Antonio Paolini: il vino italiano non è in crisi. È solo sotto pressione

Il vino italiano, fino a poco tempo fa, sembrava vivere un’epoca d’oro: numeri da record, export in crescita, e un’immagine tutta sorrisi, brindisi e convivialità. Poi qualcosa si è incrinato. O meglio, si sono messi insieme una serie di colpi che, sommati, hanno spento un po’ quella luce…

Antonio Paolini, giornalista esperto e voce autorevole nel mondo enogastronomico, lo racconta con il tono di chi conosce bene questo mondo, ma non ha perso la voglia di criticarlo quando serve. “Ci siamo trovati dentro un temporale fantozziano”, dice. “Una serie di scosse tutte insieme, alcune che non c’entrano col vino direttamente, ma che sul vino hanno avuto l’effetto di un frontale”.

Tutto è cominciato con la confusione attorno al nuovo Codice della Strada: norme costruite in fretta, interpretate peggio, e subito tradotte in una narrazione semplificata dove chi beve è sospetto per definizione. Il punto, per Paolini, non è giustificare chi guida ubriaco. Ma neanche raccontare il vino come fosse il male assoluto. “Solo il 16% degli incidenti gravi risulta dovuto a stati di coscienza alterati, che peraltro non vuol dire solo alcol, e quando è alcol spesso non è vino. Il killer più letale è la velocità. Ma evidentemente è più difficile da affrontare e fa meno “boom” dell’attacco al bicchiere”.

Nel frattempo, anche il discorso sulla salute su cui l’Oms sta battendo a tutta forza, ha preso una piega estrema. Il vino, come ogni altra cosa, può far male. Ma raccontarlo da solo, senza contesto, senza parlare di stile di vita, quantità, condizioni, è una semplificazione che non aiuta nessuno. “È come dire che respirare aria di città fa male, quindi tutti fuori dai centri urbani. Non funziona così”.

E poi c’è l’estero. Con i dazi che hanno frenato il mercato americano – da sempre uno dei più importanti per il nostro vino – e messo in allerta tutto il settore. Il risultato? Cantine piene, vino che non esce, produttori preoccupati. Si parla di una giacenza pari a una vendemmia intera. Un’onda lunga che ci stiamo ancora portando dietro.

Ma in mezzo a tutto questo, qualcosa si muove. Le scorte cominciano a scendere, certe idee rigide sulle etichette degli alcolici in Europa sono state (per ora) accantonate, e la bella stagione riporta la gente fuori, magari con un calice in mano. Il momento è delicato, ma anche pieno di possibilità.

L’incertezza può anche essere utile” dice Paolini. “Ti costringe a pensare, a cercare correttivi. E il mondo del vino ha le risorse e l’intelligenza per farlo”. Una di queste risorse, forse la più importante, è cambiare il modo in cui si racconta. Smettere di parlare solo agli esperti, e iniziare a parlare anche a chi il vino lo incontra una volta ogni tanto. Senza tecnicismi, senza chiusure.

Perché, sorpresa delle sorprese, i giovani non hanno affatto smesso di bere vino. Semplicemente bevono cose diverse, magari meno “classiche”, meno riconoscibili. Esattamente come succede con la musica. “A me la trap non piace” ammette Paolini, “ma non per questo dico che i ragazzi non ascoltano musica. Semplicemente ascoltano altro. E lo stesso vale per il vino”.

In fondo, è solo questione di capire che il cambiamento non è il nemico. È un segno dei tempi. E il vino, se ha saputo attraversare secoli, di certo saprà farlo anche stavolta. Magari con un’etichetta diversa. Ma sempre con qualcosa da dire.

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Immagine di Maurizio Gabriele

Maurizio Gabriele

Fondamentalmente un curioso. Programmatore e sistemista pentito, decide di virare in modo netto verso il mondo della comunicazione, caratterizzato da progetti decisamente più stimolanti. Attratto dalla cucina sia come forma di espressione che di nutrimento e, inevitabilmente, dal vino. Sommelier dal 2018. In giurie internazionali dal 2020. Editor e Co-founder di TheUnique. Writer per passione. Entusiasta per scelta di vita.

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