La mia estate in Maremma è stata un filo rosso che ha unito Bibbona, Bolgheri e infine Suvereto, quando la strada si fa più silenziosa e il paesaggio cambia respiro. È qui, nel cuore dell’Alta Maremma, che arrivo da Tua Rita.
Ad attendermi c’è Giulio. Salgo sulla golf car e la cantina si svela poco a poco, percorrendo una strada sterrata che attraversa vigneti ancora verdeggianti, ad agosto, baciati dal sole e accarezzati da una brezza costante. È una brezza che qui non è dettaglio, ma parte integrante del racconto: modella i profumi, asciuga le uve, disegna il carattere dei vini.

Se la vigna è il cuore pulsante di Tua Rita, la cantina ne è il polmone. Entrarci significa imparare ad ascoltare, in silenzio, il respiro del vino.
La disposizione ordinata delle barrique, i soffitti a volta in cemento, il grande affresco a tutta parete firmato da Raffaele De Rosa creano un’atmosfera sospesa.
L’arte qui non è cornice, ma sostanza e quel grande affresco nella barriccaia ricorda il silenzio e la lentezza necessari alla creazione, l’austerità del tempo che serve perché un vino diventi opera. Il vino che – come l’arte – è in continua evoluzione.

La filosofia produttiva di Tua Rita nasce nei vigneti: 65 ettari curati come giardini, con densità che oscillano tra i 5.000 e i 9.000 ceppi per ettaro. Cordone speronato semplice e doppio si alternano, seguendo i dettami di un’agricoltura sostenibile, orientata alla sanità delle uve e dell’ambiente.
Le uve arrivano in cantina in piccole cassette, raccolte e selezionate manualmente. Pressatura soffice, fermentazioni in tini troncoconici di legno o in cemento, macerazioni lente (25–30 giorni), rimontaggi e follature calibrati. Poi il vino, per caduta, trova riposo in barrique, dove il tempo lavora in silenzio.
Tua Rita prende vita nel 1984, quando Rita Tua insieme al marito Virgilio Bisti acquistano questi terreni con l’idea di vivere a contatto con la natura. Poi la passione per il vino prende il sopravvento e cambia il destino di tutto. Dai primi due ettari coltivati con spirito quasi da “vin de garage”, la crescita è costante, ma sempre guidata dalla consapevolezza delle potenzialità di questa terra, sospesa tra il mare Tirreno e le Colline Metallifere. Dopo la scomparsa di Virgilio, nel 2010, la continuità passa attraverso la figlia Simena insieme al marito Stefano Frascolla e al figlio Giovanni, senza che nulla dell’anima originaria vada perduto. Anche il nome dell’azienda è un gesto semplice e riconoscitivo: l’inversione del nome e del cognome di Rita.
Arrivare nell’area hospitality è come entrare in una casa vissuta, elegante, ricca di ricordi. L’arte dialoga con il vino: richiami alla ceramica siciliana, suggestioni coloniali, colori e dinamismo che convivono con un’austerità raffinata. È una stanza che prepara alla degustazione già prima di sedersi, raccontando i vini attraverso le loro etichette, che sono storie dipinte.

Apre le danze il Perlato del Bosco Vermentino 2024, 100% Vermentino su terreni argillosi con presenza di scheletro e ricchezza minerale. Nel calice è un dorato vibrante. All’olfatto il primo gesto è floreale: rosa bianca, gelsomino, poi un soffio balsamico di nepitella che porta diritto alla macchia mediterranea in un ricordo di timo.
All’assaggio il centro bocca si fa pieno, quasi mieloso, poi arriva l’acidità agrumata a slanciare il sorso regalando dinamismo e beva. E proprio quando pensi che abbia già detto tutto, ecco la sapidità, netta, finale, come un’onda che si ritira e lascia il sale sulla pelle.
