Leonetta: una storia di famiglia nel cuore del Mugello

Ci sono storie che non nascono in un laboratorio, ma attorno a un tavolo. Hanno il suono morbido della sfoglia tirata a mano, il profumo pieno del ragù che sobbolle piano e quella luce sospesa delle domeniche italiane, quando tutto rallenta e sembra restare lì, per un attimo in più.

La storia di Leonetta comincia così. In una cucina di famiglia, nel Mugello, a Le Caselle, frazione di Vicchio, dove la nonna Leonetta custodiva il suo mondo fatto di gesti semplici e perfetti. Non era solo cucina: era un rito che si ripeteva, un gesto d’amore.

Tagliolini, tortelli, lasagne, mani infarinate, tavolate lunghe, voci sovrapposte. E poi, immancabile, arrivava lui, il liquore: versato piano dopo il caffè; fatto in casa, segreto, intenso. Per anni per il nipote Andrea è rimasto solo un colore, un profumo, qualcosa che si poteva solo immaginare. Finché non è arrivato il momento giusto.

Appena ho raggiunto l’età per poterlo provare ho capito quanto fosse speciale e quasi subito ho iniziato a chiederle di passarmi la ricetta. Inutilmente. La risposta di mia nonna è sempre rimasta la stessa: ‘fin quando son viva io, berrai il mio’.” Dentro quella frase c’è tutto. Il carattere, sì, ma soprattutto un modo di amare, custodire, proteggere, restare necessari. Quella ricetta non era solo una formula, era il suo spazio, il suo modo di continuare a esserci, ogni volta, dentro quel gesto finale che chiudeva il pranzo e apriva la memoria.

E poi, un giorno, quella ricetta è arrivata davvero. Scritta, fragile, silenziosa.

Andrea Fiesoli non l’ha solo recuperata. L’ha ascoltata, capita e ha fatto una scelta che non è affatto scontata: non trasformarla in qualcosa di freddo, replicabile, distante. Leonetta, nelle sue parole, doveva essere “una storia da bere”. Non un prodotto, ma un racconto. Qualcosa capace di tenere insieme famiglia, territorio, gesti tramandati. Una memoria nata nel Mugello nel 1932 e arrivata fino a oggi senza perdere autenticità.

Portare tutto questo fuori da una cucina è un equilibrio sottile. Significa non cedere alla tentazione di semplificare, di uniformare. Significa restare fedeli, anche quando si cresce. Per questo Leonetta non alza mai la voce. Non cerca di impressionare. Rimane elegante, misurato, riconoscibile. Può stare da solo, come digestivo, oppure entrare nel linguaggio della mixology senza mai perdere sé stesso. È una memoria che non si ferma, ma continua a vivere.

Oggi ogni scelta segue questa direzione: qualità, prima di tutto, anche a costo di produrre meno. Materie prime selezionate con attenzione, erbe del territorio, tempi lunghi. Perché qui la sostenibilità non è una parola, ma un atteggiamento. Significa proteggere un sapere, un paesaggio, un modo di fare che non si possono ricostruire una volta persi.

La giornata dedicata alla stampa inizia a Firenze, alla stazione di Santa Maria Novella. Ad accoglierci c’è il padre di Andrea, con un cartello “Tuscany Liquors”. Un gesto semplice, quasi ironico, che però dice già molto: qui si viene accolti. Durante il viaggio verso Scarperia succede qualcosa di impercettibile. All’inizio siamo estranei. Poi, chilometro dopo chilometro, le distanze si accorciano. Le parole diventano più facili.

Per me, che sono cresciuta a Luco di Mugello, quel tragitto è diverso. Non è solo uno spostamento, è un ritorno alle estati dai nonni, alla cucina che sa di sugo dalla mattina, ai gesti imparati senza accorgermene. E forse è proprio per questo che, una volta arrivati, tutto sembra naturale.

Andrea ci accoglie aprendo le porte del suo showroom come fossero quelle di casa, senza distanza, senza costruzioni. A rompere il ghiaccio, in tutti i sensi, è però Adamo Balsamo, bartender con un percorso internazionale tra India e Regno Unito, oggi Brand Ambassador di Leonetta. Il suo modo di lavorare è diretto, essenziale, senza sovrastrutture. Non aggiunge, non copre: lascia spazio.

