Nel cuore più elegante di Roma, a pochi passi dal Pantheon, Vico Pizza&Wine prova a riscrivere il linguaggio della pizza contemporanea. Non soltanto attraverso gli impasti o la ricerca tecnica, ma soprattutto costruendo un dialogo continuo tra cucina, design, creatività e territorio. Un progetto che vive dentro una location fuori dagli schemi, dove la pizza lascia il contesto tradizionale della pizzeria per entrare in uno spazio che guarda all’ospitalità contemporanea con un’estetica ricercata, quasi museale.
“Non parlerei di lusso”, racconta Ciro De Vincenzo. “Preferisco dire che siamo circondati dall’arte”. Ed è proprio questa idea di contaminazione a definire la filosofia di Vico Pizza&Wine: portare un piatto popolare, nato come cibo povero, dentro un ambiente sofisticato senza snaturarne l’identità. Una sfida complessa che passa dalla qualità della materia prima, dalla tecnica e soprattutto da una continua tensione verso il futuro.
“La pizza di Vico parte dalla tradizione partenopea e italiana”, spiega Ciro, “ma strizza l’occhio alla ricerca, alla modernità e a una prospettiva che guarda avanti. Non facciamo soltanto la classica margherita napoletana: sperimentiamo impasti, tecniche di panificazione, creme, consistenze croccanti attraverso chips, cialde e lavorazioni diverse”.
Il risultato è una proposta che punta sulla creatività senza perdere il senso della sostanza. Pizze costruite con equilibrio, dove ogni elemento dialoga con l’altro e contribuisce a creare un’esperienza coerente. Una filosofia che si riflette anche nella selezione delle materie prime, affrontata con un approccio quasi artigianale.
“La materia prima è fondamentale”, sottolinea Ciro. “Cerchiamo prodotti unici, presìdi Slow Food e, quando possibile, ingredienti a chilometro zero restando nel Lazio. Anche se alcuni prodotti simbolo, come i pomodori, arrivano dalla Campania, dal Salernitano o dal Sud Italia”.
Ma ciò che colpisce di più nel racconto di Ciro è il rapporto con il cliente. Più che il semplice complimento, il vero riconoscimento arriva quando chi assaggia riesce a cogliere il lavoro nascosto dietro una pizza o un fritto. “Il complimento più bello è quando nasce un dialogo con il cliente e lui riesce a percepire determinate tecniche o prodotti che ho inserito”, racconta. “Una volta un cliente si è accorto che il nostro crocchè era senza panatura. Per me quello è stato un grandissimo complimento”.
Una sensibilità che si traduce anche nell’attenzione quasi didattica verso la pizza perfetta. Secondo Ciro, una pizza fatta a regola d’arte si riconosce innanzitutto dall’aspetto: la cottura deve essere omogenea, il colore equilibrato, la maculatura presente ma mai eccessiva o bruciata. Ma soprattutto deve esistere armonia. “Tutti gli elementi devono amalgamarsi”, spiega. “Pomodoro, mozzarella, olio: ogni ingrediente deve essere distinguibile ma allo stesso tempo contribuire a creare un unico piatto”.
E mentre Vico continua a costruire la propria identità tra sperimentazione e tecnica, resta sempre uno spazio dedicato alla romanità. Ogni menu stagionale, infatti, prevede almeno una pizza ispirata alla tradizione capitolina. La prossima sarà “Pecora Nera”: agnello, patate, sedano, carote e cipolla, ispirata al classico agnello al forno della Pasqua romana. “Un omaggio a Roma”, conclude Ciro. “Nel mio menu ci sarà sempre un omaggio a questa città”.






















