C’è una frase che, per chi è nato tra Firenze e le sue colline, non è soltanto una canzone ma una specie di richiamo del cuore: “La porti un bacione a Firenze”. Odoardo Spadaro la scrisse nel 1937 pensando alla nostalgia di chi si trovava lontano da casa, ma ancora oggi quelle parole sembrano raccontare il legame quasi viscerale che unisce Firenze alla sua terra. Perché Firenze non finisce nelle pietre del centro storico o nei riflessi dell’Arno: continua appena fuori dalle mura, sulle colline che la abbracciano, tra filari di Sangiovese, cantine familiari e strade bianche che odorano di cipresso e vino nuovo.
Ed è proprio lì che, negli ultimi mesi, il Consorzio Chianti Colli Fiorentini ha scelto di riportare i riflettori con il ciclo di appuntamenti “Un Giovedì da Leoni”: eventi itineranti nelle cantine del territorio che hanno raccontato non solo un vino, ma soprattutto un’identità.Un percorso culminato il 7 maggio alle Serre Torrigiani, nel cuore verde di Firenze, con una festa finale gratuita — fino a esaurimento posti — in cui si sono riuniti produttori, appassionati e curiosi. Una celebrazione collettiva di Firenze e dei vini delle sue colline, nata dall’unione tra Chianti Lovers Week e il format del Consorzio.

Appena sotto le mura della città, il legame tra Firenze e il suo paesaggio vinicolo appare quasi ancestrale. Le colline proteggono la città da secoli e, allo stesso modo, custodiscono un patrimonio agricolo che continua a definire il carattere del territorio. Il Chianti Colli Fiorentini è forse una delle espressioni più autentiche di questa relazione: un vino schietto, immediato, conviviale, capace di raccontare la quotidianità toscana senza bisogno di sovrastrutture.
Il Consorzio Chianti Colli Fiorentini nasce nel 1994 con l’obiettivo di tutelare e valorizzare la denominazione e il Vin Santo del Chianti Colli Fiorentini, rafforzando il legame storico tra il vino e la città di Firenze. Il suo simbolo è il Marzocco, il celebre leone di Palazzo Vecchio che regge il giglio fiorentino e che, nel logo del Consorzio, stringe simbolicamente un calice di vino: un’immagine che racconta in modo immediato il profondo legame tra Firenze, le sue colline e la tradizione vitivinicola del territorio.
La DOCG Chianti Colli Fiorentini, riconosciuta e delimitata già dal 1932, si estende sulle colline che abbracciano Firenze da sud-ovest a sud-est e coinvolge 18 comuni storicamente vocati alla viticoltura, da Impruneta a Fiesole, da Scandicci a San Casciano Val di Pesa, fino a Pontassieve, Pelago e Reggello. Un territorio eterogeneo, fatto di colline tra i 150 e i 400 metri di altitudine, dove il Sangiovese trova espressioni eleganti, territoriali e profondamente riconoscibili.
Durante i giovedì in cantina ho avuto modo di prendere parte ad alcune delle serate del programma, tra realtà come Tenuta San Vito e Azienda Agricola Malenchini, conoscendo i soci del Consorzio, ascoltando le loro storie e assaggiando vini che mi hanno restituito l’immagine di un territorio vivo, accogliente e profondamente legato alla propria identità. Quello che emerge è l’immagine di un Consorzio giovane, dinamico, con una forte voglia di crescere e farsi conoscere. E proprio nell’apertura di questi eventi itineranti si è percepito chiaramente questo spirito: la volontà di creare connessioni, di uscire dalle logiche più chiuse del settore e riportare il vino tra le persone.
Per comprendere meglio la visione e il lavoro che oggi il Consorzio sta portando avanti, ho rivolto alcune domande ad Andrea Corti, presidente del Consorzio Chianti Colli Fiorentini e volto della nuova generazione di produttori del territorio.