Il cocktail che presenta è un highball contemporaneo costruito attorno a Leonetta. Tequila blanco infusa a bassa temperatura con mirtilli selvatici, ghiaccio compatto, una spruzzata leggera di olio essenziale di bergamotto, scorza di limone. Tutto è calibrato, misurato.

E funziona, perché Leonetta resta al centro; non viene trasformato, ma accompagnato. Il pranzo al Gottino 138 scorre come devono scorrere le cose in Mugello: senza forzature. Il proprietario, scoperta la mia origine mugellana, scherza con me sulla “prova del tortello di patate” — una di quelle battute che capisci fino in fondo solo se appartieni a questo luogo — e in un attimo ti senti parte di qualcosa.

Poi arriva una sorpresa: panna cotta alla Leonetta con frutta fresca. E qui il liquore cambia ruolo, si apre, diventa ingrediente. Non chiude il pasto, lo accompagna. È esattamente quello che Andrea intende quando parla di Leonetta come parte dell’esperienza e non come semplice finale.

Dopo pranzo ci spostiamo nella sala degustazione. L’atmosfera cambia, si fa più raccolta. Le parole si diradano, lasciando spazio all’ascolto. È lì, tra confronti sommessi e silenzi pieni, che Leonetta inizia davvero a raccontarsi. Il Mugello è nel bicchiere. Non evocato, ma presente.

Leonetta si presenta in un dorato cristallino, con riflessi verde oro. Le erbe aromatiche del Mugello non sono citazioni paesaggistiche, ma materia viva. Genziana, resina di pino, alloro, bacche fresche di ginepro, foglie di verbena, cardamomo, menta piperita: un incipit balsamico che si apre poi verso note vegetali più profonde, tra foglia di ulivo, salvia, rosmarino in fiore, elicriso e mirto. La dolcezza del cedro e dello zenzero canditi accompagna un sorso pieno, sostenuto da una freschezza agrumata che allunga il finale in una persistenza elegante e misurata.

Accanto alla versione classica, Leonetta Premium Barrel Aged rappresenta un ulteriore passo nella ricerca. Tre mesi di affinamento in barrique di rovere francese da 16 litri, a media tostatura, accelerano il dialogo tra liquore e legno, dando vita a una produzione volutamente limitata. Il colore vira verso l’ambrato, mentre il profilo aromatico si arricchisce di nuove profondità: alloro ed eucalipto aprono la scena, seguiti da burro di karité, fave di cacao, vaniglia bourbon, carruba. La speziatura evolve verso noce moscata e pepe bianco, mentre al palato la morbidezza avvolgente richiama il miele di castagno e il burro di cacao, in un finale lungo e coerente.

Ma più lo si ascolta, più diventa chiaro che non è solo una questione di note, di profumi, di tecnica. È qualcosa che riconosci. Arriva piano, senza forzare, e all’improvviso riporta tutto indietro: la cucina, la tavola, le mani infarinate, le voci che si intrecciano. E lei, alla fine, che versa quel liquore con lo stesso gesto di sempre.

Non è nostalgia. È qualcosa di più profondo. È continuità. Capisci, allora, che Leonetta non è cambiato, ma ha solo trovato un modo nuovo per restare, senza perdere nulla di ciò che era.

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Immagine di Sara Calimari

Sara Calimari

Curiosa ed eccentrica per natura, vedo nel vino la più alta forma di espressione culturale: ogni calice racconta una storia, legata indissolubilmente alla terra da cui nasce. Per me degustare è come leggere un libro: lo faccio con umiltà, cercando di restituire al vino la sua voce più genuina. Professionista nella comunicazione e sommelier Ais, organizzo eventi e guido masterclass, oltre che scrivere per riviste di settore e testate giornalistiche specializzate nel mondo del vino. Terza classificata al Concorso Miglior Sommelier Ais della Toscana 2025, continuo a studiare, ascoltare e raccontare il vino, con la stessa passione del primo giorno.

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