A fine agosto, nelle campagne di Bianco, bisogna aspettare il tardo pomeriggio perché la calura conceda una tregua. Il sole resta quello della costa ionica reggina, ostinato anche quando comincia a scendere, ma tra i vigneti l’aria torna lentamente respirabile. Sotto un grande ulivo, Antonella Lombardo ha ricavato uno spazio di accoglienza all’aperto utilizzando le pedane di legno normalmente impiegate per imballare i pallet destinati alle spedizioni. Pochi metri più in là ci sono i filari; in mezzo, quasi senza soluzione di continuità, cespugli di capperi, liquirizia selvatica e macchia mediterranea.
Sulla tavola arrivano salumi, formaggi e preparazioni calabresi. Nei bicchieri, quasi tutta la produzione aziendale. Più che una degustazione organizzata, è una lunga chiacchierata collettiva che accompagna il passaggio dalla luce piena alla sera. Ed è probabilmente il modo migliore per avvicinarsi ai vini di Antonella Lombardo, perché qui paesaggio e bottiglia finiscono continuamente per rimandarsi l’uno all’altra.

Siamo a Bianco, sulla Costa dei Gelsomini, nella Locride, in una delle aree vitivinicole più antiche e allo stesso tempo meno raccontate della Calabria. Intorno ci sono i calanchi argillosi, davanti lo Ionio e alle spalle l’Aspromonte. Poco lontano, tra Bruzzano, Casignana e Ferruzzano, sopravvivono centinaia di palmenti rupestri, testimonianza di una cultura del vino che precede di parecchio qualsiasi disciplinare contemporaneo.
Antonella Lombardo in questo mondo non ci è arrivata per successione familiare. Prima faceva l’avvocato, anche a Milano. Poi il ritorno in Calabria, gli studi da sommelier e, nel 2019, l’inizio di un progetto costruito praticamente da zero: terreni presi in affitto, altri acquistati, nuovi impianti e una vecchia cantina cooperativa rimessa al lavoro. Oggi coltiva circa sette ettari, segue personalmente vigna e vinificazioni e si avvale della consulenza dell’agronomo Stefano Dini e dell’enologo Emiliano Falsini.
Raccontata così sembrerebbe una delle tante storie del ritorno alla terra. Ma la parte interessante comincia dopo. Perché Lombardo ha scelto di concentrare il progetto quasi interamente su ciò che questa terra aveva già: Greco di Bianco, Mantonico, Gaglioppo, Calabrese Nero e Nerello Mascalese. Non come repertorio di vitigni autoctoni da esibire in etichetta, ma cercando progressivamente di leggere vigne, parcelle e differenze tra un terreno e l’altro.
Non è casuale che tra i suoi riferimenti dichiari la Borgogna, insieme alle Langhe e ad alcuni grandi territori toscani. Non per inseguirne i modelli stilistici, ma per quell’idea secondo cui un vino dovrebbe riuscire a restringere progressivamente il campo: dalla regione al territorio, dal territorio alla vigna, fino alla singola parcella.
Il Mantonico e una scommessa che arriva fino alle bollicine
Se c’è un’uva che racconta bene questa ricerca è probabilmente il Mantonico. Varietà antica calabrese, per molto tempo rimasta ai margini, qui diventa una delle colonne dell’azienda.
Autoritratto ne offre l’interpretazione ferma: un bianco strutturato senza essere pesante, capace di mettere insieme materia e tensione. Nel calice emergono erbe mediterranee, agrume, una componente salina pronunciata e soprattutto quella consistenza che rende difficile relegare il Mantonico nel recinto dei bianchi semplicemente freschi e immediati. È un vino che sembra avere più interesse per il tempo che per l’effetto.
Ma la scommessa più curiosa arriva con Folie de l’été, Metodo Classico da Mantonico in purezza. Un progetto nato già con le prime vendemmie e arrivato alla prima uscita dopo una lunga permanenza in cantina: 48 mesi sui lieviti, pas dosé, appena 600 bottiglie numerate.
