Roero, la forza di un territorio che sa ancora sorprendere

Biodiversità, ospitalità e spirito di squadra raccontano una delle realtà più interessanti del Piemonte del vino. Alessandro Costa, nuovo presidente del Consorzio Tutela Roero, ci accompagna alla scoperta di un territorio che punta sulla propria identità, sull’eleganza di Arneis e Nebbiolo e su una nuova generazione di produttori.

Ci sono territori che si raccontano attraverso la notorietà delle loro denominazioni e altri che, per essere compresi davvero, chiedono di essere attraversati, vissuti, conosciuti attraverso le persone che li abitano. Il Roero appartiene soprattutto alla seconda categoria. Un angolo di Piemonte che convive con la fama internazionale delle vicine Langhe, ma che conserva una personalità ben riconoscibile, fatta di paesaggi sorprendentemente diversi, vini dalla spiccata eleganza e un rapporto con l’ospitalità che sembra ancora privilegiare la spontaneità rispetto alle formule del turismo organizzato.

È proprio la parola “sorpresa” il punto di partenza della nostra conversazione con Alessandro Costa, presidente del Consorzio Tutela Roero, eletto nel luglio 2026. Quarta generazione della cantina Nino Costa di Montà d’Alba, con esperienze formative in Francia e negli Stati Uniti, Costa rappresenta una nuova generazione di produttori chiamata a consolidare il lavoro svolto negli ultimi anni e a dare ulteriore visibilità a una denominazione che ha ancora molto da raccontare.

“Condivido pienamente questa parola, perché la sorpresa è proprio quello che rimane nella testa delle persone quando vengono sul nostro territorio“, spiega Costa. “Il Roero non è ancora conosciuto come altri territori dal nome più affermato, ma possiede una straordinaria varietà di terroir, di coltivazioni e di biodiversità. Non è soltanto una questione di vino: ci sono la frutta, le nocciole, i boschi. Ed è proprio questa varietà a sorprendere“.

Una diversità che si coglie immediatamente nel paesaggio. Sulla sponda sinistra del Tanaro, tra le province del vino piemontese, i vigneti non occupano incontrastati ogni collina, ma convivono con boschi, frutteti, orti e coltivazioni tradizionali. Ci sono le pesche di Canale, le pere Madernassa, i noccioleti e, naturalmente, le vigne di Arneis e Nebbiolo. Un mosaico agricolo che contribuisce a definire l’identità del territorio e che trova nelle Rocche del Roero una delle sue espressioni paesaggistiche più spettacolari: profonde incisioni create dall’erosione, in alcuni punti superiori ai cento metri, che attraversano le colline separando terreni di diversa origine geologica.

Questa complessità non è soltanto un elemento di fascino naturalistico, ma rappresenta una delle chiavi per comprendere la personalità dei vini. I suoli, prevalentemente marnoso-arenari e ricchi di componenti sabbiose di origine marina, cambiano sensibilmente da una zona all’altra. “Partendo da Montà e arrivando a Govone, il terroir cambia notevolmente”, osserva Costa. “Ci sono zone più adatte ai bianchi e altre più vocate ai rossi, ma entrambe riescono a esprimere mineralità, eleganza e finezza. Sono caratteristiche che rendono i nostri vini riconoscibili“.

Arneis e Nebbiolo, due interpretazioni della stessa identità

Il Roero è anche una denominazione che ha saputo costruire una propria riconoscibilità intorno a due vitigni profondamente legati alla tradizione piemontese. Il riconoscimento della DOCG risale al 2004, mentre il Consorzio Tutela Roero è nato nel 2014 e oggi riunisce 265 soci. La superficie vitata supera i 1.345 ettari, dei quali 990 destinati all’Arneis e 355 al Nebbiolo. La produzione annuale è di circa 8,3 milioni di bottiglie, con una netta prevalenza del Roero Bianco, che rappresenta il 90% del totale, mentre il restante 10% è costituito dal Roero Rosso. Un dato particolarmente significativo riguarda la presenza internazionale: oltre il 60% della produzione supera i confini italiani.

Dietro questi numeri si nasconde un percorso di crescita qualitativa che negli ultimi decenni ha modificato profondamente la percezione dei vini del territorio. A cominciare proprio dall’Arneis, vitigno che negli anni Settanta rischiava quasi di scomparire, ridotto a poco più di una decina di ettari, e che oggi costituisce il principale ambasciatore della denominazione.

