A Vinitaly l’Umbria sceglie il futuro: Montefalco, Spoleto e l’identità che nasce dalla terra.

La mia scoperta dell’Umbria a Vinitaly 2026 è partita da una sala gremita e da una masterclass capace di raccontare molto più di una semplice degustazione. Scegliere Montefalco: sostenibilità e identità nel calice, appuntamento curato dal Consorzio Tutela Vini Montefalco e guidato da Simon Staffler, direttore di Falstaff Italia, è stato il punto di partenza di un viaggio che poi è proseguito tra i padiglioni, banco dopo banco, assaggio dopo assaggio. Un percorso che ha avuto il merito di restituire il volto autentico di una denominazione oggi matura, consapevole, sempre più sfaccettata, capace di parlare attraverso rossi monumentali, bianchi di sorprendente personalità, paesaggi intatti e una gastronomia tra le più identitarie del Centro Italia.

 

Montefalco, insieme ai comuni che compongono l’areale tutelato, è da secoli una vera terra per il vino. I documenti storici raccontano vigne presenti già nell’XI secolo, statuti comunali che proteggevano la vite dal Trecento, cronache che nell’Ottocento indicavano queste colline come vertice enologico dello Stato Pontificio. Qui la viticoltura non è mai stata un episodio, ma una forma culturale radicata nel paesaggio. Le colline che abbracciano Montefalco, Bevagna, Giano dell’Umbria, Castel Ritaldi, Gualdo Cattaneo sembrano nate per la vite: suoli vari, ventilazione costante, escursioni termiche, esposizioni luminose e una biodiversità ancora tangibile tra olivi, campi coltivati e boschi.

Il Consorzio Tutela Vini Montefalco, nato nel 1981, ha avuto il merito di trasformare questa eredità in una visione contemporanea, coordinando i produttori e promuovendo nel mondo Montefalco Sagrantino DOCG, Montefalco DOC e Spoleto DOC. Non solo tutela, ma un lavoro costante sulla qualità, sull’identità e sulla credibilità internazionale di un territorio che oggi raccoglie i frutti di decenni di crescita.

Il primo calice della masterclass ha ricordato a tutti che Montefalco non è soltanto terra di rossi. Il Trebbiano Spoletino, protagonista della DOC Spoleto, è una delle varietà bianche più originali del panorama italiano. Antichissima, vigorosa, resistente, capace di maturazioni tardive e di mantenere acidità anche nelle annate più calde, questa uva possiede un profilo quasi unico nel Centro Italia. Non gioca soltanto sulla freschezza verticale, ma su una doppia anima rara: da un lato tensione citrina, nerbo acido e slancio aromatico; dall’altro volume, struttura, tattilità e una salinità che dà profondità. È un bianco che può essere agile o austero, fragrante o complesso, immediato o longevo.

Lo Spoleto Trebbiano Spoletino DOC, prodotto con almeno l’85% del vitigno autoctono, rappresenta la forma più classica di questa identità: profumi freschi e piacevoli, bocca di buona struttura e intensità, finale agrumato e persistente. Sa essere godibile in gioventù, ma anche evolvere con grazia nel tempo. Nella versione Superiore, con maggiore grado alcolico ed estratto, acquista ulteriore profondità e ampiezza gustativa.

Nel calice di Ninni – Spoleto DOC Trebbiano Spoletino “Poggio del Vescovo” 2024, vinificato in solo acciaio, questa identità emerge con chiarezza. Giallo paglierino pieno dai riflessi verdolini, profumi di pesca bianca, lime, erbe aromatiche e un sottofondo minerale quasi cipriato. In bocca entra fresco, poi si allarga lateralmente con una materia che riempie il palato senza appesantirlo. La sapidità prende progressivamente il comando, regalando solidità e persistenza.

Con Bocale – Trebbiano Spoletino 2024 il registro cambia. L’affinamento in acciaio per 4 mesi sulle fecce fini regala un colore più dorato e un naso che si muove tra pesca matura, salvia, ginestra e cenni di foglia di pomodoro. Il sorso resta vivo, agrumato, ma più ampio e gastronomico.

Dal bianco si passa poi al cuore rosso della denominazione. Il Montefalco Rosso DOC viene ancora talvolta letto come semplice anticamera del Sagrantino, ma è un errore prospettico. Qui il Sangiovese domina (dal 60 all’80%), accompagnato da Sagrantino (dal 10 al 25%) e altre varietà autorizzate. È il vino che racconta il volto quotidiano e gastronomico di Montefalco: intenso ma misurato, territoriale ma versatile. È anche una denominazione dove la tecnica conta moltissimo: assemblare uve con epoche di maturazione differenti — con il Sagrantino naturalmente più tardivo — significa gestire raccolte separate, estrazioni calibrate e affinamenti diversi prima della sintesi finale. Un rosso capace di unire struttura ed eleganza, complessità e bevibilità.

