Australia, oltre gli Shiraz. Viaggio nel continente del vino che non ti aspetti

Ricordo ancora quando, nell’estate del 2010, annunciai al mio relatore AIS, Leonardo Taddei, che da lì a breve avrei lasciato la mia amata Lucca alla volta della lontanissima Australia. Ogni volta che da ragazzina mi barricavo in cameretta a sognare a occhi aperti, buttando giù una lista di luoghi esotici da visitare, l’Australia scivolava irrimediabilmente in fondo alla pagina. “Troppo lontana”, pensavo.

Un entusiasta Leonardo esclamò: “Wow, Australia! La terra del Penfolds Grange e dei grandi shiraz”. Con il senno di poi, ho capito che quella semplice esclamazione era tanto riduttiva quanto sbagliata. Così come fu sbagliata la mia scelta di mettere in valigia esclusivamente abiti estivi e infradito: una volta arrivata a Sydney, non ci volle molto a capire che sarebbe stato il caso di aggiungere al guardaroba qualche capo più pesante.

L’Australia, infatti, non è solo una terra perennemente battuta dal sole cocente e dalle nuvole di terra rossa che si alzano dal grande deserto, l’Outback; non è solo canguri, Crocodile Dundee e surfisti che vivono nel loro Kombi Van (Volkswagen Type 2) a caccia dell’onda perfetta. Sì, certo, abbiamo Robert Irwin, figlio del celebre conservazionista Steve Irwin, il ‘Crocodile Hunter’; abbiamo anche il Rip Curl Pro di Bells Beach, una delle tappe più agognate della World Surf League. E l’Outback, grande all’incirca 5,6 milioni di chilometri quadrati, occupa quasi il 70% del continente, ma è abitato da appena 607.000 persone circa. Il resto dei quasi 28 milioni di abitanti (avete capito bene: la “piccola” penisola italiana ne ha molti di più) vive lungo le fasce costiere e sulle varie isole, la più grande delle quali è la Tasmania.

L’Australia è anche fatta di sciatori e vette innevate (la più alta, il Mount Kosciuszko, raggiunge i 2.228 metri), di mezze stagioni e di giornate con quattro stagioni in una (a Melbourne si esce spesso con l’ombrello e la giacca a vento anche quando splende il sole); di venti gelidi che spirano senza pietà dall’Antartide, particolarmente graditi ai pinguini di Phillip Island, nello stato del Victoria, e al celebre Neil the Seal, il giovane elefante marino che periodicamente torna a far visita agli abitanti della costa sud-orientale della Tasmania, dettando legge per le strade come fosse lo sceriffo del villaggio.

Viene da sé intuire che l’Australia, con questa varietà di climi e altitudini, produca molto di più di quegli shiraz fruttati e di corpo che andavano tanto di moda a Londra decenni fa (e che ancora piacciono ai nostalgici).

Va anche sottolineato che le prime viti arrivarono in Australia solo a fine Settecento, con i coloni inglesi, che, presi alla sprovvista da un clima diverso e ostile, optarono inizialmente per la pratica di vinificazione più sicura: la fortificazione. Ancora oggi l’Australia produce eccellenti vini fortificati da uve moscato, shiraz, touriga nacional e palomino, specialmente nella zona di Rutherglen (Victoria) e nella Barossa Valley (South Australia), ma il focus si è nettamente spostato sui vini secchi.

 

Le ondate migratorie, soprattutto quelle del secondo dopoguerra, hanno contribuito ad arricchire e diversificare ulteriormente il panorama vinicolo locale. Durante la mia esperienza lavorativa a Il Globo, il bisettimanale italiano d’Australia, ho avuto modo di intervistare molti immigrati, talvolta anche centenari, che ricordavano ancora quel lungo viaggio in nave, fatto di incertezze e paure, con il solo magro conforto di una valigia piena di speranze, ricordi e, talvolta, anche di bottiglie di vino e barbatelle. Regioni come la King Valley (Victoria), la Riverina (NSW) e la Riverland (South Australia) sono largamente dominate da famiglie le cui radici affondano nelle varie regioni italiane. Molte di queste, come la famiglia Calabria in Riverina, hanno scritto la storia del vino australiano moderno, contribuendo a promuoverlo in Europa e nel resto del mondo.

Oggi, però, tra i vini più amati in Australia, che hanno trovato un seguito appassionato anche in mercati come l’Asia, il Nord America, l’Inghilterra e parte dell’Europa, ci sono quelli prodotti da uve chardonnay e pinot noir. Tom Carson, uno dei produttori di spicco del Victoria, alla guida di Yabby Lake nella Mornington Peninsula e di Serrat nella Yarra Valley, ha una conoscenza enciclopedica dei due vitigni della Borgogna, accumulata senza mai perdere di vista il terroir australiano. Tom sottolinea che il dominio dei vini alcolici e fortificati cominciò a vacillare alla fine degli anni ’60, lasciando spazio a vini di beva più fresca, con spiccata mineralità e una complessità gusto-olfattiva coadiuvata dall’uso di rovere francese piuttosto che americano. In quegli anni gli ambiziosi vignerons di Mount Mary, Yarra Yering e Wantirna Estate cominciarono a spostarsi nelle zone più fresche del Victoria, come la Yarra Valley, e a sperimentare con chardonnay e pinot, ma anche con cabernet sauvignon. Se all’inizio questi vini di nicchia passavano inosservati, col tempo catturarono l’attenzione di molti outsiders.