Per molto tempo il Roero Arneis è stato identificato soprattutto con l’immediatezza di un bianco giovane, fresco, profumato, destinato a essere apprezzato nei primi anni dalla vendemmia. Una lettura che oggi appare riduttiva.

“Una volta si pensava che l’Arneis fosse un vino esclusivamente da bere giovane. Oggi, invece, troviamo vecchie annate meravigliose“, racconta Costa. “Abbiamo la possibilità di proporre vini giovani, freschi, fruttati e profumati, ma anche esperienze di invecchiamento, con strutture ed espressioni molto diverse“.

È un passaggio importante nell’evoluzione della denominazione. La capacità di affrontare il tempo, sostenuta anche dalle interpretazioni dei produttori e dalla valorizzazione delle singole vigne, amplia le prospettive di un vitigno che possiede una storia molto più lunga della sua notorietà contemporanea. Il disciplinare prevede, accanto alla versione tradizionale e a quella spumante, anche il Roero Arneis Riserva, con un affinamento minimo di 16 mesi.

Sul versante dei rossi, il Nebbiolo offre invece una lettura particolare di uno dei grandi vitigni italiani. I terreni sabbiosi contribuiscono a definire un vino in cui fragranza, finezza e una trama tannica generalmente meno austera convivono con una significativa capacità evolutiva. È un Nebbiolo che non ha bisogno di imitare le espressioni dei territori vicini, perché proprio nella sua diversa interpretazione trova un elemento distintivo. Il Roero Rosso DOCG, prodotto con almeno il 95% di Nebbiolo, prevede anche la tipologia Riserva, con un affinamento minimo di 32 mesi.

A raccontare ulteriormente la diversità del territorio contribuiscono le 134 Menzioni Geografiche Aggiuntive, introdotte nel disciplinare entrato in vigore nel 2017 dopo otto anni di lavoro. Un patrimonio di singole aree vitate che consente di approfondire il rapporto tra origine delle uve, caratteristiche dei suoli ed espressione dei vini, restituendo al consumatore un’immagine del Roero sempre meno generica e sempre più articolata.

L’ospitalità come espressione di una comunità

Ma il Roero non si comprende soltanto attraverso il vino. Durante il nostro viaggio, una delle sensazioni più evidenti è stata quella di un’ospitalità professionale ma mai formale, capace di far sentire il visitatore parte di una comunità piuttosto che semplice destinatario di un servizio.

Costa riconosce in questa dimensione uno degli elementi su cui costruire il futuro del territorio. “Siamo un territorio relativamente giovane dal punto di vista della promozione e dobbiamo sviluppare convivialità e ricettività per invogliare le persone a venirci a trovare. Ma deve essere qualcosa di naturale, non costruito. Abbiamo la fortuna di avere tantissimi produttori con i quali è possibile collaborare e che riescono a trasmettere proprio quella sensazione di casa“.

È un approccio che appare particolarmente interessante in una fase in cui l’enoturismo sta evolvendo verso esperienze sempre più legate alle relazioni, alla cultura locale e alla conoscenza autentica dei luoghi. Qui il vino diventa il punto di accesso a un racconto più ampio, che comprende la gastronomia, l’agricoltura, i borghi storici e la natura.

Non mancano, del resto, gli strumenti per trasformare questa vocazione in un’offerta strutturata. I Wine Tour tra i cru del Roero, sviluppati in collaborazione con l’Ecomuseo delle Rocche, propongono quattro itinerari panoramici percorribili a piedi o in bicicletta, con il supporto di un’applicazione che accompagna il visitatore nella scoperta del territorio. Accanto a queste iniziative, il Consorzio ha sviluppato eventi come i Roero Days e progetti culturali come Gustose Narrazioni, dove enogastronomia, letteratura e musica si incontrano.

Sono iniziative che rispondono a un’esigenza precisa: promuovere non soltanto le bottiglie, ma anche il contesto umano, paesaggistico e culturale dal quale nascono.

Fare squadra per dare valore al territorio

C’è però un altro aspetto che emerge con particolare forza dalla nostra conversazione con Alessandro Costa. Ed è forse quello che meglio interpreta la direzione intrapresa dal Roero: la capacità dei produttori di parlare del territorio prima ancora che delle proprie aziende.