Poi arriva Keir Ansonica 2024, e l’atmosfera cambia: è come passare dalla luce del mattino a una luce più obliqua, più materica. Keir è vino 100% Ansonica che dichiara subito una scelta: macerazione sulle bucce in anfora (circa due mesi), nessuna chiarifica, nessuna filtrazione.
Dorato vibrante, al naso sembra dipinto: rose gialle, zagara, poi cedro e quella pennellata di zenzero candito che porta piccantezza e freschezza nello stesso istante. È un olfatto che ha texture, non solo profumo. In bocca è morbido, avvolgente, ma che non stanca, grazie a un’acidità agrumata su note di lime che pulisce, scolpisce, tiene dritto il sorso fino alla chiusura. Qui la sensazione è quella di un vino vivo, quasi tattile. L’anfora qui non “segna”: scolpisce, mette in rilievo.
Con Lodano 2024 si entra nel mondo più intimo di Rita, perché Lodano è proprio la sua scommessa: creare un bianco di fascino con un blend atipico per la zona, Traminer, Riesling e Chardonnay in parti uguali. Nel calice è dorato brillante, e davvero “racconta il blend” senza chiedere permesso: il Riesling apre con un ricordo di pietra focaia, lo Chardonnay firma con note più morbide di frutta secca e una sfumatura tropicale tra lime e maracuja, mentre il Traminer si alza come un profumo elegante di rosa. Ma è al sorso che il Traminer si prende la scena: tornano a echi di rosa e litchi, in un’armonia che non è zuccherina, ma aromatica e fine. La massa è importante seppur bilanciata: morbidezza, pienezza e acidità si tengono per mano come tre personaggi che hanno imparato a non rubarsi la battuta. È un bianco che ti fa venire voglia di una tavola lunga, di piatti più strutturati, di una cucina che non abbia paura della ricercatezza, perché lui – Lodano – sa restare in piedi.
Prendono poi scena i rossi, partendo dal vino d’entre, Rosso dei Notri 2024, nato dalla preselezione dei vigneti più giovani in un blend di Cabernet Sauvignon, Merlot, Syrah e Cabernet Franc.
Nel calice è rubino con riflessi amaranto, e all’olfatto si avverte subito quel “respiro” che il cemento sa dare. Arrivano ciliegia e mirtilli, poi un incenso selvatico che porta balsamicità, e un floreale che non è lezioso, ma ricorda anzi la tempra dei Cabernet in cenni di petali di geranio, ciclamino, per sfumare poi in un vegetale elegante di gambo di rosa. La chiusura è grafite, netta, minerale, quasi a ricordarti da dove viene, da quelle colline metallifere che lasciano sempre una traccia. In bocca la freschezza integra una trama tannica fine, centrale, e la beva è immediata, ma non semplice: è “facile” come sono facili le cose fatte bene.
Perlato del Bosco Rosso 2023 è il racconto più sorprendente del Sangiovese secondo Tua Rita, un vino che nasce per dialogare con il clima siccitoso e le estati calde della costa toscana. Qui il Sangiovese non cerca l’austerità classica dell’entroterra, ma una tensione nuova, più solare, più marina, senza mai perdere profondità.
Nel calice si presenta con un rubino luminoso dai riflessi amaranto. L’impatto olfattivo è profondo e stratificato: si apre su frutti scuri come mirtilli e cassis, seguiti da un accenno di arancia amara che introduce una dimensione agrumata, quasi tattile. Poi il vino si apre lentamente sul sottobosco, su una balsamicità elegante di foglia di ortica e radice di liquirizia, fino a evocare con decisione la macchia mediterranea, con richiami di mirto che raccontano la Maremma senza bisogno di didascalie. La chiusura olfattiva è affidata a una speziatura fine e cesellata: pepe bianco, leggermente pungente, e noce moscata, più dolce, che completano il quadro con misura.
