Sul grande schermo la Grand Dame de la champagne

Quando mi dicono che bevo champagne perché non capisco niente di vino da sempre mi viene in mente Barbe-Nicole Ponsardin, più famosa ai più come la Veuve Clicquot. Ora immaginate di essere in Francia nei primi anni del 1800, con Napoleone Bonaparte che strappa la corona dalle mani di Papa Pio VII, si auto proclama imperatore, comincia a far guerra a chiunque e impone embargo contro i suoi nemici, in primis la Russia di Alessandro I.

Ora immaginate di essere un modesto Vigneron di Reims, nella regione Champagne Ardenne. Lo avete immaginato? Ottimo! E allora adesso immaginate di essere una donna di 27 anni nel 1805, di essere la madre della piccola Clémentine e di rimanere vedova del modesto Vigneron di Reims, morto probabilmente suicida giusto un anno dopo l’introduzione di quel Codice Napoleone che regolava la famiglia in tema di proprietà e considerava la donna come un’eterna minorenne che non poteva amministrare il patrimonio personale o la dote, non poteva contrarre obblighi giuridici senza il consenso del padre o del marito, non poteva ricoprire cariche pubbliche, non poteva portare avanti un’impresa né guadagnare un salario autonomo.

A questo punto siete pronti per i popcorn e per godervi Madame Clicquot, il film diretto da Thomas Napper basato sulla enobiografia – come l’ha definita il New York Times – “The Widow Clicquot” di Tilar J. Mazzeo. Il film racconta come Barbe-Nicole, una donna colta, appassionata di arte e cultura e molto portata per la matematica, approfittando di una falla nella legge, abbia preso in mano l’azienda di suo marito e – assistita dal suocero e dall’agente di commercio Louis Bohne – l’abbia trasformata in un impero che, nel 1841, anno in cui Madame Clicquot si ritira a vita privata, vende oltre mezzo milione di bottiglie l’anno.

Nella storia di Barbe-Nicole c’è la storia di tutte le donne che, per pregiudizio, vengono ostacolate, sminuite o addirittura derise quando entrano nelle stanze dei bottoni. Ma lei non vuole essere solo la madre di Clémentine e, forte della fiducia riposta in lei dal defunto marito che le ha lasciato le terre proprio affinché facesse prosperare i vigneti, decide di lasciare un segno nella storia “Voglio che il mio marchio sia il numero 1, da New-York a San Pietroburgo” dice, e per ottenere questo risultato sa che può accontentarsi di “Una sola qualità, la primissima” e, soprattutto, fare quello che non è ancora mai stato fatto.

Così, dopo essersi rifiutata di vendere i vigneti al viticoltore vicino, Jean-Rémy Moët che ha ottimi rapporti con la Corte Imperiale e le rende molto difficile trovare i finanziamenti per portare avanti l’attività, decide che per fare il vino più buono del mondo deve lavorare su più fronti: sul miglioramento qualitativo del prodotto, sì, ma anche sulla sua promozione e – forse proprio in virtù della suo essere donna – sull’immagine. Anzi! Decide di partire proprio dall’immagine.

Quando parliamo di champagne nei primi anni del XIX secolo – e ad essere pignoli si tratta di una imprecisione perché l’identificazione e la delimitazione delle zone vitivinicole della regione c’è stata nel 1927 e la nascita dell’AOC Champagne risale solo al 1936 – parliamo di un vino torbido per la presenza di residui della fermentazione che veniva servito nelle caraffe per farlo decantare. Madame Clicquot, però, è cosciente che l’impatto visivo ha un ruolo importante e desidera un vino più chiaro, limpido e brillante da servire in bottiglia per conservare meglio il perlage e mantenere più a lungo la temperatura di servizio. È così che mette a punto una tecnica di chiarificazione, il Rèmuage Sur Pupitres, e idea l’attrezzo per attuarla, la table de remuages, uno scaffale di legno con ripiani scavati e inclinati a pendenza crescente.

 

Madame Clicquot, inoltre, si rende conto che i gusti dei consumatori sono diversi nei diversi Paesi e poiché quando le bottiglie vengono stappate per eliminare i sedimenti ci possono essere delle perdite di vino che devono essere ricolmate, studia diverse ricette per la liqueur d’expedition – una miscela di vino, zucchero e altre sostanze segrete – adattandole ai bisogni del mercato cui sono destinate.

Nel 1810 produce il primo Champagne Millesimato e cambia nome all’azienda in Veuve Clicquot. Nel 1811, in occasione di un’annata eccezionale ricordata per il passaggio della Cometa, produce “le vin de la Comète”, che tre anni dopo – quando deciderà di aggirare l’embargo nei confronti della Russia e rifornire con 10.000 bottiglie la corte di San Pietroburgo – le servirà per lanciare il suo marchio. Nel 1818 decide di produrre il suo primo Champagne Rosè non aggiungendo bacche di sambuco alla cuvée, bensì assemblando il Pinot Nero proveniente dalla regione di Bouzy alla base spumante e nel 1821 accoglie in azienda Edouard Werlé, lo stagista di 23 anni più giovane che diventa il suo amante e al quale – 20 anni dopo – lascerà le redini dell’azienda ma questa, mes amis, è tutta un’altra storia (che il film non racconta).

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Immagine di Fabiana Romano

Fabiana Romano

Esperta di marketing e comunicazione, Fabiana insegna in università italiane ed estere facendo formazione sull'alto di gamma. Editor di TheUnique, autrice del libro "Passione I.T.A.L.I.A." Fabiana ha tre grandi amori: la figlia Ludovica, il Made in Italy e il Bollinger di Madame Lily :)

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