«Abbiamo sbagliato noi.»
Ci sono parole che non nascono dalla mente, ma da un punto molto più profondo. Parole che arrivano prima del filtro, prima della forma, prima, persino, della volontà di dirle.
Mi sono uscite così il 15 giugno, durante il press tour di Torre Civette, seduta accanto a Riccardo Cotarella, con un calice di Cabernet Franc tra le mani e la Maremma intorno che respirava lenta, avvolta da quella luce che solo la costa toscana sa avere nelle ore sospese della tarda mattina.
Stavamo parlando di vino, o almeno, così sembrava. In realtà stavamo parlando di qualcosa di molto più profondo: di persone; del rapporto che abbiamo con il vino oggi, di quanto quel gesto antico e naturale del condividere una bottiglia attorno a una tavola si sia progressivamente smarrito.
Riccardo Cotarella rifletteva su questo con amarezza e lucidità: il vino, un tempo, era il centro della convivialità, del racconto familiare, della memoria. Ed è stato in quel momento che dentro di me si è fatta spazio una consapevolezza quasi dolorosa: la colpa è anche nostra.
Glielo dissi quasi senza pensarci, seguendo un pensiero che sentivo crescere dentro mentre parlavamo.
Nostra di enologi, sommelier, critici, giornalisti, comunicatori del vino, che troppo spesso abbiamo preso qualcosa che nasce dalla terra, dal tempo e dall’umanità e lo abbiamo rivestito di tecnicismi, punteggi, classifiche, ego. Abbiamo trasformato il vino in un linguaggio che, invece di avvicinare, finisce per allontanare.
Ma mentre parlavo, sentivo che il punto non era nemmeno quello, o almeno non del tutto. Gli dissi che, forse, il problema non è nemmeno il linguaggio tecnico in sé: la precisione ha valore, la competenza ha valore come anche l’analisi sensoriale ha valore. Il problema nasce quando dimentichiamo chi abbiamo davanti.
Usare lo stesso registro con tutti — in una rivista di settore, in una masterclass per appassionati, sui social o attorno a una tavola — è forse uno degli errori più grandi della comunicazione del vino contemporanea, perché comunicare non significa dimostrare quanto sappiamo, ma creare un ponte e ogni ponte va costruito in modo diverso a seconda di chi deve attraversarlo.
Proprio per questo, anche nella tecnica, ciò che continuo a cercare non è la complessità fine a sé stessa, ma il punto in cui l’analisi riesce ancora a restare al servizio dell’emozione.
E, lo ammetto, in questo sto ancora imparando. Quando finii di parlare, per un attimo tra noi calò il silenzio. Riccardo mi poggiò una mano sulla spalla e mi disse che quelle erano tra le parole più sincere che avesse mai sentito sul vino. Quel gesto, più ancora delle parole che seguirono, mi fece capire di aver toccato un nervo profondo. Non dimenticherò facilmente quel momento, perché in qualche modo è diventato anche la chiave per leggere ciò che avevo nel calice.
Quel Cabernet Franc non stava semplicemente mostrando un profilo aromatico o una struttura tannica, ma mi stava raccontando un luogo, un progetto e una visione. Ed è proprio da lì che ho iniziato a leggere davvero Torre Civette.

Nel cuore della Maremma grossetana, a Scarlino, all’interno delle Bandite di Scarlino, Torre Civette non si impone sul paesaggio; vi si innesta. E questa, oggi, è forse la sua qualità più rara.
Qui il Tirreno non fa da sfondo: è presenza attiva, respira insieme alle vigne, entra nel vento, si deposita sulle bucce e modella il profilo dei vini. Come la salsedine che non si limita a sfiorare l’aria, ma ne diventa linguaggio.
ll Maestrale attraversa i filari con una costanza quasi rituale; la macchia mediterranea circonda i vigneti con il suo respiro balsamico di leccio, corbezzolo, pino marittimo, alloro e mirto; il sole scalda con generosità, ma il mare riequilibra ogni eccesso.
È una terra di contrasti, che non si scontrano mai: forza e grazia, calore e freschezza, austerità e luce. Ed è proprio qui che si comprende la scommessa di Arianna, CEO della tenuta, insieme al lavoro di Marco Tolfa e alla consulenza di Riccardo Cotarella. Perché di scommessa si tratta.
Vigneti impiantati nel 2017, prima vendemmia commercializzata nel 2020, undici ettari a pochi metri dal mare: Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Syrah e Merlot.
Vigneti giovani, molto giovani, eppure già incredibilmente eloquenti.
È questo che mi ha colpita più di tutto: Torre Civette non sta cercando di dimostrare di essere arrivata. Sta mostrando, con coraggio, un percorso in divenire. E c’è una bellezza rara nell’osservare una voce mentre trova il proprio timbro.
La degustazione è stata, sotto questo aspetto, illuminante.
Il primo assaggio, Civetta in Rosa 2025, mette subito in chiaro una cosa: qui persino il rosato rifiuta la superficialità. Syrah in purezza, vinificato con pressatura diretta e affinamento sulle fecce fini, si presenta con un rosa luminoso e vibrante. Al naso emergono fragolina di bosco e visciola, accompagnate da una delicata florealità e da una chiara impronta mediterranea che si apre su un finale agrumato di pompelmo rosa. In bocca è l’acidità a prendere la scena, con una precisione quasi cesellata. La sapidità marina costruisce profondità, mentre la chiusura salina allunga il sorso su richiami di agrume e frutto. È un rosato che parla il linguaggio del mare, ma senza rinunciare alla struttura.
