Il vino oltre il calice: la lezione di Emilia Golf Experience

Con Emilia Golf Experience, Alessandro Carrara ha costruito qualcosa che va oltre lo sport. Un progetto che dimostra come vino, gastronomia, ospitalità e territorio possano diventare parte della stessa esperienza e trasformarsi in una risorsa turistica capace di generare valore per tutti.

Seduto a bordo campo al Golf Club di Salsomaggiore, mentre il verde del percorso si perde tra le colline emiliane, viene quasi spontaneo chiedersi cosa ci faccia un giornalista del vino a parlare di golf. È una domanda che, in fondo, contiene già la risposta.

Per anni abbiamo raccontato il turismo attraverso compartimenti separati. Il vino da una parte, la gastronomia da un’altra, l’ospitalità altrove, lo sport relegato a un mondo ancora diverso. Ognuno impegnato a promuovere sé stesso, spesso senza accorgersi che il vero valore nasce proprio nei punti di contatto. Alessandro Carrara è una delle persone che hanno capito prima di altri che il futuro non passa necessariamente dalla creazione di nuove attrazioni, ma dalla capacità di mettere in relazione quelle che già esistono.

È questo il principio che sta alla base di Emilia Golf Experience, un progetto che utilizza il golf non come fine, ma come strumento. Il golfista arriva per giocare, certo, ma una volta terminata la partita cerca altro. Cerca un buon ristorante, una cantina da visitare, un borgo da scoprire, un produttore da incontrare, una storia da portarsi a casa insieme ai ricordi della giornata. In altre parole cerca un’esperienza completa, qualcosa che vada oltre lo sport e che trasformi un semplice soggiorno in un viaggio.

L’intuizione di Alessandro è stata proprio questa: comprendere che il golfista è un viaggiatore curioso, spesso disposto a fermarsi più giorni, interessato a conoscere il territorio e generalmente alla ricerca di proposte autentiche. In una regione come l’Emilia-Romagna, dove convivono eccellenze gastronomiche, grandi vini, motori, arte e paesaggio, il potenziale è enorme. Il problema non è mai stato l’assenza di contenuti, ma la difficoltà di collegarli tra loro.

Da qui nasce un lavoro che negli anni ha portato alla costruzione di una rete composta da campi da golf, strutture ricettive, ristoranti, servizi di ospitalità e realtà produttive del territorio. Una rete che non esiste soltanto nelle brochure o nei siti internet, ma che funziona concretamente ogni giorno. Quando un visitatore arriva, trova qualcuno che lo accompagna nel percorso, che semplifica le prenotazioni, che coordina l’accoglienza e che rende naturale il passaggio da un’esperienza all’altra. Sembra un dettaglio, ma è esattamente ciò che distingue una somma di servizi da una vera destinazione turistica.

Ascoltando Alessandro, viene spontaneo pensare a quanto questo modello possa essere interessante anche per il mondo del vino. Per troppo tempo l’enoturismo ha considerato la cantina come il centro di tutto. Oggi, invece, il visitatore cerca qualcosa di diverso. Vuole certamente degustare un vino, ma vuole anche capire dove nasce, incontrare le persone che lo producono, conoscere il territorio che lo circonda, mangiare bene, magari praticare uno sport o vivere un’esperienza culturale. La bottiglia diventa parte di una storia più ampia e, proprio per questo, acquista ancora più valore.

In questo senso il golf rappresenta soltanto uno dei possibili punti di accesso. Potrebbe essere il ciclismo, il trekking, la vela o qualsiasi altra attività capace di attrarre persone e portarle a contatto con un territorio. Il principio non cambia. Ciò che conta è la capacità di trasformare singole eccellenze in un ecosistema capace di dialogare e di generare opportunità per tutti.

Forse è anche per questo che Alessandro guarda con attenzione a ciò che accade in Paesi come Spagna, Grecia o Turchia, realtà che hanno compreso da tempo come il golf possa diventare un potente strumento di promozione territoriale. Non perché il golf sia più importante del vino o della gastronomia, ma perché è in grado di attirare un pubblico disposto a fermarsi più a lungo, a spendere sul territorio e a vivere esperienze diversificate. Esattamente il tipo di turismo che molte destinazioni italiane dichiarano di voler intercettare.

Alla fine, però, la parola che ritorna più spesso durante la conversazione non è golf. È network. Fare rete. Un concetto apparentemente semplice eppure ancora sorprendentemente raro. Perché fare rete significa rinunciare a una parte del proprio protagonismo per costruire qualcosa di più grande. Significa capire che una cantina da sola è una cantina, un ristorante da solo è un ristorante e un campo da golf da solo è un campo da golf. Insieme, invece, possono diventare una destinazione.

Forse è proprio questa la lezione più interessante che arriva dall’esperienza di Alessandro Carrara. In un momento storico in cui tutti cercano nuove formule per attrarre visitatori, la vera innovazione potrebbe non essere inventare qualcosa di nuovo, ma imparare finalmente a mettere in relazione ciò che già abbiamo. E l’Italia, da questo punto di vista, possiede probabilmente più risorse di qualsiasi altro Paese europeo. Serve soltanto qualcuno capace di costruire i ponti.

Facebook
Telegram
WhatsApp
Email
Immagine di Federico Gabriele

Federico Gabriele

23 anni, enologo e pubblicista. Dopo tanti anni di teatro tra i quali tre anni di Accademia al Teatro Sistina, spettacoli e qualche musical al quale ho avuto l’onore di partecipare, continuo a cantare, recitare e ballare, anche come animatore nei villaggi Veratour :) Oltre a Wining.it, ho lanciato il progetto wining-giovani.it dedicato agli under 25 e scrivo per www.theuniquemagazine.it. Attualmente in cantina a Saronsberg.com, in Sud Africa.