Cronache di un Bianconiglio stanco

C’era un tempo, non così lontano, in cui il primo segnale di una fretta nuova, quasi inconsapevole, si manifestò sotto forma di zapping televisivo. Era la fine degli anni ’90: si tornava a casa, si accendeva la TV e, con il telecomando in mano, si passava da un canale all’altro senza mai fermarsi, senza scegliere davvero. Era uno svago, ma anche il primo passo verso un consumo frammentato dell’attenzione.

Oggi, a più di trent’anni di distanza, quel gesto compulsivo si è fatto più piccolo e portatile: i pollici scorrono su schermi minuscoli, i video si susseguono in un loop infinito di reel, le canzoni vengono saltate dopo tre secondi se non colpiscono subito. Siamo diventati Bianconigli digitali, sempre in corsa, con l’orologio in mano, ma senza sapere davvero dove stiamo andando.

Viviamo in un’epoca in cui tutto deve catturare immediatamente quel poco di attenzione che ci è rimasta. In un mondo di massimo stimolo cognitivo, sembriamo tutti affetti da una forma collettiva di ADHD. Non aspettiamo più, non ci concediamo più il lusso della lentezza.
E lo vedo chiaramente in un mondo che conosco bene: quello della musica. In diciotto anni di lavoro in un’etichetta discografica ho assistito alla trasformazione radicale di un’arte che, per secoli, aveva giocato con i tempi e le attese. Oggi, un brano deve partire forte nei primi tre secondi, avere un ritornello d’impatto immediato: altrimenti, viene scartato prima ancora di essere ascoltato. L’introduzione, il crescendo, la sospensione… sono lussi che non ci concediamo più.

È nata persino un’economia intera intorno a questa nostra impazienza: professioni specializzate nella ricerca di dati, algoritmi e consulenze mirate a rendere ogni prodotto – una canzone, un contenuto, un’idea – immediato e irresistibile. Tutto per aumentare la minima speranza di essere visti fino in fondo in un reel, di conquistare almeno uno streaming completo su Spotify e, nel migliore dei casi, l’onore supremo: finire in una playlist!

E il vino? Come se la passa, il vino, in questa era della fretta?
Non benissimo.

La fretta è arrivata anche qui, complice un clima che costringe i disciplinari a rivedere tempi di affinamento, le pressioni economiche che scoraggiano a mantenere investimenti in cantina, il terrore dei dazi internazionali, le campagne contro l’alcol e il proliferare di versioni dealcolizzate. Ma il cambiamento è soprattutto culturale: nessuno vuole più aspettare neppure per un bicchiere. Il gusto si è spostato verso vini verticali, freschi, immediati, meno complessi. Rosati, macerati, orange wine: nuovi linguaggi per rendere più pop una delle bevande più antiche del mondo.

Eppure, mentre il less is more conquista i palati, si perde la poesia dell’attesa.
Si compra e si beve, senza più l’idea di custodire una bottiglia per anni, di condividere con essa l’attesa.

Un tempo, l’esperienza sensoriale perfetta era sprofondare in una poltrona di pelle, mettere sul piatto un vinile dei Pink Floyd – Atom Heart Mother, Shine On You Crazy Diamond, brani che superano i venti minuti – e aprire un grande vino da lungo affinamento: un Château Latour, un Domaine de la Romanée-Conti, un Château Margaux. Ogni sorso era un capitolo di un racconto che si dipanava lentamente, come le note che riempivano la stanza. Oggi, invece, l’esperienza deve essere “cotta e mangiata”, come i piatti pronti da scaldare in pochi minuti.

E allora, cosa resta?
Resta una stanchezza cronica che non porta consolazione. Resta la sensazione di essere sempre in corsa verso qualcosa che non raggiungiamo mai, lasciando che il tempo ci scivoli tra le dita come sabbia senza viverlo davvero.

Io, quel Bianconiglio, vorrei fermarlo. Vorrei rompergli l’orologio e sedermi a osservare il giorno che passa, anche se so che non tornerà. Dopo il Covid e dopo alcune vicende personali, ho capito che oltre il cielo di carta che spesso ci costruiamo sopra la testa, esiste un mondo con ritmi diversi.
Per questo continuo a coccolarmi le mie vecchie bottiglie in cantina, aprendone una senza rimpianti se condivisa con chi amo o, talvolta, solo con me stessa, immersa nella musica che preferisco, ad occhi socchiusi.

Il tempo vince sempre: lo ha fatto dal nostro primo respiro. Ma forse possiamo ingannarlo, o almeno fargli compagnia, vivendo al nostro ritmo, anche se stonato, fuori tempo, in ritardo rispetto al resto del branco.
In alto i calici, allora, a chi sa aspettare.

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Immagine di Sara Calimari

Sara Calimari

Curiosa ed eccentrica per natura, vedo nel vino la più alta forma di espressione culturale: ogni calice racconta una storia, legata indissolubilmente alla terra da cui nasce. Per me degustare è come leggere un libro: lo faccio con umiltà, cercando di restituire al vino la sua voce più genuina. Professionista nella comunicazione e sommelier Ais, organizzo eventi e guido masterclass, oltre che scrivere per riviste di settore e testate giornalistiche specializzate nel mondo del vino. Terza classificata al Concorso Miglior Sommelier Ais della Toscana 2025, continuo a studiare, ascoltare e raccontare il vino, con la stessa passione del primo giorno.

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