Durante gli incontri nelle cantine, il riferimento al lavoro degli altri, alla collaborazione e alla necessità di costruire una visione condivisa torna con una frequenza non scontata. Una consapevolezza che Costa considera fondamentale.

“È vero che tutti abbiamo la nostra azienda, ma i tempi sono cambiati e i mercati sono diversi. La cosa più importante è spingere il territorio, perché se il territorio funziona lavoriamo tutti e stiamo bene. Ogni produttore ha le proprie caratteristiche e il proprio stile, ma deve riuscire a rappresentare il territorio. Se lavoriamo tutti insieme, in sinergia, è il territorio a vincere“.

Una riflessione che va oltre il settore vitivinicolo e tocca un tema centrale per molte destinazioni italiane: la necessità di superare la frammentazione delle iniziative individuali per costruire un’identità territoriale forte, riconoscibile e condivisa.

Non è un caso che il nuovo presidente insista sul contributo dei giovani produttori, sempre più presenti e protagonisti della trasformazione qualitativa del Roero. La sua stessa elezione rappresenta un segnale di continuità generazionale, con l’obiettivo di valorizzare quanto costruito da chi lo ha preceduto senza rinunciare a nuove prospettive.

Anche la strategia promozionale del Consorzio va in questa direzione, con un calendario di appuntamenti che ha portato la denominazione nelle principali città italiane, da Roma a Torino, da Napoli a Bologna e Milano. Il percorso prevede una nuova tappa a Firenze nel novembre 2026, per poi raggiungere Palermo nel 2027. Un modo per accrescere la conoscenza dei vini e costruire relazioni con operatori, appassionati e nuovi pubblici.

Il valore di essere ancora una scoperta

In un panorama enologico nel quale la notorietà rappresenta spesso il principale elemento competitivo, il Roero sembra aver compreso che la propria relativa discrezione può trasformarsi in un’opportunità. Non si tratta di rincorrere la fama dei territori confinanti, ma di raccontare con maggiore convinzione ciò che lo rende diverso: la varietà dei paesaggi, la biodiversità, lo stile dei vini, l’autenticità dell’accoglienza e un tessuto produttivo che riconosce nella collaborazione una risorsa strategica.

In questo senso, la sostenibilità del Roero trova una prima espressione nella diversità del suo paesaggio agricolo, dove la vite continua a convivere con altre colture e con importanti superfici boschive. Un patrimonio da preservare anche di fronte alle sfide climatiche, particolarmente rilevanti in un territorio caratterizzato da precipitazioni relativamente contenute e da una disponibilità idrica non sempre abbondante.

Alla fine della nostra intervista, quando chiediamo ad Alessandro Costa di rivolgere un invito a chi ancora non conosce queste colline, il presidente preferisce affidarsi alla forza dell’esperienza piuttosto che a uno slogan.

“Vi invito a visitare il Roero perché è un territorio con tantissimi produttori giovani che stanno lavorando benissimo. La qualità è cresciuta moltissimo e stiamo lavorando insieme per farlo conoscere sempre di più. Tutti i produttori vi aspettano“.

Poi aggiunge una considerazione che restituisce il senso del suo rapporto con queste colline: “Mi ritengo molto fortunato a rappresentare questo magnifico territorio, soprattutto insieme alla squadra di produttori che oggi ne porta avanti la storia“.

Forse è proprio questa la chiave per comprendere il momento che sta vivendo il Roero. Una denominazione ormai matura nei numeri e nelle ambizioni, ma ancora capace di conservare quella dimensione della scoperta che altrove si è in parte perduta. Un territorio in cui il vino non è mai completamente separato dal paesaggio, dalle persone e dalla vita quotidiana.

E dove la sorpresa, prima ancora di essere una promessa rivolta al visitatore, sembra essere il risultato più naturale dell’incontro con un luogo che non ha bisogno di somigliare a nessun altro.

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Immagine di Maurizio Gabriele

Maurizio Gabriele

Fondamentalmente un curioso. Programmatore e sistemista pentito, decide di virare in modo netto verso il mondo della comunicazione, caratterizzato da progetti decisamente più stimolanti. Attratto dalla cucina sia come forma di espressione che di nutrimento e, inevitabilmente, dal vino. Sommelier dal 2018. In giurie internazionali dal 2020. Editor e Co-founder di TheUnique. Writer per passione. Entusiasta per scelta di vita.