Con Civetta Brava 2022 il registro cambia.
Il blend di Syrah e Cabernet Sauvignon entra in scena con maggiore volume e densità. Nel calice il rubino è fitto e intenso. Il naso si fa avvolgente, dove cassis e mora ne disegnano il nucleo fruttato, mentre il Cabernet costruisce la sua firma balsamica su alloro, ginepro e macchia mediterranea. Il sorso sorprende per contrasto: se il naso accoglie, la bocca struttura. Qui la Syrah lascia il suo segno nella potenza alcolica e nella vigoria tannica, ma senza appesantire il centro bocca, che resta fine, ordinato, succoso. Il finale si distende proprio sul frutto, lasciando una sensazione di energia composta.
Poi arriva lui, il vino che più di tutti racconta la visione di Torre Civette: il Cabernet Franc in purezza. Ed è qui che la degustazione si trasforma in qualcosa di più di una semplice analisi sensoriale. La verticale tra 2020, 2021 e 2022 racconta non solo tre annate, ma quasi tre età della stessa voce.
Il Torre Civette 2022 mostra subito il volto della giovinezza. Rubino fitto dai riflessi carminio, apre su un naso elegante, sottile, misurato. Il frutto è maturo e nitido su ricordi di ciliegia; poi il vino cambia registro e lascia emergere la sua anima più identitaria: alloro, resina di pino, liquirizia e una profonda balsamicità. C’è finezza, ma soprattutto direzione.
Al sorso si percepisce chiaramente la gioventù della materia: la trama tannica è ancora scalpitante, viva, energica. Eppure, il centro bocca è già fine, ordinato, sorretto da una freschezza agrumata che richiama l’arancia amara e accompagna il lento lavoro di integrazione del tannino. Un vino che non cerca scorciatoie, ma chiede tempo.
Il 2021 racconta, invece, un’annata più complessa, più austera, quasi più severa nel suo modo di concedersi. Il rubino vira verso l’amaranto e il profilo olfattivo si sposta con decisione sulla balsamicità e anima vegetale con richiami ad alloro, erbe aromatiche e mora di gelso. Il sorso è teso, più verticale, con una trama tannica che oggi appare meno distesa e una chiusura leggermente amaricante generata dall’incontro tra tannino e sapidità. Ma sarebbe un errore fermarsi a questa lettura: il tannino, tecnicamente, non mostra caratteri verdi; è semplicemente giovane, ancora in fase di assestamento. Ed è proprio qui che si percepisce il suo potenziale evolutivo. A mio avviso sarà una delle annate più interessanti da riassaggiare nel tempo, perché possiede quella materia che, una volta compiuta la polimerizzazione tannica, potrebbe regalare eleganza e profondità notevoli.
Infine il 2020, la prima annata commercializzata e, probabilmente, quella che oggi permette di intravedere più chiaramente la direzione del progetto.
Il rubino intenso e la consistenza al calice anticipano immediatamente la ricchezza della materia, ma è al naso che conquista. Il Cabernet Franc qui parla con precisione sorprendente. L’apertura balsamica è raffinata, mai invadente su alloro e ginepro. Il frutto è scuro, preciso, cesellato su cassis, mirtillo e mora. In bocca emerge una trama tannica, fine, fruttata e centrale. L’acidità agrumata, che richiama l’arancia, lavora in perfetta sinergia con tannino e sapidità, creando texture, profondità e slancio. Il sorso è pieno, materico, ma sempre in equilibrio. Ed è proprio questo equilibrio a renderlo elegante.
Ed è forse proprio qui che Torre Civette mi ha sorpreso. Non nella ricerca ostinata di una perfezione immediata — quella che oggi il mercato spesso pretende e che il vino, quando è autentico, raramente concede — ma nel coraggio di mostrarsi per ciò che è: un progetto giovane, vivo, in evoluzione, con tutta la bellezza e la vulnerabilità di ciò che sta ancora diventando.
E in questo c’è qualcosa di profondamente affascinante, perché osservare una vigna giovane, assaggiarne vini che stanno ancora cercando la propria voce, significa assistere a un racconto mentre si sta scrivendo; significa percepire il potenziale prima ancora della compiutezza, intuire la direzione prima del traguardo.
La grandezza di Torre Civette, oggi, sta esattamente qui: nell’aver compreso che il tempo non è un ostacolo da battere, ma il più prezioso degli alleati.
Mi porto via da questa Maremma una sensazione difficile da spiegare e proprio per questo autentica: la sensazione di aver assistito non a un punto d’arrivo, ma a un inizio. E se c’è una cosa che questi luoghi insegnano, è che la natura non ha fretta, eppure compie tutto. Tra il Tirreno e questi filari ancora giovani, Torre Civette non sta semplicemente producendo vino: sta imparando, vendemmia dopo vendemmia, a tradurre la voce della Maremma in emozione.
E ascoltandola, ho avuto la netta sensazione che il meglio debba ancora venire.






















