Lo sguardo di una sommelier sulla cura, le relazioni e il piacere che si nascondono dietro ogni bottiglia.
Una bottiglia di vino racchiude un anno, a volte anche diversi anni, del lavoro di qualcuno. Al suo interno ci sono la pioggia e il sole, il pendio su cui sono cresciute le viti e le persone che se ne sono prese cura. Tutto questo riposa in cantina, per qualche mese o per anni, fino a quando arriva il momento in cui qualcuno decide di aprirla.
È qui che, per me, comincia l’arte di vivere il vino. Dopo tanti anni trascorsi come sommelier, ho notato che spesso si parla di un vino attraverso la sua regione di provenienza, l’annata o il prezzo. Eppure, gran parte del piacere che sa regalare nasce da ciò che accade quando arriva in tavola. Il vino è vivo. Non se ne sta semplicemente fermo nel bicchiere: si muove, si evolve. Il primo profumo è timido, poi si apre e, qualche tempo dopo, sembra essere diventato un altro. Il sapore arriva, cambia sul palato e lentamente svanisce, lasciando dietro di sé un ricordo. Il vino chiede attenzione e, in una vita che ci insegna a correre, quella pausa è già un piccolo lusso.
La stessa bottiglia può avere un sapore diverso in una serata diversa, con persone diverse, e non finisce mai del tutto di raccontare ciò che ha da dire. È per questo che sostengo che il vino abbia un’anima. Quando lo si assaggia con attenzione, si assaporano un luogo e un momento nel tempo. Le centinaia di piccole decisioni di un vignaiolo. Le persone che hanno lavorato tra i filari molto prima che quel vino arrivasse sulla nostra tavola. Pochissime cose ci permettono di entrare in contatto con un luogo che forse non visiteremo mai. E il vino dà il meglio di sé quando viene condiviso. Una buona bottiglia offre alle persone qualcosa di cui parlare. Qualcuno riconosce le ciliegie, qualcun altro sente il profumo delle erbe aromatiche o ricorda un giardino d’estate. La conversazione comincia dal vino e poi si allarga a tutto il resto. Si gode del contenuto del bicchiere, ma anche della compagnia.
L’esperienza comincia molto prima del primo sorso. Inizia dal modo in cui si viene accolti, da quanto ci si sente a proprio agio e dalla conversazione che aiuta a scegliere. Il lavoro di una sommelier assomiglia un po’ a quello di chi presenta due persone che potrebbero innamorarsi: l’ospite e il vino. Una carta dei vini molto ampia può intimidire, con i suoi nomi sconosciuti, le annate e i prezzi. Ma non serve conoscere il linguaggio degli esperti. “Qualcosa di leggero e fresco” oppure “quel vino che mi era piaciuto tanto in vacanza” sono ottimi punti di partenza. Spesso porto al tavolo tre o quattro bottiglie e ne spiego le differenze in modo semplice. Voglio che gli ospiti si sentano a proprio agio con la loro scelta, anche per quanto riguarda il prezzo. La fiducia nasce quando le persone si sentono ascoltate e possono dire sinceramente ciò che amano e ciò che non gradiscono.
Mi piace anche raccontare la storia che si nasconde dietro una bottiglia. Ma una parte del mestiere consiste nel capire quanto una persona desideri ascoltare. A volte bastano poche parole. C’è chi vuole soltanto il proprio vino preferito e una serata tranquilla. Altri ospiti hanno domande senza fine. Durante una celebrazione, un anniversario intimo o una lunga cena di lavoro, gli ospiti possono essere felici di lasciarsi sorprendere. Capire che tipo di serata si sta vivendo, senza che nessuno debba spiegarlo, è già metà del lavoro.
Spesso mi sento dire che fare la sommelier dev’essere un lavoro da sogno: bere vino mentre si lavora ed essere persino pagati per farlo. Sorrido, perché la realtà è un po’ diversa: la degustazione rappresenta soltanto una piccola parte del mestiere. Ci sono lunghe ore trascorse in piedi, studio continuo, lavoro in cantina e la pazienza necessaria per prendersi cura, ogni giorno, di persone diverse.
Mi sono avvicinata a questa professione attraverso la bellezza. La mia formazione è nel marketing e nella comunicazione, ma quando vidi per la prima volta un documentario sui ristoranti stellati Michelin rimasi affascinata dai sommelier: dall’eleganza con cui si muovevano, parlavano e versavano il vino. Volevo imparare tutto. Studiando, ho cominciato a comprendere quanta conoscenza, quanto amore per il vino e quanta attenzione verso le persone siano necessari per rendere quel servizio apparentemente così naturale.
Dubai è una città che brilla in ogni direzione e il mondo del vino non fa eccezione. Al Burj Al Arab ho avuto il privilegio di aprire quasi ogni giorno bottiglie rare e straordinarie, più di quanto mi sia capitato in qualsiasi altra esperienza professionale, e di incontrare persone con gusti e aspettative molto diversi. Alcuni erano abituati all’alta ristorazione. Altri sognavano da tempo di visitare quel luogo e avevano pianificato con cura una serata speciale. Per noi, ogni ospite merita la stessa attenzione, e ciò che conta davvero è fare in modo che ciascuno si senta a proprio agio e possa godersi ogni momento.
Questa esperienza mi ha anche confermato una cosa molto semplice: una grande serata non dipende da quanto costa la bottiglia. Dipende dalle persone con cui la si condivide, dal motivo che ci ha riuniti e da come ci sentiamo. Un vino scelto con cura accompagnerà la serata, diventando parte della conversazione, delle risate e del piacere di stare insieme. Per me è questa l’arte di vivere il vino: la gioia di vedere ogni elemento trovare la propria armonia in quell’istante.
Ricordo ancora molto bene tanti dei miei ospiti e con alcuni sono in contatto tutt’oggi. Spesso sono i piccoli momenti a rimanermi impressi. Una sera, un signore che cenava da solo ordinò una mezza bottiglia di un rosso giovane e corposo. Gli portai un piccolo decanter in miniatura. Mi disse che non ne aveva mai visto uno prima e ne fu così felice che cominciò a fotografarlo, a condividere le immagini con gli amici e a chiedermi dove avrebbe potuto acquistarne uno. Era un dettaglio minuscolo, ma trasformò una cena tranquilla in qualcosa che avrebbe ricordato.
Un’altra volta servii una coppia che aveva scelto un menu di sette portate con abbinamento vini. Nel corso della serata, il loro interesse si trasformò in ore di conversazione sui produttori, sulla vinificazione e su luoghi lontani. In seguito, visitarono alcuni dei posti di cui avevamo parlato. Una cena era diventata l’inizio di un viaggio. Ed è proprio questo ciò che amo di più del vino: raramente la sua storia si conclude a tavola.
Ho vissuto questa sensazione anche dall’altra parte, come ospite. Dopo uno splendido pasto in un ristorante in Portogallo, ricevetti un biglietto di ringraziamento scritto nella mia lingua madre, una lingua che spesso le persone non riescono a utilizzare correttamente. Qualcuno si era preso il tempo di fare una piccola ricerca, di andare un po’ oltre. Ricordo ancora come mi fece sentire.
È questo ciò che cerco di offrire a ogni ospite. Il vino, nella sua espressione migliore, è un ponte: tra un vigneto e una tavola, tra un vignaiolo e uno sconosciuto, tra una persona e un’altra. Qualunque sia il prezzo della bottiglia, l’arte rimane la stessa. Prestare attenzione. Rallentare. Lasciare che il vino parli. Godersi il momento. E sentirsi, per quella sera, come se si fosse gli unici presenti nella sala.