Il vero boom arrivò però negli anni ’80, con aziende come Coldstream Hills, del famoso critico di vini James Halliday, e Domaine Chandon, seguite poi da Gary Farr, Phillip Jones di Bass Phillip e Nat White di Main Ridge, nella Mornington Peninsula. Da lì in poi, gli impianti di chardonnay e pinot si diffusero a macchia d’olio in Victoria e in Tasmania, ma “viti giovani, qualche ego di troppo e una tendenza a privilegiare la cantina rispetto al vigneto produssero molti vini ‘costruiti’, lontani dall’espressione del territorio”, afferma Tom.

Con l’inizio del nuovo secolo si è cominciato a fare marcia indietro, producendo meno ma meglio e ponendo più attenzione al vigneto e al suo ecosistema. “Questa evoluzione è lenta ma costante, e oggi ci troviamo di fronte a una straordinaria gamma di produttori fortemente radicati nel territorio, con vigne relativamente vecchie – dai 30 ai 40 anni e oltre.” Ciononostante, Tom ammette che c’è ancora tanto da fare. “La nostra conoscenza del territorio è ancora limitata, mentre il Vecchio Mondo conta molti secoli di successi, e insuccessi”.

Chardonnay, pinot noir e pinot meunier sono anche alla base degli spumanti metodo classico prodotti in Tasmania. L’ ‘Apple Isle’, soprannominata così per la sua storica vocazione alla produzione di mele, oggi detiene anche il primato australiano negli spumanti di qualità. Il recente riconoscimento ottenuto da Ed Carr di House of Arras, premiato come ‘Migliore Produttore di Vini Spumanti dell’Anno’ dall’International Wine Challenge (IWC) di Londra, ne è l’ulteriore prova. È la seconda volta che Ed riceve il prestigioso titolo, già ottenuto nel 2024, e resta ad oggi l’unico produttore dell’emisfero sud, e il secondo fuori dalla regione dello Champagne, ad essere considerato la ‘crème de la crème’ delle bollicine.

Per Ed non ci sono mai stati dubbi sul fatto che la Tasmania sia naturalmente vocata alle bollicine di grande qualità, grazie alla sua latitudine più meridionale rispetto al resto dell’Australia ed a un clima generalmente più freddo e ventilato, dovuto alla completa esposizione all’oceano e ai venti antartici. “All’incirca il 42% di tutte le uve locali vengono spumantizzate, producendo una notevole diversità di stili”, dichiara Ed, indicando una caratteristica comune a tutti: la purezza. “Qua l’aria è molto pulita. La pioggia che arriva dall’oceano è pura, c’è più luce solare – la bassa umidità e l’assenza di particelle nell’aria significa che la luce solare è davvero molto intensa, quindi nei vini si percepiscono caratteri più fruttati. Il clima freddo, poi, garantisce sempre un’ottima acidità”.

Finché non la si vive di persona, è una contraddizione difficile da comprendere per chi ha sempre abitato in un clima mediterraneo. Ricordo ancora quando una carissima amica venne a trovarmi dalla Calabria in primavera. A onor del vero, la primavera a Melbourne è una delle stagioni più imprevedibili dell’anno: se in Italia si suol dire ‘marzo pazzerello’, a Melbourne di pazzerella c’è, di fatto, l’intera stagione.

In una giornata particolarmente soleggiata decidemmo di andare a pranzo vicino al mare. Durante il tragitto in auto, la mia amica aprì e chiuse il finestrino senza sosta, togliendosi e rimettendosi il golfino fino a perdere la pazienza. L’abitacolo, a causa dell’intensità e della posizione perpendicolare del sole di mezzogiorno, si era trasformato in una vera e propria fornace; l’aria che entrava dal finestrino, invece, era così gelida da trapassare il corpo come una lama d’acciaio. Una situazione tanto comica quanto stressante per la mia ignara amica.

D’altronde, gli antipodi e la loro gente sono sempre stati un vero e proprio paradosso. Nella McLaren Vale, ad esempio, ci sono viti di grenache risalenti al XIX secolo, eppure i vini rossi che la contraddistinguono hanno cominciato ad essere apprezzati solo di recente. Yangarra, una delle aziende più prestigiose della McLaren Vale e di proprietà della californiana Jackson Family Wines, vanta viti di grenache ad alberello risalenti agli anni ‘40. “Anche se la grenache è presente in McLaren Vale dalla fine del XIX secolo, per decenni è stata utilizzata quasi esclusivamente per i vini fortificati. Di conseguenza, molte di quelle vecchie viti sono state estirpate, e oggi ne rimangono solo alcune ad alberello, di cui noi deteniamo il 25% del totale”,  spiega il vigneron di Yangarra, Guillaume Camougrand.