Al sorso trova la sua cifra più autentica nell’equilibrio. L’ingresso è fresco, sostenuto da una acidità agrumata che richiama ancora l’arancia amara percepita al naso, mentre la trama tannica si distende con eleganza, fine e ben integrata, senza mai risultare asciutta o aggressiva. Il centro bocca è armonico, di bella materia, e la progressione gustativa conduce a un finale coerente, persistente, in cui tornano le sensazioni balsamiche e una sottile sapidità minerale che allunga il sorso.
Poi c’è Giusto dei Notri 2022, il vino “anima”, quello che accompagna la cantina dalla nascita: Cabernet Sauvignon 80%, con Merlot e Cabernet Franc. Nel calice è rubino intenso e l’olfatto ha un’eleganza quasi disegnata: un incipit floreale di rosa e una lavanda che da un tocco saponoso, fine, poi il balsamico prende la via di alloro e liquirizia, e chiude su note dolci di carrube e vaniglia bourbon. L’ingresso è dominato da una freschezza agrumata che illumina la struttura: il tannino è fine, centrale, e la scia sapida finale allunga il sorso su ricordi di frutta secca e cacao.
Per Sempre 2022 è la dichiarazione d’amore di Virgilio, fondatore dell’azienda: “La Syrah, per sempre”. 100% Syrah, al calice svela un rubino fitto dai riflessi amaranto, preambolo a una sottile lavanda che incontra una ciliegia succosa. Poi arriva il varietale, senza maschere: olive al forno e in paté, seguite dalla speziatura aromatica e piccante del pepe di Sichuan.
Al sorso la frutta domina, l’acidità integra la trama tannica al centro bocca, mentre la sapidità allunga ancora su quella ciliegia succosa che resta impressa.
E poi, inevitabile, arriva Redigaffi 2021, Merlot in purezza, uno di quei vini che portano con sé un’aura che non è marketing ma storia: nato nel 1994, da vigne piantate nel 1988, divenuto cult anche perché l’annata 2000 ottenne un buon riconoscimento da Robert Parker e Wine Spectator, segnando inevitabilmente un momento simbolico nella percezione internazionale della cantina.
Nel calice è rubino profondo e in ingresso vince nella parte floreale più che sul frutto: lavanda, peonia, camelia. Poi sfuma nel balsamico di alloro e radice di liquirizia, fino al rosmarino in fiore che accompagna alla chiusura su ricordi di succosa ciliegia. In bocca è esattamente ciò che ci si aspetta da un grande Merlot: setoso, con tannino vellutato e centrale, una compostezza che non è rigidità ma eleganza e una sapidità che allunga su echi di ciliegia e cacao, fino a quel ricordo di cioccolatino boero che resta sulla lingua come una firma.
E quando pensi che la storia si chiuda qui, Tua Rita ti porta in Sicilia con SESE 2022, Passito di Pantelleria DOP, 100% Zibibbo. Progetto che prende vita nel 2016, quando l’azienda acquista un appezzamento di non più di due ettari di viti allevate ad alberello pantesco.
Nel calice è un ambrato vibrante che richiama il sole dell’isola. Al naso è un crescendo: succo di albicocca, miele di elicriso, uva sultanina, fico secco, dattero, poi un accenno di rosa gialla macerata e noce. In bocca l’agilità fa da padrona. La dolcezza si avverte, ma è bilanciata in modo esemplare da una freschezza che pulisce e riapre a una persistenza lunghissima su echi infiniti di caramello e caramella d’orzo. Un finale perfetto perché ti fa venire voglia di un altro sorso non per gola, ma per nostalgia.
Quando esco da Tua Rita ho addosso la sensazione rara di aver attraversato un luogo dove il vino non è solo prodotto, ma linguaggio. L’arte sulle pareti non è scenografia, ma un promemoria. Ti ricorda che per arrivare a un calice così serve lentezza, serve silenzio, serve quell’austerità gentile del tempo che non si compra e non si accelera. Ogni bottiglia è un’opera che non smette mai di cambiare, ma resta fedele al gesto originario. Un gesto semplice, ostinato, bellissimo: aspettare finché il vino non impara a respirare.























