Nel dibattito sempre più acceso sui vini a bassa gradazione alcolica, il punto non è più soltanto quanto alcol c’è nel bicchiere, ma come ci si arriva. È su questo crinale che si inserisce il lavoro di Cantina Marilina, che a Vinitaly presenta due nuove etichette della linea Flo, entrambe ferme a 9,5% vol ma costruite senza ricorrere alla dealcolazione.
Una scelta che, prima ancora che tecnica, è dichiaratamente agricola.
Per capirla fino in fondo bisogna tornare alle origini della cantina. Il progetto nasce all’inizio degli anni Duemila, quando Angelo Paternò – dopo un lungo percorso da enologo in diverse realtà italiane – decide di tornare in Sicilia e costruire qualcosa di proprio tra Noto e Pachino, in un paesaggio segnato da luce, vento e vicinanza al mare . Qui prende forma un’azienda familiare che fin dall’inizio mette al centro vitigni autoctoni e una visione agricola coerente, in cui il biologico non è un adeguamento ma un presupposto.
Oggi circa l’80% dei vigneti è dedicato a varietà locali – Grecanico, Moscato di Noto, Catarratto mantellato e Nero d’Avola – all’interno di un lavoro continuo di recupero della biodiversità e di selezione di biotipi aziendali . È dentro questo percorso che si inserisce anche il progetto Flo, che non rappresenta una deviazione ma un’estensione coerente di quella stessa idea di vino.
La cantina ha infatti deciso di lavorare sul processo a monte, intervenendo direttamente in vigneto: potature più lunghe, maggiore carico produttivo per pianta, rese più alte (pur restando sotto gli 80 quintali per ettaro) e vendemmie anticipate. Il risultato è un profilo alcolico più contenuto ottenuto senza passaggi correttivi in cantina. La vinificazione resta essenziale, con macerazioni brevi e uso del cemento, evitando forzature.
È una presa di posizione netta rispetto a una parte del mercato che guarda alla dealcolazione come soluzione tecnologica. Qui la direzione è opposta: non togliere, ma arrivare prima.
Non è un caso, tra l’altro, che l’origine di questi vini sia anche legata a una contingenza agricola: alcune annate recenti hanno portato naturalmente a gradazioni più basse, spingendo la cantina a valorizzare questo esito invece di correggerlo . Da qui nasce l’idea di strutturare una linea che oggi intercetta una domanda di mercato, ma senza tradire l’impostazione produttiva.
Le due etichette si muovono dentro questo perimetro.
Flo Bianco, da Catarratto mantellato, nasce anche da un lavoro di recupero varietale portato avanti in azienda, che ha selezionato materiale genetico da vecchi vigneti per reimpiantarlo. Il profilo aromatico gioca su registri sottili: pesca bianca, fiori di tiglio, mela limoncina, una traccia di susina acerba e un accenno salino. In bocca è diretto, fresco, con una sapidità evidente che accompagna un sorso agile, senza cercare lunghezze forzate.
Flo Rosso, da Nero d’Avola, si muove su un registro diverso ma coerente. Il naso richiama arancia rossa, karkadè e una componente vinoso-speziata ancora in definizione. Il sorso è asciutto, con tannino presente ma non ancora completamente disteso — complice il breve tempo in bottiglia — sostenuto da una buona freschezza e da una chiusura sapida.
Più che inseguire una categoria, i due vini sembrano voler mettere in discussione il modo in cui quella categoria si sta formando. Il tema non è tanto aderire alla tendenza dei low alcohol, quanto ridefinirne i confini attraverso pratiche agronomiche e una certa idea di coerenza produttiva.
In questo senso, la scelta di escludere la dealcolazione non è solo una questione stilistica. È anche una presa di posizione sul piano ambientale: evitare processi ad alto consumo energetico e idrico significa mantenere una continuità tra ciò che accade in vigna e ciò che arriva nel bicchiere. Il risultato sono vini leggeri nel grado, ma non nell’impostazione. E soprattutto, vini che non cercano scorciatoie.




















