Per anni il vino rosato ha cercato una legittimazione. Ha dovuto convivere con il pregiudizio di essere un vino “minore”: troppo semplice per gli appassionati più esperti, troppo estivo per essere preso davvero sul serio, troppo legato alle mode per conquistare una dignità autonoma. Oggi, però, quella stagione sembra definitivamente alle spalle. Non perché il rosato sia diventato improvvisamente un vino diverso, ma perché è cambiato il modo di guardarlo.
A raccontarlo è Francesco D’Agostino, fondatore di Bererosa e direttore di Cucina & Vini, che da oltre vent’anni osserva l’evoluzione di questa tipologia e che, probabilmente prima di molti altri, aveva intuito che il futuro del vino rosa non sarebbe passato attraverso il tentativo di imitare i grandi rossi o i grandi bianchi, ma attraverso la costruzione di una propria identità.
“Per tanto tempo anch’io ho inseguito il racconto dei grandi rosati”, ammette. “Continuo a cercarli, perché in Italia esistono vini straordinari che potrebbero sedere sulle tavole più importanti del mondo. Ma mi sono reso conto che quella non è la vera forza del rosato.”
La sua forza, spiega, è un’altra. È la capacità di essere immediato, comprensibile, conviviale. “Per me il rosa è gioia anche nel vino.” Una frase semplice, che forse riassume meglio di qualsiasi definizione tecnica ciò che oggi rappresenta questa categoria.
Se fino a pochi anni fa il rosato sembrava dover continuamente dimostrare qualcosa, oggi il consumatore lo sceglie proprio per ciò che è. Non un compromesso tra bianco e rosso, ma un vino con una personalità precisa, capace di accompagnare occasioni diverse senza perdere autenticità. E soprattutto non si tratta di una moda.
Secondo Francesco il mercato sta semplicemente riportando il rosato nella posizione che gli spetta. Esistono vini di grande complessità e continueranno a esistere, ma la vera missione del rosato è quella di avvicinare le persone al vino. È la filosofia che ha ispirato Bererosa fin dalla sua nascita, nel 2010, quando dedicare un intero evento ai vini rosa sembrava quasi una scommessa azzardata. “Pensavo che non sarebbe venuto nessuno”, ricorda. Invece la sala si riempì già dalla prima edizione.
L’intuizione, però, era arrivata ancora prima. Nei primi anni Duemila D’Agostino aveva pubblicato una guida dedicata esclusivamente ai rosati italiani. Un lavoro pionieristico che gli fece capire quanto il pubblico fosse ancora distante da questo mondo. “La leggevano soprattutto i produttori”, racconta sorridendo. Molti consumatori erano convinti che il rosato fosse semplicemente il risultato della miscela tra vino bianco e vino rosso. Oggi quella percezione è completamente cambiata.
A cambiare è stato soprattutto il pubblico. Passeggiando tra i banchi di Bererosa 2026 colpisce la presenza di tanti ragazzi under trenta. Un dato che per D’Agostino rappresenta uno dei segnali più incoraggianti degli ultimi anni.
Eppure, proprio parlando di giovani, arriva una delle riflessioni più interessanti dell’intervista.
“La colpa non è dei giovani.”
Una frase pronunciata senza esitazioni. Secondo Francesco, il problema non è che le nuove generazioni non amino il vino. È che nessuno glielo ha più fatto conoscere.
“La responsabilità è della mia generazione. Abbiamo smesso di mettere il vino sulla tavola.”
Una volta il vino faceva parte della quotidianità familiare. I figli crescevano vedendolo a pranzo e a cena, imparando naturalmente che cosa rappresentasse. Quel passaggio culturale si è progressivamente interrotto. Al suo posto sono arrivate bibite industriali, cocktail e superalcolici, mentre il vino è semplicemente scomparso dall’educazione alimentare di intere generazioni.
Per questo, secondo lui, non serve inventare un nuovo linguaggio del vino. Serve riportare il vino davanti alle persone.
“Gli eventi servono proprio a questo: portare il vino ai giovani.”
Una posizione che si riflette anche nel modo di intendere la comunicazione. Oggi si parla molto della necessità di cambiare linguaggio per intercettare nuovi consumatori. Francesco D’Agostino non è convinto che sia questa la strada. Il linguaggio tecnico della degustazione, spiega, appartiene alla fisiologia del gusto e non può cambiare. Può e deve cambiare il racconto, il modo in cui si costruisce una narrazione capace di coinvolgere pubblici diversi, ma senza rinunciare alla correttezza e alla cultura del vino.
Anche il colore, naturalmente, ha avuto un ruolo importante. “Il rosa oggi è probabilmente il colore che attira di più”, osserva. Ma sarebbe riduttivo attribuire tutto al marketing. Vent’anni fa molti rosati erano vini senza una vera identità. Oggi, invece, il livello qualitativo è cresciuto enormemente. Cambiano gli stili, cambiano i territori, ma quasi tutti riescono finalmente a raccontare il luogo da cui provengono. È questa, secondo lui, la vera rivoluzione.
Guardando indietro rifarebbe senza esitazione la scelta di creare Bererosa, così come quella di pubblicare una guida dedicata alle bollicine quando ancora sembrava un progetto destinato a pochi appassionati. Più difficile, invece, parlare delle esperienze che non ripeterebbe. Tra queste cita “Lazio Prezioso”, iniziativa nella quale aveva investito tempo ed energie per valorizzare i vini della regione. Non mette in discussione il valore delle produzioni laziali, ma riconosce quanto sia complesso costruire un percorso condiviso in un territorio che, a suo giudizio, continua a pagare il peso della propria storia.
Intanto Bererosa 2026 archivia un’altra edizione di successo. Le previsioni meteo avevano fatto temere il peggio e per tutta la mattinata gli organizzatori hanno risposto alle telefonate di chi chiedeva se l’evento sarebbe stato rinviato. Alla fine il parco si è riempito come nelle migliori edizioni e il bilancio è decisamente positivo.
Forse è proprio questa l’immagine che meglio racconta il momento del vino rosato italiano. Un vino che ha smesso di chiedere il permesso di esistere e che, semplicemente, ha trovato il proprio posto nel bicchiere e nella cultura del vino contemporaneo.




















