Ci sono luoghi che si comprendono soltanto quando qualcuno ti racconta come sono stati immaginati.
Perché una vigna, prima ancora di diventare vino, è sempre un atto di fiducia. È il gesto di chi osserva una collina ancora silenziosa e riesce già a vedere i filari, di chi guarda il mare e immagina che, un giorno, quel vento entrerà nel carattere di un calice. È una promessa fatta al tempo.
Durante la visita a Torre Civette ho raccontato ciò che ho trovato nei vini: una Maremma costiera ancora giovane, ma già capace di parlare con una voce sorprendentemente riconoscibile. Dietro quella voce, però, c’è qualcuno che ha scelto di ascoltarla prima che esistesse davvero.
Arianna Balducci, CEO della tenuta, è una di quelle persone che non parlano di risultati, ma di percorsi. Nelle sue parole il vino diventa il naturale compimento di una visione iniziata molti anni prima, quando su quella collina c’erano soprattutto terra, ulivi e un orizzonte aperto sul Tirreno.
Il resto lo hanno fatto la pazienza, il coraggio e la capacità di credere che il tempo non sia un ostacolo, ma il più prezioso degli alleati.
Le ho rivolto quattro domande per entrare nel cuore di questo progetto. Non per parlare soltanto di vino, ma di ciò che accade prima che una bottiglia esista: il momento in cui un luogo smette di essere soltanto un paesaggio e diventa un sogno da costruire.
Torre Civette è una realtà molto giovane, ma la sensazione è che qui non si stia semplicemente producendo vino: si stia costruendo un’identità. Quando hai capito che queste terre avevano il potenziale per diventare qualcosa di grande?
Torre Civette è un sogno che si sta realizzando. Sono arrivata qui undici anni fa e, poco dopo, abbiamo iniziato a parlare del progetto vino. Come un bambino, l’ho visto nascere e muovere i suoi primi passi. Il momento in cui ho capito davvero che sarebbe potuto diventare qualcosa di speciale è stato durante un sopralluogo con i tecnici sulla collina di Carpineto. C’erano alcuni terrazzamenti delimitati da olivi centenari, tutto era ricoperto d’erba. Dopo aver fatto ripulire l’area, mi sono voltata verso sud e ho visto il mare, fino al porto di Punta Ala.
In quell’istante ho capito di trovarmi in un luogo magico, dove tutto sarebbe potuto diventare possibile
I vostri vigneti hanno ancora pochi anni di vita e questo rende il progetto affascinante, ma anche coraggioso. In un mercato che chiede risultati immediati, quanto è difficile accettare il tempo come alleato invece che come ostacolo?
La terra mi ha insegnato soprattutto una cosa: la pazienza. Il vino è pazienza, con i suoi tempi ciclici. In un mondo dominato dalla frenesia, lavorare la terra ti riporta alle radici e ti insegna ad aspettare. Il tempo non può che essere un alleato, se impari ad accoglierlo. Dal vino non possiamo aspettarci risultati immediati: dobbiamo camminare con lui, un passo alla volta.
Nei vostri vini ho percepito una matrice molto chiara: balsamicità, impronta mediterranea, sapidità costiera. Quanto c’è di scelta enologica e quanto, invece, di voce pura del terroir di Scarlino?
C’è soprattutto l’espressione autentica del meraviglioso terroir di Scarlino. Il mare, con la sua immensità, amplifica e riflette la luce del sole; poi ci sono la brezza marina, la macchia mediterranea, l’equilibrio naturale di questo luogo unico. Tutti elementi che trovano la loro massima espressione grazie all’interpretazione enologica del Dott. Cotarella.
Se dovessi immaginare Torre Civette tra dieci o quindici anni, quale sarebbe la cosa che più vorresti si dicesse di questa tenuta e dei suoi vini?
Vorrei che si dicesse che Torre Civette è un’azienda che ha sempre operato nel pieno rispetto del territorio, valorizzandone al meglio le caratteristiche e mettendo la Maremma al centro di ogni scelta. Un’azienda capace di attingere alle risorse di questa terra straordinaria, con l’obiettivo di far sì che i suoi vini diventino la più alta espressione del luogo da cui nascono.




