Avere Firenze così vicina è inevitabilmente una grande opportunità. Come si lavora, però, per fare in modo che il Chianti Colli Fiorentini venga percepito sempre più come una denominazione con una personalità ben definita?
Intanto attraverso il nostro claim: “Chianti Colli Fiorentini – Il vino di Firenze”. Lavoriamo molto sul rapporto con la città, collaborando con ristoranti, enoteche e negozi fiorentini, ma anche creando eventi sia sul territorio sia nel cuore di Firenze, cercando sinergie con realtà storiche della città.
Ultimamente, ad esempio, abbiamo lavorato a fianco dello Storico Mercato Centrale di Firenze come vino ufficiale dei loro eventi. In passato ci sono state altre collaborazioni e sicuramente ce ne saranno ancora: ogni volta che ne abbiamo la possibilità cerchiamo di portare la denominazione a Firenze, che offre scenari e location straordinarie per raccontare questi vini.
Poi c’è il lavoro quotidiano delle aziende, fatto di comunicazione diretta con turisti e appassionati. L’obiettivo è spiegare la particolarità di questo territorio e il suo legame profondissimo con Firenze, valorizzando la storicità e la vocazione qualitativa di queste terre.
Negli ultimi anni il consumatore sembra premiare vini più territoriali, gastronomici e meno costruiti. I Colli Fiorentini possono trasformare questa apparente “semplicità” stilistica nel loro vero punto di forza?
Assolutamente sì. Il Chianti Colli Fiorentini, per la sua natura elegante e conviviale, interpreta perfettamente questo ritorno a vini più autentici, territoriali e gastronomici.
Abbiamo la fortuna di poter contare su un patrimonio varietale fatto anche di uve troppo spesso considerate “comprimarie” o semplicemente da taglio, ma che in realtà contribuiscono in modo decisivo alla personalità dei nostri vini. Penso, ad esempio, al Canaiolo, presente in molti blend dei Colli Fiorentini: un vitigno che aiuta a mantenere freschezza e bevibilità anche nelle annate più calde, alleggerendo il corpo del vino e rendendolo incredibilmente contemporaneo.
La forza dei Colli Fiorentini sta proprio qui: nella capacità di offrire vini identitari ma accessibili, che riportano il vino alla sua dimensione più autentica, quella della tavola, della condivisione e della convivialità. Un vino che accompagna un buon piatto e una conversazione, senza bisogno di eccessivi tecnicismi o autoreferenzialità.
“Un Giovedì da Leoni” ha mostrato un consorzio molto aperto, giovane e presente sul territorio. Quanto è importante oggi, per una denominazione medio-piccola, uscire dalla comunicazione tradizionale e creare relazione diretta con il pubblico?
È uno degli aspetti su cui stiamo investendo di più. Con il format “Un Giovedì da Leoni” vogliamo portare le persone dentro le cantine, far vivere loro i luoghi dove il vino nasce davvero. Ogni mese organizziamo un appuntamento in un’azienda diversa, per raccontare le sfumature del territorio e le diverse filosofie produttive.
Anche per il grande appuntamento della denominazione alle Serre Torrigiani, durante la Chianti Lovers Week, abbiamo scelto un approccio diverso rispetto al classico banco d’assaggio. Abbiamo voluto abbattere la distanza tra produttore e consumatore: i vini erano serviti dai sommelier in tavoli suddivisi per tipologia, mentre i produttori vivevano l’evento insieme al pubblico, riconoscibili semplicemente da un badge, pronti a rispondere a curiosità e domande.
Oggi, in un’epoca dominata da esperienze virtuali e da un crescente isolamento sociale, sentiamo un bisogno quasi fisico di tornare alla relazione umana, alla comunità, allo stare insieme. Ed è proprio qui che il Chianti Colli Fiorentini trova il suo ruolo naturale.
Il nostro non è un vino da collezione o da contemplazione solitaria: è, da sempre, un vino di aggregazione. Un vino nato per stare a tavola, per accompagnare i momenti condivisi e celebrare il piacere della convivialità. In un mercato che cambia rapidamente, la nostra risposta è l’umanità.