La scelta potrebbe sembrare quasi eccentrica in una terra che nell’immaginario collettivo significa sole e maturità. Nel bicchiere, però, l’idea acquista una logica: il Mantonico ha struttura e acidità sufficienti per sostenere il tempo e la presa di spuma. Il dosaggio zero lascia il sorso asciutto, teso, senza cercare morbidezze rassicuranti. Più che imitare modelli costruiti altrove, è un modo per capire fin dove possa arrivare un vitigno ancora largamente inesplorato.
Greco di Bianco, inno alla sapidità aromatica
L’altro asse della produzione bianca passa inevitabilmente dal Greco di Bianco, il biotipo di Malvasia delle Lipari che in questa zona dà vita ad un passito straordinario ma non solo.
Quello che in precedenza portava il nome Pi Greco oggi si chiama semplicemente Greco ed è forse la lettura più immediata dell’uva: frutto, freschezza e soprattutto quella sapidità che torna con una certa insistenza nei vini nati da queste vigne.
Particella 58 cambia passo. Il nome porta già dentro l’idea di restringere lo sguardo a un singolo appezzamento. La breve macerazione sulle bucce aggiunge spessore senza trasformarlo in un esercizio estrattivo: il sorso acquista materia, resta dinamico e conserva una vena salina che sembra fare da collegamento con il Greco più immediato.
Poi c’è Cheiras, il Greco di Bianco passito, forse il vino nel quale il peso della tradizione locale è più evidente. Qui il lavoro interessante consiste proprio nel non trasformarla in una reliquia. Il registro non è quello della dolcezza opulenta: pesca, erbe e macchia mediterranea accompagnano un sorso che cerca dinamismo e freschezza, prendendo le distanze dalle interpretazioni più concentrate e caramellate del passito.
E con le uve a bacca nera?
Anche passando ai rossi, la sensazione è che l’obiettivo non sia dimostrare la forza del Sud. Semmai il contrario.
Aoristo parte dal Gaglioppo e ne cerca soprattutto agilità e freschezza. Il frutto non viene spinto verso la concentrazione, il tannino conserva il carattere dell’uva senza diventare protagonista assoluto e il legno accompagna senza costruire il vino al suo posto ma lasciandogli la capacità di esprimersi su registri ora terrosi e scuri ora sapidi e solari, quasi mediterranei, spaziando dal fungo porcino al datterino essiccato, passando per la ruggine, la liquirizia e la rosa tea. È una lettura lontana da quella Calabria rossa che per anni ha cercato autorevolezza attraverso potenza, estrazione e maturità.
Charà, da Nerello Mascalese vinificato in rosa, lavora ancora di più sulla sottrazione: frutto rosso, agrume, una componente speziata sottile e un sorso sapido che non rinuncia alla personalità per inseguire la facilità di beva.
Ichò mette invece insieme Gaglioppo, Nerello Mascalese e Calabrese Nero. Qui la trama si infittisce: il frutto diventa più scuro, compare una componente ematica e speziata, il tannino prende maggiore spazio. Eppure rimane quella volontà di non appesantire il sorso, di conservare movimento anche quando aumentano struttura e profondità.
Assaggiati uno dopo l’altro, i vini restituiscono una coerenza che va oltre le differenze tra le singole uve. Non sono vini che cercano di cancellare il calore di questa parte di Calabria: sarebbe artificioso. Cercano piuttosto di governarlo, mantenendo freschezza, acidità e soprattutto una componente sapida che ricorre dai bianchi ai rossi.
Intanto sotto l’ulivo la degustazione ha smesso da tempo di essere una degustazione. I piatti continuano a girare, qualche bottiglia viene riassaggiata, la conversazione devia e poi ritorna al vino. Intorno, la luce è cambiata e il caldo finalmente arretra.
Forse è proprio passeggiando tra quei filari, sfiorando un cespuglio di capperi o riconoscendo la liquirizia selvatica tra una vigna e l’altra, che alcune parole molto abusate nel vino recuperano un significato concreto. Identità, territorio, biodiversità: termini che sulle brochure finiscono facilmente per assomigliarsi tutti.
Qui diventano semplicemente ciò che cresce intorno. E i vini di Antonella Lombardo sembrano partire esattamente da lì.






