Goretti – Fattoria Le Mura Saracene Montefalco Rosso 2023 (Sangiovese, Merlot e Sagrantino) si presentava rubino intenso con riflessi carminio. Al naso ciliegia ferrovia, mora di gelso, cassis, poi radice di liquirizia, china, rosa persiana e chiodo di garofano. Il sorso si fa pieno ma composto, con tannino fine e fruttato che danza su una scia di arancia amara e sapidità finale.

Scacciadiavoli – Montefalco Rosso 2023 sceglie, invece. un registro più speziato e profondo: pepe nero, radice di liquirizia, sottobosco, gelso, ciliegia. In bocca è avvolgente, con un tannino centrale e fine su una chiusura piacevolmente amaricante di arancia amara e rosmarino.

Poi arriva lui, il vino che ha reso Montefalco celebre nel mondo: Montefalco Sagrantino DOCG. Pochi vitigni italiani hanno un legame così forte con il proprio luogo d’origine. La denominazione nasce da uve Sagrantino 100% e rappresenta l’essenza di queste colline, delle loro tradizioni e della loro capacità di generare vini unici. Straordinaria intensità, complessità e longevità sono i suoi tratti distintivi. Proprio per questo richiede tempo: maturazione in cantina, affinamento in bottiglia, pazienza al calice.

È una varietà diversa per un vino diverso. La buccia spessa e ricchissima di polifenoli dona tannini celebri per quantità e qualità. Studi specifici hanno evidenziato una composizione tannica peculiare, meno aggressiva di quanto la fama faccia pensare quando la maturazione è corretta e l’estrazione intelligente. Il risultato sono vini di grande intensità, complessità e longevità, capaci di unire potenza e finezza.

Romanelli – Montefalco Sagrantino DOCG “Medeo” 2019 si mostra impenetrabile nel colore. Il naso vira su toni noir di mora di gelso, cassis, bacche fresche di ginepro e alloro. Il sorso è materico, scandito da una trama tannica fitta ma cesellata, attraversata da una piacevole vibrazione speziata.

Antonelli San Marco – Montefalco Sagrantino DOCG 2020 parla, invece, un linguaggio più austero e profondo: cassis, mirtillo, sottobosco, alloro. In bocca il tannino costruisce grip e tensione, sostenuto da un’acidità che ricorda l’arancia amara e allunga il finale.

Fuori dalla masterclass, il viaggio è proseguito tra gli stand, confermando quanto l’Umbria stia vivendo una stagione brillante. Scacciadiavoli resta una delle visite imprescindibili anche sul piano enoturistico. La cantina-fortezza, monumentale e in parte interrata, sfrutta la gravità per i travasi naturali: uve e mosti entrano dall’alto, il vino scende ai piani inferiori dedicati all’affinamento. Fondata nel 1884 dal Principe di Piombino Ugo Boncompagni Ludovisi, fu una realtà avanguardistica già nell’Ottocento, con il primo vigneto specializzato dell’Umbria allevato a guyot. Oggi la famiglia Pambuffetti ne custodisce la storia. Qui meritano attenzione anche le bollicine territoriali: il Metodo Classico Rosé da Sagrantino, fresco e fragrante tra mela rossa, agrumi e crosta di pane e lo Spoleto DOC Trebbiano Spoletino spumante, cremoso, minerale, speziato, di grande personalità.

Il Trebbiano Spoletino conferma, infatti, la propria versatilità anche nelle bollicine. Lo Spoleto Trebbiano Spoletino Spumante DOC, anch’esso da minimo 85% Trebbiano Spoletino, sfrutta la naturale acidità del vitigno per dare vita a spumanti dal profilo originale, tesi e fragranti, dove note agrumate e freschezza immediata si fondono con richiami di lieviti nobili e panetteria.

Altro volto interessante è Le Cimate, progetto della famiglia Bartoloni nato nel 2011, ma radicato in una storia agricola molto più antica. “Le Cimate” non è un nome costruito a tavolino: richiama la cima della collina su cui sorge la tenuta, ventotto ettari di suoli limo-argillosi acquistati nel 1993 dalla Curia di Spoleto, affacciati sui Monti Martani e su Montefalco. Qui tradizione rurale, innovazione tecnologica e sostenibilità convivono con naturalezza in una cantina moderna ed energeticamente autosufficiente.

Nel calice lo conferma il Trebbiano Spoletino Superiore “Del Cavaliere Bartoloni”, interpretazione di grande spessore del vitigno. Dopo una breve macerazione sulle bucce, fermenta in botti francesi, dove affina per dodici mesi, seguiti da un ulteriore riposo in bottiglia. Si presenta con un giallo paglierino intenso dai riflessi dorati. Il profilo olfattivo è ampio: acacia, albicocca secca, frutta matura, cenni minerali. In bocca è pieno, strutturato, avvolgente, con il legno perfettamente integrato a sostenere la materia senza dominarla. Il finale è lungo, elegante, di chiara vocazione evolutiva. Un bianco da attendere nel tempo.

