Ci sono aziende che nascono come avventure imprenditoriali, e poi ci sono quelle che sono un intreccio di vite, mani e generazioni. Poggio Le Volpi appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Rossella Macchia ce lo racconta con entusiasmo, partendo da molto lontano, quando il bisnonno Mergè caricava botticelle di vino sul carretto e scendeva verso Roma, tra Via Prenestina e Casilina, passando i dazi dell’epoca. Allora il vino era alimento, non piacere: si portava sfuso nelle osterie, si spillava direttamente dalle botti, e a fine consegna non mancava un sorso dalla cannella. Da lì, dice Rossella, nasce il nome “Cannellino”, quel Frascati dolce che ancora oggi porta con sé un pezzo di storia.
Ma parlare con Rossella non è mai (solo) parlare di vino. La chiacchierata scivola tra i ricordi di famiglia, le volpi che ancora girano tra i filari, i cinghiali che fanno capolino, i dettagli che trasformano un territorio in un racconto vivo. “Il vino è artigianalità, è arte nel senso più ampio del termine – spiega –: non solo conoscenza, ma anche intuizione. È lavoro di mani, di donne e uomini che stanno in vigna, che ascoltano la pianta, assaggiano l’acino, capiscono il momento giusto. Senza questa parte, quello che ritroviamo nel bicchiere non esisterebbe”.
Il cuore resta a Monte Porzio Catone, tra le denominazioni Frascati e Roma, ma lo sguardo è ampio: Lazio, certo, ma anche Puglia con Masseria del Tacco. Sempre con la stessa idea: il vignaiolo non è un chimico, ma nemmeno può fare a meno del laboratorio, perché conoscere pH, acidità e parametri significa rispettare il vino, non snaturarlo.

E poi ci sono le bottiglie icona, come il Donna Luce, frutto di anni di scelte e dettagli che vanno oltre il contenuto: l’etichetta che resiste al ghiaccio, il tappo giusto, la carta che racconta. Perché anche il packaging, alla fine, è racconto.
Ma Poggio Le Volpi non è solo cantina. È anche ospitalità, esperienza a tavola. Dopo quasi due anni di pausa, il ristorante riapre: pranzo e cena dal martedì al sabato, la domenica solo a pranzo. “Per noi – dice Rossella – non si tratta di far mangiare bene le persone, quello lo si può fare anche a casa propria. Qui vogliamo che l’ospite viva un’esperienza, si senta accolto, coccolato, arricchito da un racconto che lega piatto e calice”.
E allora sì, più che comprare una bottiglia, forse vale davvero la pena venire qui: sedersi a un tavolo, ascoltare una storia che profuma di vigna e di famiglia, e portarsi a casa un’esperienza che resta.




















