Quando si pensa a un territorio, spesso la mente corre immediatamente a un vino che ne rappresenta l’anima più autentica. È il riflesso di un’identità costruita nel tempo, il risultato di un dialogo silenzioso tra uomo e natura. Più raro, invece, è che il nome di un vino o di un territorio evochi immediatamente quello di un produttore. Quando questo accade, significa che qualcuno è riuscito a diventare interprete credibile della propria terra, trasformandosi nel narratore di un luogo e della sua storia. È ciò che accade con il Cesanese e Damiano Ciolli.
Ho avuto l’occasione di incontrarlo a Roma lo scorso 24 maggio, durante una degustazione organizzata da Terraviva. Tra i tanti volti del vino italiano, il suo emerge con la discrezione di chi non ha bisogno di alzare la voce per essere ascoltato e forse è proprio questa misura a ritrovarsi nei suoi vini: nessuna ricerca dell’effetto, nessuna rincorsa alle mode, ma una volontà precisa di raccontare il Cesanese attraverso la sua espressione più sincera.
Per comprendere davvero il lavoro di Damiano bisogna salire fino a Olevano Romano, splendido borgo medievale arroccato ai piedi del Monte Celeste, a sud-est di Roma. Qui il paesaggio cambia ritmo. Le colline si rincorrono tra boschi e vigne, le altitudini oscillano tra i 300 e i 450 metri e i terreni, di origine vulcanica, si tingono di un rosso intenso che sembra custodire il calore del sole.
Ogni mattina una brezza proveniente dal Tirreno attraversa i vigneti, asciuga l’umidità e accompagna la lenta maturazione del Cesanese di Affile, varietà storica di queste terre. È un vitigno identitario, profondamente legato al territorio, capace di restituire vini dalla personalità inconfondibile quando incontra mani capaci di ascoltarlo.
La storia di Damiano Ciolli nasce proprio da questo ascolto. Quando nel 2001 decide di prendere in mano l’azienda di famiglia, raccoglie un’eredità costruita da suo nonno Guido e da suo padre Costantino, che per anni avevano prodotto vino destinato principalmente alla vendita sfusa nella vicina Capitale. Ma Damiano guarda oltre. È convinto che il Cesanese possa ambire a qualcosa di più, che possa esprimere eleganza, profondità e capacità di raccontare un territorio con la stessa dignità dei grandi vitigni italiani.
Una convinzione che negli anni si è trasformata in progetto.
Accanto a lui c’è Letizia Rocchi, compagna di vita e di percorso professionale, laureata in fisiologia della vite ed enologia. Insieme condividono una visione agricola fondata sul rispetto dell’ambiente e sulla ricerca dell’equilibrio: nei vigneti si pratica il sovescio, si utilizzano prodotti biologici e biodinamici, cercando di preservare la fertilità naturale del suolo. In cantina poi le fermentazioni avvengono spontaneamente, senza interventi invasivi, lasciando che il vino trovi la propria voce.
L’obiettivo non è costruire vini perfetti, ma raccontare vini veri. E questa filosofia emerge con chiarezza nel Silene, il Cesanese che rappresenta la porta d’ingresso al mondo di Damiano Ciolli.
Il suo nome deriva dal Silene vulgaris, piccolo fiore spontaneo che punteggia le campagne locali con i suoi caratteristici calici rigonfi. Un richiamo alla natura semplice e autentica che circonda i vigneti da cui provengono le uve. Nel calice il Silene non alza mai la voce. Arriva con discrezione, portando con sé il profumo delle ciliegie mature, dei piccoli frutti rossi appena raccolti e delle erbe che crescono spontanee tra i filari. È un vino che non occupa lo spazio, lo riempie.
Il sorso è teso, dinamico, attraversato da una freschezza che accompagna il frutto senza mai sovrastarlo. Il tannino accarezza il palato con precisione, disegnando una trama sottile che allunga la beva e invita immediatamente al sorso successivo. Si comprende, allora, perché Damiano Ciolli sia diventato uno dei riferimenti assoluti del Cesanese contemporaneo.
I suoi vini non cercano di impressionare nel primo sorso, ma preferiscono raccontarsi lentamente, lasciando emergere sfumature, dettagli e profondità. Sono vini che parlano la lingua del luogo da cui provengono e che, proprio per questo, riescono ad essere universali.
In un’epoca in cui spesso si rincorre ciò che è immediatamente riconoscibile, il lavoro di Damiano Ciolli rappresenta un ritorno all’essenziale: ascoltare la terra, rispettarne i tempi e trasformare ogni vendemmia in un racconto.
Un racconto che porta il nome di Cesanese e che, oggi più che mai, ha il volto di Damiano Ciolli.




















