Babylonstoren non è semplicemente una cantina. È uno dei luoghi più iconici del Sudafrica enologico e dell’ospitalità contemporanea, un progetto che unisce storia, agricoltura, architettura e turismo in un equilibrio raro. Situata nella valle di Franschhoek, questa antica farm fondata nel 1692 è oggi una destinazione completa: vigneti, orti, ristoranti, spazi wellness e accoglienza di altissimo livello convivono in un ecosistema pensato per raccontare il territorio attraverso l’esperienza.
L’anima di Babylonstoren affonda le radici nella storia. A raccontarla è Brunin, guida e wine expert della tenuta, che ci accompagna in un viaggio tra passato e presente. Il nome stesso del luogo nasce da una suggestione biblica: il primo proprietario, Peter van der Byl, membro della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, rimase colpito da una collina presente nella proprietà. Quella collina gli ricordava il racconto della Torre di Babele, simbolo di ambizione e frammentazione, e da qui nacque il nome Babylonstoren, evocazione di una storia antica e universale.
Da allora, la farm ha sempre mantenuto una vocazione agricola, evolvendosi nel tempo senza perdere la propria identità. Ancora oggi, uno degli elementi più distintivi è il grande giardino, vero cuore pulsante della tenuta, che ospita oltre 300 varietà di ingredienti edibili. Un luogo che non è solo estetica, ma anche produzione, cultura e filosofia.
Accanto al giardino, si sviluppano coltivazioni di frutta – prugne, pesche, agrumi – e naturalmente la vite. Il vino resta infatti uno dei pilastri del progetto. Babylonstoren coltiva circa 23 varietà di uva e produce una gamma di circa dieci etichette: vini bianchi, rosati, rossi e uno spumante, espressione di un territorio sempre più centrale nel panorama enologico internazionale.
Accanto al vino, emerge anche una produzione meno scontata ma altrettanto interessante: l’aceto balsamico. Pur non disponendo dei vitigni tipici italiani come Trebbiano o Lambrusco, Babylonstoren utilizza uve Shiraz per realizzare un balsamico prodotto secondo il metodo tradizionale DOP, con affinamenti in botti diverse. Un esempio concreto di come la tradizione possa essere reinterpretata in chiave locale, mantenendo rigore e qualità.
Ma ciò che rende davvero unica questa realtà è la sua dimensione esperienziale. Il turismo qui non è un elemento accessorio, bensì una componente strutturale. È proprio grazie al turismo che la farm riesce a sostenersi e a crescere, generando occupazione e opportunità per il territorio. Visitatori da tutto il mondo arrivano per vivere Babylonstoren: passeggiano nel giardino, degustano i vini, soggiornano nella struttura, entrando in contatto con un modello virtuoso di integrazione tra agricoltura e ospitalità.
Curiosamente, come racconta Brunin, molti ospiti arrivano inizialmente attratti dal giardino, ma è poi il vino a completare l’esperienza: “il giardino ti fa venire sete”, sorride, sintetizzando perfettamente lo spirito del luogo.
C’è anche un legame, ancora in evoluzione, con l’Italia. Babylonstoren è infatti collegata a Villa Vignamaggio, storica proprietà nel cuore della Toscana. Un ponte ideale tra due culture del vino, che apre prospettive di scambio e crescita, anche per chi – come Brunin – guarda con curiosità e rispetto al patrimonio enologico italiano.
Babylonstoren non è solo una destinazione, ma un’idea di futuro: un luogo dove il vino è parte di un racconto più ampio, fatto di terra, persone, sostenibilità e bellezza. Un modello che, anche da questa parte del mondo, merita attenzione.
