A Bevagna, nel cuore più autentico dell’areale del Sagrantino, Mevante interpreta con coerenza l’idea umbra di ospitalità totale: vino, cucina, paesaggio e accoglienza che parlano la stessa lingua. L’azienda nasce sulle colline esposte a est già dagli anni Novanta ed è oggi condotta dai fratelli Paolo e Antonella Presciutti, imprenditori romani di origine umbra rimasti profondamente legati a queste terre, tanto da investire nel rilancio di una realtà agricola dal forte valore identitario. Il nome stesso, Mevante, richiama il Levante, la luce del sole che qui sorge davanti ai vigneti e accompagna ogni giornata di lavoro.

 

 

La proprietà si sviluppa in un corpo unico di dieci ettari su suoli di argilla alternata a marne, limo e antichi depositi fluvio-lacustri, una matrice che dona profondità, energia e riconoscibilità ai vini. Anche la cantina riflette una filosofia misurata e intelligente: organizzata su due livelli, consente travasi per caduta sfruttando la sola gravità, riducendo lo stress meccanico sul vino e preservandone integrità aromatica. I locali di affinamento, interrati, mantengono naturalmente temperatura e umidità costanti, favorendo maturazioni lente e precise con consumi energetici minimi.

Da questo equilibrio nasce un Montefalco Sagrantino DOCG di notevole spessore, dove la prugna in confettura incontra spezie scure, richiami balsamici e una chiusura netta di liquirizia. Materia importante, ma sempre guidata da ordine e tensione.

Qui però il racconto non si esaurisce nel bicchiere. Prosegue a tavola, nel ristorante agricolo di proprietà, dove la tradizione umbra viene riletta con sensibilità contemporanea senza tradirne l’anima: ortaggi coltivati in azienda, salumi da allevamento proprio, ricette di territorio eseguite con mano precisa. È uno di quei luoghi che ricordano come, su queste colline, il vino non sia mai separato dal cibo, dal paesaggio e dal senso stesso dell’ospitalità.

Infine, Arnaldo Caprai, nome simbolo della rinascita contemporanea di Montefalco e della definitiva consacrazione internazionale del Sagrantino. Una realtà che non ha bisogno di presentazioni, capace di segnare un prima e un dopo nella storia recente della denominazione. Dalla visione pionieristica di Arnaldo Caprai alla guida di Marco Caprai, l’azienda ha avuto il merito di trasformare un grande vitigno locale, per lungo tempo conosciuto soprattutto entro i confini regionali, in uno dei rossi italiani più riconoscibili e ambiziosi del panorama nazionale.

Anche grazie a un lavoro costante su ricerca agronomica, precisione enologica e valorizzazione del territorio, il Sagrantino ha progressivamente mostrato un volto sempre più completo: non soltanto potenza e struttura, ma anche misura, eleganza e capacità evolutiva. In questa direzione si inserisce anche la consulenza di Michel Rolland, avviata nel 2015, che ha accompagnato una nuova fase stilistica senza mai snaturare il carattere identitario del vitigno.

Il 25 Anni 2020, assaggiato a OperaWine, resta una delle espressioni più autorevoli di questa visione: mora in confettura, prugna, noce moscata, pepe, resina di pino, cacao e menta si rincorrono in un profilo complesso e stratificato. Il sorso è ampio, avvolgente, interminabile, con tannino fitto ma composto e una freschezza che sostiene la progressione.

L’ingresso di Angelini Wine & Estates nella compagine societaria rappresenta un ulteriore segnale di fiducia verso Montefalco e verso il potenziale internazionale del Sagrantino. Più che una semplice operazione aziendale, appare come il riconoscimento definitivo del valore raggiunto da questo territorio: la conferma che il Sagrantino possiede ormai statura, identità e credibilità per sedersi stabilmente al tavolo dei grandi rossi italiani insieme alle denominazioni più celebrate.

Ciò che colpisce oggi dell’Umbria non è soltanto la qualità dei vini, ormai assodata, ma la completezza del racconto: in pochi chilometri convivono bianchi originalissimi, rossi gastronomici, vini da lungo invecchiamento, borghi medievali, uliveti, grandi tavole e ospitalità sincera. Montefalco non è più soltanto la patria del Sagrantino, ma una denominazione adulta, sfaccettata, moderna senza perdere radici. E, proprio per questo, una delle più affascinanti d’Italia.

 

 

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Immagine di Sara Calimari

Sara Calimari

Curiosa ed eccentrica per natura, vedo nel vino la più alta forma di espressione culturale: ogni calice racconta una storia, legata indissolubilmente alla terra da cui nasce. Per me degustare è come leggere un libro: lo faccio con umiltà, cercando di restituire al vino la sua voce più genuina. Professionista nella comunicazione e sommelier Ais, organizzo eventi e guido masterclass, oltre che scrivere per riviste di settore e testate giornalistiche specializzate nel mondo del vino. Terza classificata al Concorso Miglior Sommelier Ais della Toscana 2025, continuo a studiare, ascoltare e raccontare il vino, con la stessa passione del primo giorno.

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