Il mio naso non funziona?

Sempre più fequentemente guardo filmati, sento valutazioni o mi trovo in situazioni nelle quali sono costretto a mettere in dubbio le mie capacità olfattive.
Forse non darà un mio dono, ma io alcuni sentori, nel vino , proprio non riesco a trovarli.
Io credo però che non sia un problema di olfatto, bensì di come mi piacce approcciarmi al vino, al suo mondo e al modo di comunicarlo.

In quanti hanno avuto modo di annusare un cavallo sudato?
In quanti una foglia di ruta, una albicocca semisecca (attenzione, non secca, semisecca…), un elicriso o un cuoio buttero?

Più che di una degustazione, spesso mi sembra di assistere a un trattato di botanica. Talvolta ad una sorta di analisi chimica approfondita o addirittura alla descrizione di una nuova specie “vivente” trovata sul pianeta piuttosto che a un vino…

Ora, o siamo in presenza di nasi bionici,  di recettori modificati e papille gustative dopate, o semplicemente il mio naso non funziona.
Ma a parte il funzionamento o meno del nostro olfatto e del nostro gusto, le domande che spesso mi pongo quando sento queste cose sono sempre le stesse:

  • Si degusta per il piacere di farlo e di scoprire nuovi vini o si è in competizione?
    Nel caso chi contro chi? E’ una gara a chi trova più cose?
  • Interessa a qualcuno sapere che in quel vino c’è la “foglia di ruta“?
  • Se descrivo un vino in questo modo a un comune mortale, cosa penserà? Non c’è il rischio di essere sempre più avvicinati al “profilo del sommelier” raccontato da Antonio Albanese?
  • Non rischiamo di allontanare sempre di più le persone dal desiderio di mettere meglio il naso nella “vera” cultura del vino?

A volte nel vino si cercano i difetti.
Questo è a mio avviso il difetto principale del vino.
Una comunicazione complessa, a mio avviso inutile, capace solo di allontanare piuttosto che appassionare.

Si cercano nuovi mercati e ci sono migliaia di persone che potrebbero essere accompagnate a fare quel piccolo salto di qualità nel bere.
Sarebbe sufficiente usare anche solo una percentuale irrisoria della tanta cultura che c’è dietro al vino, uno dei tanti racconti, per poter appassionare e invogliare un “consumatore” a bere meglio e in modo più attento.

Con la “foglia di ruta“, il “cavallo sudato“, lo “straccio bagnato” e il “cuoio buttero“, invece, non possiamo che aspettarci di essere (tendenzialmente) ignorati se non derisi. Non dai professionisti, si intende, ma da un comune mortale. Che però poi compera il vino e, non capendo, si ferma sullo scaffale optando per un “qualunque” vino.

Immagino che questa possa essere presa come una opinione politicamente non corretta, ma poiché del vino non ne faccio un business e da sempre mi piace dire quello che penso, lo dico, pronto a ricevere qualunque critica. Meglio se costruttiva, anche perché del vino, o meglio, della cultura del vino, io ne sono innamorato.

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Immagine di Maurizio Gabriele

Maurizio Gabriele

Fondamentalmente un curioso. Programmatore e sistemista pentito, decide di virare in modo netto verso il mondo della comunicazione, caratterizzato da progetti decisamente più stimolanti. Attratto dalla cucina sia come forma di espressione che di nutrimento e, inevitabilmente, dal vino. Sommelier dal 2018. In giurie internazionali dal 2020. Editor e Co-founder di TheUnique. Writer per passione. Entusiasta per scelta di vita.

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