Per molti viaggiatori la Polonia significa Cracovia, Varsavia, castelli, foreste e vodka. Eppure, mentre quasi nessuno guardava da quella parte, nel Paese è cresciuta una nuova generazione di vignaioli.
Oggi le vigne superano i mille ettari e sono presenti in tutte le 16 regioni amministrative. Forse è arrivato il momento di cambiare mappa.
Se qualcuno mi chiedesse di indicare rapidamente cinque Paesi europei da visitare per il vino, difficilmente la Polonia sarebbe tra le prime risposte. Ed è esattamente questo il motivo per cui oggi mi interessa.
Nel mondo del vino siamo abituati a muoverci lungo percorsi già tracciati. Bordeaux, Borgogna, Toscana, Rioja, Douro, Mosella. Luoghi straordinari, naturalmente, ma anche territori sui quali sappiamo già molto prima ancora di partire. Sappiamo cosa berremo, che paesaggi troveremo, quali vitigni incontreremo.
La Polonia parte dalla condizione opposta: non sappiamo quasi nulla.
E quando una destinazione riesce ancora a sorprendere prima ancora di essere visitata, forse vale la pena cominciare a guardarla con maggiore attenzione.
La prima sorpresa sono i numeri. Alla fine del primo trimestre 2025 il registro ufficiale polacco contava 673 viticoltori e poco più di mille ettari di vigneto. Nel settembre dello stesso anno la superficie aveva già superato i 1.098 ettari.
Sono dimensioni minuscole se confrontate con quelle dei grandi Paesi produttori europei. Ed è proprio qui che il dato diventa interessante: la Polonia non è importante per quanto vino produce, ma per la velocità con cui sta costruendo un’identità vinicola che fino a pochi anni fa sembrava quasi improbabile.
Decanter, in un approfondimento pubblicato proprio nel settembre 2026, ricostruisce una crescita impressionante: dai soli tre produttori registrati nel 2009 agli oltre 700 di oggi, con vigneti ormai presenti in tutti i sedici voivodati del Paese.
Ma sarebbe sbagliato pensare che il vino polacco sia nato improvvisamente per effetto del cambiamento climatico.
La vite qui ha una storia molto più antica. La viticoltura era presente già nel Medioevo, prima che il raffreddamento climatico, le guerre, i cambiamenti politici e infine il periodo comunista ne riducessero progressivamente l’importanza. La rinascita contemporanea è cominciata soprattutto dagli anni Ottanta e ha poi accelerato dopo la liberalizzazione della legislazione vinicola nel 2008.
In altre parole, quella polacca non è tanto una viticoltura senza passato quanto una storia interrotta che qualcuno ha ricominciato a scrivere.
Ed è forse questo uno degli aspetti che rendono il Paese interessante per chi viaggia. Non si arriva qui per vedere una tradizione congelata nei secoli. Si arriva mentre qualcosa sta accadendo.
Il Solaris è oggi il vitigno maggiormente piantato, insieme a varietà come Regent e Rondo, mentre tra le uve più conosciute internazionalmente trovano spazio Riesling, Chardonnay e Pinot Noir. Particolarmente importante è il ruolo delle cosiddette PIWI, varietà selezionate per avere una maggiore resistenza alle malattie fungine e quindi potenzialmente capaci di ridurre il numero dei trattamenti in vigneto.
Per un enologo questo è uno degli elementi più affascinanti.
Quando si visita una regione storica, spesso si osserva il risultato di scelte compiute generazioni prima. In Polonia, invece, molte di quelle decisioni vengono prese adesso. Quali varietà piantare? Quali siti funzionano meglio? Quale stile deve avere un vino polacco? Quanto puntare sulle varietà internazionali e quanto invece sulla sperimentazione?
Sono domande ancora aperte. E probabilmente è molto più interessante visitare un territorio mentre cerca le risposte piuttosto che arrivarci quando tutto è già stato deciso.
Anche la geografia aiuta a rendere il racconto meno prevedibile. Non esiste una sola “wine region” polacca. Il vigneto si distribuisce in molte zone, con alcune concentrazioni particolarmente significative nel Lubuskie, attorno a Zielona Góra, nella Bassa Slesia, nella Piccola Polonia e nel sud-est del Paese. Nel settembre 2025 il Lubuskie era la regione con la maggiore superficie vitata registrata, circa 165 ettari, seguita da Małopolskie, Dolnośląskie e Lubelskie.