Le cantine dei Colli Fiorentini hanno il privilegio di trovarsi a pochi minuti da una delle città più visitate al mondo. Quanto può crescere ancora l’enoturismo in questa zona e cosa manca, secondo te, per trasformare sempre di più le cantine in una vera destinazione esperienziale legata a Firenze e alle sue colline?
Le aziende dei Colli Fiorentini hanno un rapporto quasi esistenziale con Firenze. È un legame che nei secoli ha contribuito a creare un’identità fortissima tra la città e le sue campagne, e che oggi rappresenta uno dei grandi punti di forza del territorio.
L’enoturismo può crescere ancora molto, sia nei numeri sia nella qualità dell’esperienza offerta. Ci sono aziende che lavorano sull’accoglienza da anni e altre che stanno investendo adesso per sviluppare attività dedicate ai visitatori.
Personalmente, oltre all’aumento dei flussi, mi piacerebbe vedere una crescita nella cura dei servizi: esperienze più autentiche, personali e dirette, ma anche una qualità sempre più uniforme nell’accoglienza e nella degustazione.
Per facilitare chi vuole esplorare il territorio abbiamo realizzato una mappa interattiva delle aziende del consorzio, collegata a Google Maps, che permette di spostarsi facilmente da una cantina all’altra in base alla posizione. Distribuiremo QR code e materiali informativi in hotel, strutture ricettive e centri turistici dei nostri comuni, così da rendere l’esperienza ancora più accessibile e immediata.
Andrea, tu rappresenti una nuova generazione di produttori toscani: secondo te qual è l’errore che il mondo del vino italiano continua a fare quando prova a raccontarsi, soprattutto ai giovani consumatori?
Credo che uno degli errori più frequenti del mondo del vino italiano sia cercare di parlare ai giovani come se fossero qualcosa di misterioso o incomprensibile. In realtà sono semplicemente persone curiose, che stanno esplorando gusti, esperienze e prodotti nuovi: a volte seguendo le mode, altre volte cercando semplicemente qualcosa di diverso.
Il rischio, però, è che il vino tenti di rincorrere questo pubblico snaturandosi completamente. È un po’ come vedere qualcuno che prova a vestirsi da ventenne a tutti i costi: spesso il risultato è poco credibile.
La comunicazione del vino deve certamente evolversi, diventare più contemporanea, semplificare linguaggio, terminologia e anche packaging, ma senza perdere autenticità. Dobbiamo restare veri, umani e credibili.
Stravolgere completamente l’immagine del vino solo per inseguire i giovani rischia di creare ancora più confusione. Non produciamo energy drink, ma vino, un prodotto che porta con sé secoli di storia, cultura e identità. Ed è proprio questo, secondo me, che dobbiamo continuare a raccontare.
Dopo aver ascoltato i produttori, vissuto gli appuntamenti del consorzio e assaggiato i vini, tutto questo prende forma anche nel bicchiere. I Colli Fiorentini si raccontano attraverso rossi versatili, diretti, territoriali: colore rubino brillante, profumi floreali e speziati, tannini presenti, ma mai aggressivi, grande bevibilità e una naturale predisposizione alla tavola. Vini che non cercano l’effetto speciale, ma il piacere autentico della condivisione.
Ed è difficile separare tutto questo dal paesaggio che lo circonda. Come nella canzone di Spadaro, anche queste colline parlano a chi parte e a chi ritorna. Perché ci sono vini che si degustano e vini che, invece, ti riportano a casa. E mentre le Serre Torrigiani si riempivano di persone, brindisi e accenti fiorentini, sembrava quasi di sentire ancora quella voce del ’37 attraversare il tempo: “La porti un bacione a Firenze”. Solo che stavolta quel bacio non viaggiava su un treno, ma dentro ogni calice alzato verso le colline che, da sempre, custodiscono l’anima più vera della città.




