Le viti di grenache crescono nella parte più elevata del vigneto di Yangarra, a 210 metri di altitudine; non sono irrigate e affondano le radici in sabbie profondissime, sopravvivendo in un ambiente assai ostile, povero di nutrienti e con scarsa ritenzione idrica. “La sabbia è però straordinaria nell’esaltare la purezza del frutto, oltre a favorire dei pH bassi e tannini molto precisi, che sono il marchio distintivo delle grenache di Yangarra”. Vi lascio in sospeso su come si degustano questi vini, in particolare l’High Sands: tornerò con un articolo dedicato alla grenache australiana, in cui racconterò anche le aziende Yangarra e Cirillo, quest’ultima custode di una delle viti di grenache più antiche al mondo, risalente al 1848.

Prima di chiudere questa ‘piccola’ introduzione al vero volto dell’Australia e dei suoi vini, da buona italiana non posso omettere un’osservazione sull’evoluzione dei vitigni italiani down under. Quando lavoravo come sommelier nei fine dining di Sydney e Melbourne, tra il 2010 e il 2020, nonostante la crescente richiesta di vini italiani, specialmente piemontesi e toscani e, più di recente, siciliani, i vini locali prodotti da uve italiane erano ben pochi, e di qualità piuttosto scarsa. Eppure, quella italiana e di origine italiana è stata una delle comunità più numerose in Australia. Ashley Ratcliff, grande viticoltore della Riverland, quest’anno nominato ‘Viticoltore dell’Anno’ dalla prestigiosa guida Halliday Wine Companion, è stato uno dei primi a studiare, e a investire, sulle varietà italiane in Australia. “Agli inizi del 2000, quando lavoravo per Yalumba come responsabile tecnico della viticoltura, il mio primo compito fu quello di girare il mondo per trovare vitigni più adatti a climi caldi come il nostro”.

“Quando ho visitato con la famiglia Antinori la zona di Grosseto, per studiare vitigni come il vermentino – e poi giù fino in Sicilia, Campania e Puglia, sono tornato pensando: “Mio Dio, ci sono tutti questi vitigni straordinari che danno vini davvero perfetti per la tavola!”.

Oggi Ashley coltiva oltre 42 uvaggi diversi, molti dei quali italiani. Il nero d’Avola e il fiano sono ormai diventati delle vere e proprie superstar, adattandosi molto bene agli estremi climatici dell’Australia e sposandosi con una gastronomia ricca e variegata, influenzata dai sapori, e dai saperi, arrivati dall’Asia e dall’Europa. “I consumatori oggi preferiscono bere vini più leggeri e freschi. Che la si chiami pura fortuna o una strategia azzeccata, questi vitigni funzionano molto, molto bene in questo Paese: non solo da coltivare, ma anche da bere. Non ho di certo voglia di bere rossi corposi in un posto caldo come Brisbane”.

Il fiano è addirittura arrivato ad avere premi e classi dedicate nei wine show, mentre sangiovese e nebbiolo continuano a crescere. E poi ci sono quelli che non ti aspetteresti: “Abbiamo appena lanciato il pecorino come vino in purezza, e sono molto sorpreso da quanto sia apprezzato. Pensavo fosse un vitigno un po’ sconosciuto, invece, pur trattandosi di una produzione limitata ad appena duecento casse, al momento sembra essere la vera e propria rivelazione”.

Va anche detto che concorsi come l’Australian Alternative Varieties Wine Show di Mildura (Victoria), creato nel 2001 dal veneto Stefano de Pieri, dal vigneron locale Bruce Chalmers e dal viticoltore Dott. Roderick Bonfiglioli, hanno lavorato sodo per promuovere le varietà considerate “alternative” a quelle classiche francesi, educando i consumatori e rispecchiando, di fatto, la grande varietà di etnie del continente. Anche se, per Ashley, quell’etichetta ha fatto il suo tempo: “Credo quasi che bisognerebbe smettere di chiamarli ‘alternativi’. I vitigni italiani sono nati in Italia, e se si torna davvero indietro nel tempo, molti di questi hanno da qualche parte origini greche”.

L’Australia, ormai, occupa l’altra metà del mio cuore insieme all’Italia. Mio figlio è nato qui e parla perfettamente l’inglese australiano, così come l’italiano, con un accento marcatamente toscano, tra il lucchese e l’aretino. A quella ragazzina che si chiudeva in cameretta a sognare a occhi aperti, relegando l’Australia in fondo alla sua wish list, oggi vorrei semplicemente dire: “Niente di più sbagliato”.

 

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Immagine di Lisa Cardelli

Lisa Cardelli

Lisa Cardelli è una professionista del vino italiana che vive a Melbourne dal 2010. Nel suo disparato portfolio di esperienze lavorative ha inserito quelli di sommelier, educatrice WSET, giudice nei concorsi di vino e giornalista enogastronomica.
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