Zielona Góra merita probabilmente di essere il primo nome da mettere sulla mappa. Il suo rapporto con il vino precede infatti la recente rinascita della viticoltura polacca. Qui esiste una tradizione storica legata anche alla produzione di spumanti e oggi il vino è tornato a essere elemento identitario e turistico, con cantine, degustazioni e manifestazioni dedicate.
E poi c’è il paesaggio. Perché quando pensiamo all’enoturismo tendiamo quasi sempre a immaginare una precisa iconografia: colline toscane, château francesi, terrazze del Douro. La Polonia propone qualcosa di diverso. Vigneti che convivono con boschi, campi, piccoli centri storici, laghi e paesaggi dell’Europa centrale.
Non è la bellezza spettacolare che pretende immediatamente una fotografia. È probabilmente una bellezza da scoprire lentamente. E questo potrebbe diventare uno dei suoi punti di forza.
Il turismo del vino contemporaneo, infatti, non è più soltanto una corsa verso le denominazioni più prestigiose. Sempre più viaggiatori cercano luoghi nei quali sia possibile incontrare direttamente i produttori, capire un territorio e magari bere qualcosa che sarebbe molto difficile trovare una volta tornati a casa.
Da questo punto di vista la dimensione ancora artigianale del vino polacco diventa un vantaggio.
Con poco più di mille ettari complessivi, molte aziende hanno dimensioni ridotte. Non c’è ancora quella distanza che a volte si crea nelle grandi destinazioni enoturistiche tra il visitatore e chi produce il vino. Qui è più facile immaginare esperienze nelle quali la cantina non sia soltanto una tappa, ma un incontro.
E poi c’è una domanda inevitabile: come sono questi vini?
Probabilmente è ancora presto per cercare una risposta unica. E forse non sarebbe nemmeno corretto farlo. Una viticoltura giovane attraversa inevitabilmente una fase di sperimentazione. Ci sono vini prodotti da varietà resistenti che molti consumatori italiani non hanno mai sentito nominare, interpretazioni di Riesling e Chardonnay, Pinot Noir, spumanti e persino vini da regioni che soltanto pochi anni fa sarebbero sembrate geograficamente improbabili.
La costante più interessante sembra essere quella che accomuna molti territori di clima fresco: acidità, tensione e ricerca della freschezza.
Ma il punto, per chi viaggia, non dovrebbe essere andare in Polonia aspettandosi una nuova Borgogna, una nuova Champagne o una nuova Mosella. Sarebbe il modo più semplice per non capire nulla. Il fascino è esattamente l’opposto: andare in un luogo che non ha ancora deciso completamente cosa vuole diventare.
Naturalmente anche il cambiamento climatico fa parte della storia. Temperature mediamente più elevate e stagioni di maturazione più favorevoli hanno contribuito alla crescita della viticoltura in aree settentrionali d’Europa, Polonia compresa. Ma ridurre tutto a “fa più caldo, quindi ora si può produrre vino” sarebbe semplicistico.
Dietro questa crescita ci sono anche nuove competenze, investimenti, sperimentazione sui vitigni, una legislazione diventata progressivamente più favorevole ai piccoli produttori e una generazione di persone che ha deciso di scommettere sulla vite.
Ed è proprio questa componente umana che vorrei trovare andando in Polonia. Mi interesserebbe incontrare chi ha piantato un vigneto sapendo di non poter contare su secoli di reputazione. Chi deve spiegare ogni giorno che sì, il vino polacco esiste. Chi probabilmente deve ancora convincere persino molti polacchi. Perché le destinazioni vinicole più interessanti non sono necessariamente quelle che producono i vini migliori, a volte sono quelle nelle quali si percepisce maggiormente il movimento.
Oggi in Polonia ci sono poco più di mille ettari di vigneto. La Toscana ne ha decine di migliaia. La distanza è enorme e il confronto avrebbe poco senso. Ma proviamo a cambiare domanda.
Non chiediamoci se la Polonia possa competere con Toscana, Borgogna o Rioja. Chiediamoci invece quanto possa essere interessante arrivarci prima che diventi normale andarci per il vino.
Io, almeno, comincerei da lì.
Next Wine Stop. Wine is the reason. The destination is the story.







