincidenza troppo bella per non ascoltarla e così la terra cambia mani, o forse semplicemente torna a casa. E in quell’intreccio di nomi, di destini e di passioni, nasce Podere Sofia.
Quel terreno, all’inizio, era un bosco fitto, che Federico inizia a disboscare con rispetto, quasi in punta di piedi, consapevole che per dare vita al suo sogno deve anche togliere inevitabilmente qualcosa. E quel pensiero lo accompagna, giorno dopo giorno: “Starò facendo la cosa giusta?”
Poi, un giorno, mentre lavora, si ferma. Davanti a lui si erge un albero maestoso, la cui chioma, vista dal basso, disegna una croce perfetta. Federico lascia cadere gli attrezzi e resta in silenzio. In quel momento capisce che non deve andare oltre. Quell’albero è un segno, un confine, un messaggio chiaro. Lo ritrae su un foglio, quasi per imprimere su carta quell’emozione. Da allora, quell’albero è diventato il simbolo di Podere Sofia, il logo che porta addosso tutta la sua storia. E ancora oggi, dall’alto, quell’albero veglia sul vigneto come un guardiano silenzioso.
Nel 2019 pianta 3.000 metri di vigneto, ad alta densità, suddiviso in Syrah, Sauvignon Blanc e Malvasia. La cantina, costruita tra il 2020 e il 2021, la realizza lui stesso, pietra dopo pietra, con i sassi del posto. Vissuta come una fatica karmica per espellere dolore e rinascere.
La prima annata, la 2021, vede la luce quasi per gioco, ma al suo debutto al Gusto dei Guidi 2023 succede qualcosa di inaspettato: in poche ore le bottiglie finiscono tutte. “Ne avevo solo 400,” racconta sorridendo, “e quella sera ne aprii 31. Ero così emozionato… vedere tutta quella fila davanti a me, sentire la gente nominare il mio vino. È stato come un sogno.”
Mi sembra di sentirlo ancora quel sogno, perché ogni gesto di Federico trasmette passione pura.
Oggi Podere Sofia è una piccola cantina immersa nel silenzio, dove tutto parla di equilibrio e autenticità. Federico accoglie i visitatori sotto un portico ventilato che dà sui vigneti. Tutto qui ha un ritmo lento, intimo, quasi sacro. E proprio in questa atmosfera inizia la nostra degustazione dell’annata 2023.

Il Sauvignon Blanc che ci versa è un piccolo miracolo di delicatezza: solo due filari nella proprietà, 250 bottiglie in tutto. Diraspatura manuale, macerazione a freddo per 12 ore, fermentazione a bassa temperatura in acciaio, nessuna filtrazione. Nel calice è paglierino tenue, con profumi nitidi e cesellati su un incipit balsamico di nepitella, poi gelsomino, fiori d’acacia e margherite di campo. Nella rotazione al calice, si apre poi lentamente sul frutto in note di pesca bianca, mango, ananas acerbo e scorza di lime. Il finale è salino, con un’eco di salvia e iodio.
In bocca l’acidità agrumata vibra, richiama il lime, mentre una sapidità sottile e persistente allunga il sorso con eleganza. Un vino che sa di purezza e silenzio, come il respiro della terra da cui nasce.
Poi arriva la sorpresa: un Orange di Malvasia, non ancora in bottiglia, spillato direttamente dalla vasca. Sei mesi di macerazione sulle bucce in orcio di terracotta, senza solfiti né controllo di temperatura. Oro brillante nel calice, profumi di propoli e resina, arancia essiccata, scorze di candite di agrumi e zenzero. Il sorso è morbido, avvolgente, con echi di tè grigio e un finale salino. È un vino che non parla, sussurra e lo fa con una grazia che commuove.
Arrivano i rossi, e con loro la potenza del territorio. Il Rossancherona, 85% Syrah e 15% Merlot, 450 bottiglie in tutto, nasce da fermentazioni spontanee in acciaio, tre rotture del cappello al giorno, nessun controllo di temperatura e affinamento di 18 mesi in barrique. Rubino fitto, profumi floreali di rosa e crisantemo, lasciano poi spazio all’espressione varietale della Syrah su note di chiodo di garofano, pepe di Sichuan, sino a una chiusura che richiama cenni di ciliegia in gelée, carrube e alloro. Al palato è equilibrio puro: acidità e tannino danzano insieme con una chiusura sapida e persistente che sa di ciliegia e frutta secca.

E infine lui, il vino di cui tutti parlano nel Casentino, Podere Sofia, Syrah in purezza. 750 bottiglie, 14,5% di alcol, vinificazione e affinamento come per il Rossancherona, ma qui tutto è amplificato. Rubino impenetrabile, profumi di frutta scura su note di cassis, mora di gelso e ciliegia selvatica, seguiti da soffi balsamici di radice di liquirizia a alloro. Si esprime poi in tutta la sua eleganza varietale, con echi di pasta d’oliva e pepe nero su una scia finale di tabacco biondo. È una Syrah che richiama alla mente le più pure espressioni dell’Hermitage, ma con un’anima tutta toscana: sincera, luminosa, autentica. In bocca è vellutato: il tannino integrato in una spalla acida perfettamente bilanciata e la sapidità che allunga il sorso su note di cacao e ciliegia, in un ricordo di cioccolatino Boero. È un vino che ti rimane addosso, come una carezza.
Durante la degustazione, Federico mi racconta che le sue bottiglie si trovano solo in pochi ristoranti in Italia e in quattro angoli del mondo. “Mi piace condividere il vino solo con chi sale fin quassù” mi dice. “Con chi percorre questa strada sterrata per venire a trovarmi, per capire. Il vino è famiglia, è amore, è sacrificio. È salvezza, qualche volta.”
Ascoltandolo, sento il calore salire agli occhi. Capisco che il suo vino non è solo il frutto della terra, ma di una rinascita interiore. È sangue, è fatica, è riscatto dal dolore trasformato in bellezza.
Quando si lascia Podere Sofia, si ha la sensazione che qualcosa rimanga sospeso tra le viti e il vento del Casentino. Qualche settimana dopo, Federico mi scrive una mail con i dettagli tecnici dei vini congedandosi con una frase che non scorderò mai:
“Ti ringrazio anche da parte di Podere Sofia, le mie viti hanno assorbito tanta energia positiva domenica mattina… chissà che bell’uva che faranno, e tu sarai dentro ogni grappolo.”
Forse il 2025 non avrà avuto bisogno di me per creare capolavori, ma mi piace credere che un frammento della mia energia sia rimasto lì, tra quei filari.
Perché bere un vino come questo significa entrare in contatto con una storia vera, con un’emozione che inebria chi lo crea e chi lo assaggia.
È un pensiero semplice, ma rivela l’anima di questa cantina: un luogo che trattiene l’eco di chi lo attraversa, come se la terra sapesse riconoscere le energie buone e custodirle tra i suoi filari.






















